SUL TAMBURO n.72: Matteo Melchiorre, “La via di Schenèr”

Matteo Melchiorre, La via di Schenèr, Venezia, Marsilio, 2016

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di Giuseppe Panella
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La prima impressione che si ricava dalla lettura di questo libro di Matteo Melchiorre è quella di aver commesso un errore di valutazione quando si è scelto di leggerlo: non si è in presenza di un romanzo ma di un saggio storico, di una ricostruzione approfondita e accurata di un episodio di storia di Feltre e dintorni, di una analisi di alto livello di storia economica e sociale ma non di un romanzo. La bio-bibliografia stessa di Melchiorre, autore ad es. di una biografia di fra’ Bernardino da Feltre e della sua predicazione antisemita, autorizzerebbe una tale lettura. Eppure La strada di Schenèr non solo è un romanzo (sia pure molto particolare) ma è anche la sua particolare versione dell’Apologia della storia di Marc Bloch (libro sotto la cui protezione il testo di Melchiorre si pone fin dall’esergo).

«Credere che la storia sia meno capace di soddisfare anche la nostra intelligenza per il fatto che esercita un così possente richiamo sulla sensibilità, sarebbe davvero una straordinaria sciocchezza» ha scritto il grande storico francese. E alla sensibilità come pure all’intuito l’autore del libro si richiama più volte. Ma si aggrappa anche, e con grande forza stilistica, alla chiarezza dell’evocazione che nasce dalla lucidità dell’intelligenza. Il libro di Melchiorre è un elogio del mestiere dello storico e la rivendicazione della sua bellezza e lucidità e anche della fatica che costa. Il colloquio con il dottor Schuster di Erfurt, “specialista in dinamiche psicoemotive”, è emblematico al riguardo:

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La ferocia del cuore. Un nuovo ‘giallo’ di Mario Quattrucci: “Troppo cuore. L’ultima inchiesta di Marè”

La ferocia del cuore. Un nuovo ‘giallo’ di Mario Quattrucci: Troppo cuore. L’ultima inchiesta di Marè, Torino, Robin, 2018, pp. 310, € 15,00

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di Stefano Lanuzza

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A partire dal Novecento c’è una linea relativamente nuova della letteratura italiana poliziesca che, senza escludere i gialli letterari sciasciani e il gaddiano, baroccheggiante, incompiuto Pasticciaccio definito da Leonardo Sciascia “il più assoluto giallo” mai scritto, “un giallo senza soluzione” (Breve storia del romanzo poliziesco, in Cruciverba, 1983), muove dall’opera di Giorgio Scerbanenco, include diversi affermati autori (Fruttero & Lucentini, Veraldi, Olivieri, Malvaldi, Lucarelli, Carofiglio, Carlotto, Faletti, De Cataldo, Colaprico, Robecchi, Biondillo, Vichi…) e arriva al notissimo Andrea Camilleri.

Inventore del popolare commissario Montalbano dell’immaginaria città siciliana di Vigàta, Camilleri domina da anni le classifiche con una messe di narrazioni redatte in un’accentuata gergodialettalità di cui si possono ricercare i modelli nel rabelaisiano, céliniano e talora trash Frédéric Dard con le sue storie replete di neologismi e termini argotici di Parigi.

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L’ora metastabile della poesia di Natalia Paci. Natalia Paci, “Pronta in bilico”

Tutta la mia sonora forza di poeta

io ti consegno, classe, all’attacco!

Majkovskij

L’ora metastabile della poesia di Natalia Paci. Natalia Paci, Pronta in bilico, Sigismundus Editrice, Ascoli Piceno, 2012

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di Antonino Contiliano

Pronta in bilico è una silloge di testi poetici di Natalia Paci. Il libro, editato da Sigismundus Editrice (Ascoli Piceno, 2012), è dedicato “al supereroe Vale Lux…”. Accompagnata da una nota di Renata Morresi, l’opera si presenta in cinque sezioni – Commentario precario, Acrobazie domestiche, Tocco senza tatto, Sexy shock (poesie d’amore), Haiku (poesie per cinque dita) – e un gruppo di testi grafici nominati “Contromano” di Cristina Maria Ferrara.

