Madame Bovary c’est moi? Flaubert non si sbagliava.

“Madame Bovary c’est moi”? Flaubert non si sbagliava.

di Francesco Sasso 

Ho appena terminato la lettura di Madame Bovary di Flaubert.
Che dire? Non riesco a trovare le parole. Scrittore sobrio, preciso, a tratti noioso, ma di una noia sublime. L’autore guarda la sua eroina con occhio disincantato e impietoso. La protagonista è moglie di un medico di provincia (Charles), che cerca di evadere con l’adulterio da una vita mediocre e finisce suicida. Tutto qua! Attorno all’eroina, i suoi due amanti, il farmacista “volteriano” Homais e tanti altri personaggi mediocri. Eppure sono tutti vivi nella mia immaginazione. E mi domando: come c’è riuscito? Come ha fatto Flaubert a creare tutto questo?
Non ero capace di staccarmi dalla pagina, eppure la storia è semplice; la descrizione degli oggetti, delle vesti, dei ninnoli, delle particelle di luce nell’aria spesso mi annoiavano. La lentezza dell’incedere della storia m’innervosiva. Questa storia crudele e banale, raccontata con maestria da elefante. Come c’è riuscito? Come è riuscito a dare vita a una creatura senza carne né ossa?
Forse per la profonda verità dei caratteri, per l’analisi dei sentimenti? Forse perché Flaubert ebbe vivissimo il culto appassionato dello stile, una costante preoccupazione di precisione e di perfezione? Forse per la sua prosa: armoniosa, robusta e splendida- di là dalla traduzione? O forse no, non solo per questo?
Ho frequentato per ore la signora Bovary e un forte sentimento d’antipatia si è annidato in me, al primo sguardo di lei, al primo contatto di pelle. Sono stato suo amante, suo marito, sua figlia. Ero con lei quando le consigliai di stipulare una cambiale. Ed ero con lei quando folle si scagliò sulla morte. Io c’ero, vivevo, ero al suo capezzale ed ho sentito il suo rantolo. E per finire ho consolato il marito, quel grande imbecille, con parole di circostanza. E dopo la morte di Emma, dopo aver riposto il libro in biblioteca, ella vibra ancora in me, quindi è reale, è di questo mondo. Come una nemica perduta per sempre e adesso custodita nell’anima.
Quel monaco di Flaubert, anatomista della vita sentimentale, mi domando come è riuscito a farmi male.

f.s.

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