Ad ogni apertura di sezione, e (per inciso) a mo’ di sottesi compagni – Wislawa Szymborska, o la Costituzione repubblicana italiana, Patrizia Cavalli, Luigi Socci, Edoardo Sanguineti, Maria Grazia Maiorino –, coimplicati complici “Virgilii”, sembrano seguire il respiro e il movimento compositivo dei testi che, pagina dopo pagina, fanno le rispettive sezioni differenziate per il tipo di testualità tematica messa a lavoro.

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SUL TAMBURO n.71: Giampaolo Simi, “La ragazza sbagliata”

Giampaolo Simi, La ragazza sbagliata, Palermo, Sellerio, 2016

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di Giuseppe Panella
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«E invece mi ritrovo ventitré anni dopo a scrivere ancora del caso Calamai e di quell’estate inquieta e volubile. Il 1993 sarebbe stato ricordato per un luglio ancora primaverile e un agosto tropicale. Fu un’estate a due facce, come il dio Giano che con i suoi due volti guarda verso il passato e scruta il futuro. Contro ogni pronostico Bill Clinton aveva mandato a casa Bush Senior. Internet e le inchieste di Mani Pulite facevano presagire l’alba di una nuova era. Pensavamo che molto presto l’Europa sarebbe stata forte e unita, non a caso mezzo mondo ballava la discomusic prodotta in Italia, in Germania o in Svezia. La realtà era diversa. Noi ballavamo sulla spiaggia, e intanto sotto i nostri piedi si riassestavano faglie profonde, facendo tremare l’Italia da Roma a Firenze a Milano. Oggi mi è chiaro: sotto la minaccia che tutto crollasse, niente cambiò nel senso in cui avevamo sperato. Mi è chiaro proprio mentre mi ritrovo da solo, in un appartamento ormai quasi vuoto, a scrivere quello che doveva diventare il mio libro sensazionale sul caso Calamai. Doveva. Perché si è trasformato nel racconto di come invece è stata la mia vita a crollare e a cambiare per sempre. In una settimana» (pp. 16-17).

La ragazza sbagliata, di conseguenza, non si presenta come un romanzo di fantapolitica, né un thriller, né un poliziesco di indagine su un delitto (come quelli che, erroneamente e banalmente, vengono etichettati come “gialli” dal colore di una copertina negli anni Venti del secolo scorso). Non è neppure un noir, anche ci si avvicina molto nell’impostazione. E’ una narrazione che si legge tutta d’un fiato ma non per questo si rassegna alla velocità di scrittura del genere o alla mancanza di approfondimento psicologico che spesso contraddistingue i romanzi d’azione. Simi punta non tanto (o soltanto dato l’argomento) sui colpi di scena o sulla spiegazione finale quanto sulla costruzione del personaggio principale Dario Corbo e sui suoi rapporti con quelli che incontra e con cui si confronta nel corso della vicenda.

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Contro: il Pensiero tragico-poetante nell’Opera di Gabriele Lastrucci

Contro: il Pensiero tragico-poetante nell’Opera di Gabriele Lastrucci

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di Maria Santi

A prima vista, Contro sembra essere il luogo in cui la contraddizione si dimena implacabile, senza un’apparente soluzione. La nostra condizione e tutto ciò che ne fa parte ne emerge come uno stato di perenne incoerenza e continua frammentarietà. Dopo una lettura approfondita però, ci rendiamo conto che si tratta di molto di più. Contro è il percorso attraverso cui Lastrucci, poeta che diventa (o ritorna) filosofo, dopo aver vissuto su di sé in maniera profonda, la condizione della contraddizione la riporta, facendola rivivere al lettore in un percorso dall’illogico-esperienziale al logico-filosofico. Nel corso dell’opera la contraddizione si disvela davanti a noi, che la viviamo e la soffriamo assieme alla voce narrante, fino a che essa non viene accettata, senza un reale superamento, ma con una consapevolezza e una maturità, che cercano in qualche modo di affrontarla alla pari. Si tratta di non farsi una ragione della nostra sorte spacciata, della nostra caotica fragilità e dunque di intraprendere questa via artistica, che poi si rivelerà filosofica, per arrivare in qualche modo ad una soluzione, ad una deriva consapevole, vitale, per quanto drammatica.

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Valerio Aiolli, “Lo stesso vento” & “Carteggio Bellosguardo”

Valerio Aiolli, Lo stesso vento, Evoland, 2016, 154 p.

Valerio Aiolli, Carteggio Bellosguardo, Italo Svevo Editore, 2017

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di Gabriele Lastrucci

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Ho appena finito di leggere due libri di Valerio Aiolli. E non so che dire, cosa scrivere. Ho soltanto dentro di me la sensazione, ancora una volta e per sempre, che un libro non sia solo un libro, ma qualcos’altro, qualcosa di più… di oltre…

Lo stesso vento (edito da Voland, 2016) è un romanzo inclassificabile e necessario. La storia narrata, consapevolmente dislocata attraverso frammenti-flussi temporali, racconta l’istantaneo dilatarsi esistenziale di alcuni protagonisti (Fausto e Adriana, fra tutti) che adempiono momenti cruciali della loro vita come fossero osservati da un chirurgico microscopio narrativo, con cui Aiolli illumina le loro piccole e fatalmente eroiche scelte emotive e vitali. Il linguaggio dell’autore fiorentino è sommesso e piano, come un lucifero telegrafo marconiano, mai inutilmente iperbolico o barocco, bensì essenziale e ricercato, eppure misteriosamente, potentemente muscolare… L’imprevista combinazione temporale dell’intreccio, come detto, dislocata e apparentemente disorganica – invece altamente voluta e sofferta – rende la lettura (e la scrittura) unica e sbalorditiva fino all’ultima pagina del libro. Le vicende narrate, di uomini eccezionalmente comuni, si stagliano granitiche attraverso alcuni momenti topici della storia del nostro Novecento, e non solo (il periodo fascista italiano, la seconda guerra mondiale, il sessantotto, la caduta del muro di Berlino, il pirotecnico e fumoso millenovecentonovantanove…) senza che tali cruciali episodi storici, intervengano a mutare l’universalità della loro condizione umana, svelata mirabilmente dall’autore. Anzi, la rigida ferrosità di queste date-evento, si corrode inevitabilmente, come uno spettrale e grigio lucore di fondo, attraverso il focoso caleidoscopio dei protagonisti, immortalati, con piccoli e precisi tratti d’autore, nella loro immensa nudità. (Inoltre ho la sensazione, del tutto personale ma convinta, che Fausto sia uno dei più affascinanti e riusciti personaggi della letteratura contemporanea).

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SUL TAMBURO n.70: Antonio Paolacci, “Piano americano. Il romanzo che non scriverò”

Antonio Paolacci, Piano americano. Il romanzo che non scriverò, Milano, Morellini Editore, 2017

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di Giuseppe Panella
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Antonio Paolacci di romanzi ne ha scritti e uno, il primo, lo ha pure ristampato. Eppure è insoddisfatto della sua attività di scrittore, della sua capacità di investimento sentimentale sulle parole scritte, sulla resa stessa di esse a livello di comunicazione e di confronto. Paolacci non vuole scrivere più e manifesta questo suo desiderio, questa sua necessità nell’unico modo che conosce: appunto scrivendo un romanzo. Rifiutandosi di scrivere un’opera narrativa, in realtà, la scrive (e ricorda molto il metanarrativo Gide quando cita se stesso come autore dell’opera che sta scrivendo e cioè Paludi). Non volendo scrivere un romanzo su un personaggio evanescente che passa inosservato, quasi un “uomo invisibile” e che per questo truffa e rende impalpabili le sue attività ai confini della legalità, lo fissa in realtà sulla carta come il protagonista di una storia che si vuole comunque scrivere, anche se non nella dimensione tradizionale della forma narrativa.

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Marco Palladini, “Stecca, mutismo e rassegnazione. Storia di una naja non tripudians”

Marco Palladini, Stecca, mutismo e rassegnazione. Storia di una naja non tripudians, Zona Contemporanea, 2017.

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di Francesca Farina

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Partendo da un famoso titolo degli anni ’20, quello del romanzo “Naja tripudians” di Annie Vivanti, che alludeva al nome scientifico del “cobra sputatore” e non ha nulla a che vedere con la naja di cui parla l’autore, ossia il famigerato servizio militare, parola di derivazione oscura ma che è legata ad un periodo della vita dei giovani di una volta, perlopiù inteso come “tempo perduto”, Marco Palladini, esperto di linguaggi innovativi, fin dal titolo del suo racconto autobiografico gioca, con una certa ironia che però non si spinge mai al sarcasmo, sull’ambiguità di una situazione stoicamente sopportata, cercando di trovarci anche del buono. Nelle citazioni poste in exergo, quella di Pasolini che rievoca il Passato come “l’unica cosa che noi conosciamo ed amiamo veramente” e quella della canzone “Hotel California” degli Eagles, che allude all’impossibilità di lasciare le persone un tempo amate, lo scrittore dà l’accesso alla porta della narrazione, strutturata in sessantuno brevi capitoli, costituiti ciascuno da due, tre pagine assai dense, in cui un giovane militante dell’estrema sinistra rivoluzionaria, che voleva abbattere lo Stato borghese, si ritrova a 25 anni, nel 1980, a combattere con tutte le contraddizioni che la condizione di soldato gli prospetta.

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SUL TAMBURO n.69. Alberto Rollo, “Un’educazione milanese”

Alberto Rollo, Un’educazione milanese, San Cesario di Lecce (Lecce), Piero Manni, 2016

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di Giuseppe Panella
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Il libro struggente di Alberto Rollo sulla sua formazione culturale, umana, sentimentale apparterebbe al genere letterario che molti critici amano definire auto-fiction (con un termine a mio avviso improprio) se non fosse perché al suo interno si opera un passaggio imprevedibile, una vera e propria “mossa del cavallo”, mediante la quale la storia personale dell’autore viene assorbita all’interno dei destini generali della città cui egli appartiene.

Nell’aneddoto iniziale in cui il piccolo Alberto viene offerto alla città da un cantante di strada, forse uno zingaro, che lo solleva in aria e chiede alle persone circostanti “Milano lo vuole?” è già inscritta tutta la successiva parabola della sua formazione di intellettuale.

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SUL TAMBURO n.68: Raul Montanari, “Sempre più vicino”

Raul Montanari, Sempre più vicino, Milano, Baldini & Castoldi, 2016

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di Giuseppe Panella
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L’ultimo romanzo di Raul Montanari rientra a pieno titolo in quella categoria letteraria (quasi un nuovo genere o sottogenere volutamente non codificato come tale) che è stato battezzato post-noir dalla critica e che si rifà ad autori che sfuggono alle regole del noir classico e tradizionale per approdare a un progetto di scrittura libero dai condizionamenti che il genere inevitabilmente comporta. Vi apparterrebbero autori come la Patricia Highsmith di Sconosciuti in treno o il Friedrich Dürrenmatt del ciclo del commissario Hans Barlach o del “requiem per il romanzo poliziesco” intitolato La promessa. Che cos’è il post-noir? E’ un romanzo che non presenta personaggi particolari, dotati di abilità investigative perspicue se non eccezionali (come nei romanzi di Chandler o di Hammett) oppure interessanti per le loro caratteristiche fisiche e morali ma persone comuni che si trovano in circostanze avventurose o straordinarie spesso senza volerlo o per loro errore e spesso improntitudine. Si tratta di persone “normali” in situazioni non comuni costrette ad affrontarle con i (pochi) mezzi a loro disposizione. Il risultato è una sequenza di eventi misteriosi che trovano uno scioglimento, spesso tragico (ma non sempre), alla fine di un percorso di ricerca scandito da colpi di scena, di trovate bizzarre, di soluzioni inedite.

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Stefano Lanuzza, “Il bosco, il mondo, il caos”

Stefano Lanuzza, Il bosco, il mondo, il caos, Stampa Alternativa, 2015, pp.91, € 10

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di Francesco Sasso
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Il bosco, il mondo, il caos di Stefano Lanuzza è strutturato come un zibaldone ed accoglie una vasta materia di pensieri, impressioni, notizie dal mondo, riflessioni letterarie. Il sottotitolo dell’opera è “come un romanzo”, ossia la narrazione dell’io si scioglie nella storia del mondo alla deriva del caos. Stefano Lanuzza formula in testi brevi e densi l’osservazione disincantata dei comportamenti umani. Forma cara ai “moralisti classici”, scrittura per frammenti “che si staccano come foglie vive dal grande album dell’esperienza” come ha scritto Giovanni Macchia.
Un inventario, quello di Lanuzza, alleggerito dall’ironia, mentre nella sezione “il bosco” troviamo impennate poetiche e suggestioni esistenziali.

f.s.

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[Leggi tutti gli articoli di Francesco Sasso pubblicati su RETROGUARDIA 2.0]

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SUL TAMBURO n.65: Cinzia Della Ciana, “Passi sui sassi”

Cinzia Della Ciana, Passi sui sassi, prefazione di Adriana Gloria Marigo, Arcidosso (Grosseto), Effigi, 2017

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di Giuseppe Panella

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Si tratta della prima raccolta di poesie di Cinzia Della Ciana ad essere pubblicata in forma organica ma non è certo il suo primo tentativo di scrittura lirica e di messa in scena poetica del suo universo interiore. La tentazione della poesia, infatti, attraversa da sempre la sua scrittura e la sua modalità di intervento letterario e anche il suo romanzo d’esordio (Acqua piena d’acqua pubblicato per il medesimo editore nel 2016) non è mai privo di concessioni alla liricità di una narrazione densa di eventi descrittivi e non soltanto aneddotici o puramente narrativi.

Passi sui sassi è un libro “petroso”, scabro, rotto, frantumato, impietoso. Scrive Adriana Gloria Marigo nella sua densa Prefazione alla raccolta della Della Ciana:

«In questo scenario petroso, la parola di Cinzia Della Ciana segue la specchiatura: la parola è scelta e al contempo proviene dalle profondità psichiche, dagli ascendenti culturali, da certe radicalizzazioni geoantropologiche, dal centro di una terra che risuona di voci trecentesche, molto sonore. È parola che s’aggruma attorno al suono bruno di densità potente e arcaica, parola che sembra coniata nella fucina di Vulcano, parola che non necessita d’aggettivazione tanto s’avvale di specificità immediata, verticale, regale, austera e che si distende in stellazioni semantiche provenienti dalla capacità di rinnovare “i contorni più sottili delle parole” (Walter Pater)» (p. 8).

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SUL TAMBURO n.64: Amelia Casadei, “La grotta della Chimera”

Amelia Casadei, La grotta della Chimera, Firenze, Polistampa, 2017

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di Giuseppe Panella

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Chi abita la grotta della Chimera? Tanti personaggi bizzarri e misteriosi, tante figure diseguali e inespresse, tante occasioni perdute. La Chimera è il simbolo dell’imprevedibile e dell’aspirazione all’altrove, il suo volto impaurisce e sconvolge, il suo rito fondativo è l’aspirazione umana a trovare quello che non c’è laddove il piacere e il dolore si esauriscono e svaniscono tra i bagliori guizzanti della speranza e dell’amore.

 

Non so se fu un dolce vapore, / Dolce sul mio dolore, / Sorriso di un volto notturno: / Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti / E l’immobilità dei firmamenti / E i gonfii rivi che vanno piangenti /
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti / E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti / E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera (Dino Campana, Notturni. La Chimera)

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Emiliano Gucci, “L’ umanità”

Emiliano Gucci, L’umanità,  Elliot, 2010, 157 p

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di Gabriele Lastrucci

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Vola alta, parola, cresci in profondità,

tocca Nadir e Zenit della tua significazione,

però non separarti da me,

ti prego,

sii Luce,

non disabitata trasparenza.

(Mario Luzi)

Non scriverti tra i Mondi,

Al margine della traccia di lacrime

Impara a vivere.

(Paul Celan)

Qual è l’Umanità di cui scrive Gucci in questo potente e necessario libro?

O, meglio, quali sono le plurali e dolorose umanità protagoniste di questo testo meravigliosamente straziante e neramente luminoso di cui l’autore toscano è portatore e, insieme, tragico e appassionato demiurgo-spettatore?

E, in fondo, chi siamo noi, smarriti cercatori di popolate e sanguinanti solitudini?

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SUL TAMBURO n.63: Virgilio Moretti, “Il vicinato e i campi. Elegie”

Virgilio Moretti, Il vicinato e i campi. Elegie, Siena, Editrice Il mio amico, 2015

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di Giuseppe Panella

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C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per ridere e un tempo per piangere, un tempo per seminare e un tempo per sradicare le piante, un tempo per parlare e un tempo per tacere – ammonisce Salomone il saggio nell’Ecclesiaste. Il tempo delle culture agrarie da sempre è scandito da eventi sempre uguali e mossi da moventi sempre simili nelle attese e nei risultati: la semina, la crescita delle piante, dei fiori e dei frutti, la raccolta, la vendemmia, la conservazione dei prodotti ottenuti, la programmazione sempre la stessa e sempre diversa del futuro prossimo.

I riti agrari che si tingono di religiosità diffusa e spesso inconsapevolmente pagana, la conservazione di pratiche tradizionali tramandate nel tempo, la sicura ripetizione di pratiche antiche e legate alle generazioni scandiscono i ritmi delle Opere e i giorni che Virgilio Moretti riscrive nel suo libro. Come Esiodo ha fatto nel poemetto che lo ha consegnato alla storia della letteratura occidentale, l’esame delle attività agricole più significative è legata al loro significato mitico-cultuale e alla loro dimensione psicologica. L’opera esiodea viene classificata come un testo didascalico e descrittivo ma ovviamente si tratta di un giudizio troppo riduttivo: il poeta greco di Ascra abbozza nella sua analisi dell’attività lavorativa rurale del tempo suo una scansione narrativa legata a una vera e propria filosofia della storia (il passaggio dall’Età dell’Oro della felicità produttiva primigenia all’Età del Ferro attuale cui si giunge dopo aver attraversato l’Età dell’Argento, del Bronzo e degli Eroi) e le attività lavorative dei contadini vanno inquadrate in questo contesto generale (e drammaticamente pessimistico).

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SUL TAMBURO n.60: Paola Rondini, “Crepapelle”

Paola Rondini, Crepapelle, Roma, Intrecci Edizioni, 2017

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di Giuseppe Panella

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Un romanzo enigmatico, un romanzo ricco di pathos, un romanzo che allude a una realtà sfuggente e disorientata, un romanzo senza idillio – e si potrebbe continuare a lungo a inanellare definizioni per un testo narrativo ricco e straziato come questo, frutto di una deliberata volontà di nascondere i retroscena per potere (e sapere) mostrare meglio ciò che soprattutto conta e che viene esibito sulla scena della realtà sconcertante e senza asse centrale che si trova costretto a mettere in evidenza.

La cifra stilistica di quest’opera narrativa è, infatti, l’allusione: gli eventi narrati vengono accennati, sfumati, avvolti in una nebbia di dubbio o allucinati dalla mente di chi li vive ma mai descritti per quello che sono stati veramente (o che si presume siano stati). I diversi personaggi che si succedono sulla scena non sanno che cosa vogliono o che cosa hanno voluto fare: non lo sa il dottor Giacomo Selvi nel momento in cui compie scelte decisive per la sua vita, non lo sa Greta Lensi quando decide di sottoporsi a una complessa operazione di chirurgia estetica che dovrebbe riportare il suo volto alla passata freschezza e giovinezza, non lo sa l’astrofisico Edoardo Valori quando distribuisce per strada, davanti alla casa di riposo per anziani in cui vive, dei fogli che contengono la rappresentazione della lemniscata di Bernouilli il che gli permette di continuare a pensare di avere un ruolo nella vita di chi incontra per caso. Il racconto della vicenda umana e sentimentale di Edo la cui fidanzatina Giselda muore per un tragico errore durante un rastrellamento di guerra ad opera dei tedeschi è al centro del romanzo e rappresenta il cuore pulsante della narrazione. La sua scoperta di un mondo parallelo a quello reale, un “infundibolo” (per dirla con un’espressione ricreata da Kurt Vonnegut nel suo Le sirene di Titano utilizzando un’analoga creazione linguistica di Beckett), lo porta a costruirsi un mondo tutto proprio mediante il quale sfuggire al dolore della perdita della persona amata e all’angoscia della vita quotidiana durante le vicende della guerra.

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SUL TAMBURO n.59: Emiliano Gucci, “Voi due senza di me”

Emiliano Gucci, Voi due senza di me, Milano, Feltrinelli, 2017

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di Giuseppe Panella

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Un bambino morto in circostanze misteriose osserva ciò che accade ai suoi genitori nel corso di vent’anni della loro vita e trova che poco o nulla è cambiato in essa. Sembra una variazione sul tema del Sesto senso (il film d’esordio di M. Night Shyamalan del 1999) o una ripresa di Amabili resti (romanzo di Alice Sebold del 2002, film di Peter Jackson nel 2009). Ma le cose non stanno così.

Il punto di vista del bambino non è l’unico a costituirsi come l’angolazione del romanzo di Gucci: lo sguardo dall’alto viene spesso sostituito e si intreccia con quello dei due protagonisti Michele e Marta. I punti di vista, quindi, alla fine risultano tre: quello del bambino defunto che non ha nome e che risulta senza età registrabile, quello dell’uomo il cui tentativo di recupero sentimentale con Marta viene descritto nella prima parte del romanzo, quello della donna che cerca di ritrovare l’uomo che ha perso come compagno di una vita insieme al bambino scomparso.

Tra i due protagonisti si apre uno iato legato all’incidente in cui il loro figlioletto è morto: non si saprà mai, infatti, se è perito vittima di un incidente dovuto a trascuratezza o goffaggine della mamma oppure sia stata lei a mettere fine alla vita del suo bambino in un momento di aberrazione e di perdita di senso. Il rapporto tra i due innamorati si interromperà in quel momento e non verrà più recuperato anche successivamente – inoltre sulle spalle della madre rimarrà sempre a pesare il dubbio che sia stata proprio lei a far morire il proprio figlio (così infatti il paese in cui abitavano interpreterà la vicenda condannando la mamma all’infamia del delitto volontario).

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SUL TAMBURO n.58: Simona Lo Iacono, “Il morso”

Simona Lo Iacono, Il morso, Vicenza, Neri Pozza, 2017

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di Giuseppe Panella

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Il titolo del quinto romanzo di Simona Lo Iacono (vincitrice nel 2017 della trentesima edizione del Premio Chianti con Le streghe di Lenzavacche, pubblicato dalle Edizioni E/O) si può estrarre dai versi di Salvatore Quasimodo che fanno da epigrafe al libro. I versi, citati dalla raccolta Giorno dopo giorno del 1947, esprimono lo strazio e l’angoscia legati alle vicende della guerra appena finita e le cui macerie sono ancora visibili agli occhi di tutti: “Vi riconosco, miei simili, / o mostri della terra. / Al vostro morso è caduta la pietà, / e la croce gentile ci ha lasciati. / E più non posso tornare nel mio eliso”. Il “morso”, di conseguenza, rappresenta il male di vivere, il dolore che nasce dalla sofferenza inflitta da chi ha dimenticato la propria umanità, l’impossibilità di condividere con gli altri esseri umani sentimenti di amore e di compassione. Lucia Salvo è soggetta alla necessità del male che la colpisce improvvisamente e inopinatamente, il “fatto”, gli attacchi epilettici che la lasciano stravolta e quasi annientata e che hanno convinto gli altri della sua natura di creatura “babba”, stupida, pazza, incapace di ragionare correttamente. Mandata a servizio a Palermo dalla nativa Siracusa, la ragazza si trova ad essere oggetto dei desideri lascivi del Conte figlio i cui desideri nella vita si riducono essenzialmente alla soddisfazione del ventre (i cibi succulenti ed elaborati che vengono cucinati dai “monsù”, i cuochi di scuola francese che dettano legge sul gusto delle grandi famiglie patrizie di Palermo) e al godimento sessuale ottenuto facilmente grazie a signorine mercenarie e compiacenti. Lucia, appena arrivata a palazzo e sottoposta al controllo severo e minuziosamente feroce del nano Minnalò, si rifiuta di soggiacere al desiderio impetuoso e insincero del Conte figlio, sempre in attesa del matrimonio combinato con Assunta Agliata, una ragazzina testarda e capricciosa che patti di alleanza precedenti e legati di famiglia gli impongono di prendere in sposa. Questo suo rifiuto così inconsueto per l’uomo lo getterà in una crisi profonda che lo condurrà poi successivamente alla consapevolezza della vera natura dei propri istinti sessuali (e a ri-conoscere il proprio desiderio omosessuale nei confronti del “castrato signorino”, il cantore di famiglia innamorato di lui).

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Alberto Laiseca, “Uccidendo nani a bastonate”

Alberto Laiseca, Uccidendo nani a bastonate, Traduzione di Loris Tassi e Lorenza Di Lella, Salerno, Arcoiris 2016, pp. 156, euro 12,00.

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di Primo De Vecchis

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La mummia (e i nani) di Laiseca

Alberto Laiseca (1941-2016) è uno scrittore argentino singolare, bizzarro, grottesco, ma non caotico, nel suo “realismo delirante” si cela un sovrano ordine, che appartiene solo a lui, e compito di un lettore critico dovrebbe essere quello di identificare alcuni punti fermi di questo apparente delirio letterario. Non sta a me fornire una bussola veritiera per orientarsi nell’oscuro universo di Laiseca, che tra l’altro conosco solo per sparsi frammenti: posso però mettere insieme alcune considerazioni, che nascono dalla lettura attenta e divertita di un racconto contenuto nella raccolta Uccidendo nani a bastonate (Salerno, Arcoiris 2016), ovvero La mummia del clavicordio.

Elenchiamo alcuni esempi o invarianti formali.

1. La storpiatura dei nomi dei personaggi, che possono anche divenire nomi parlanti: Roberto Prescott (ricorda William Prescott, tra l’altro) e Pedro Pecarí de los Galindez Fagián (che fa ridere solo a pronunciarlo). Si tratta di due egittologi che cercano la tomba di Tutancajkovskij nella Valle dei Re della Musica. La fusione ludica tra egittologia e musicologia è evidente.

2. La presenza di strumenti tecnologici bizzarri, inventati, quasi bambineschi: «una pistola a ultrasuoni che sparava la a raffica» (p. 42).

3. I riferimenti alla magia, all’esoterismo, all’occulto, in chiave però parodistica, come a esorcizzare un terrore reale del Mondo dell’Oscurità: «I sacerdoti le avevano dato l’ordine magico di intervenire solo nel caso in cui qualcuno avesse suonato lo strumento» (p. 45).

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SUL TAMBURO n.56: Paolo Codazzi, “Il pittore di ex-voto”

Paolo Codazzi, Il pittore di ex-voto, Napoli, Tullio Pironti Editore, 2017

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di Giuseppe Panella

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Il fortunato salvataggio e il destino felice del marinaio Tommaso Ferrando, naufragato con il piroscafo “Perugia” nell’Oceano Pacifico nel 1904, campisce sulla copertina di questo nuovo romanzo di Paolo Codazzi (che sostituisce quasi totalmente il precedente Il destino delle nuvole del 2010 che pur narra una storia analoga a quella presente nelle pagine di Il pittore di ex-voto).

L’ex-voto è di solito una tavoletta di legno su cui pittori di non grande qualità innovativa dal punto di vista artistico (o più prosaicamente degli efficaci realizzatori di croste) ma molto abili nell’immedesimarsi nel pathos dell’evento rappresentato e nel renderlo efficacemente.

Il pregio di un pittore di ex-voto non era la sperimentazione pittorica che porta a compimento né la resa mimetica dell’opera né la fedeltà al soggetto ma la sua capacità di mostrare la fede di chi ha ordinato il quadretto e la forza miracolosa e inarrestabile della divinità che ha permesso al miracolato di sopravvivere. E’ la fede, quindi, a sostenere il quadro, non la verità – chi ordina l’ex-voto per dimostrare riconoscenza e devozione alla Madonna o ai Santi autori e intercessori del fatto miracoloso non lo fa per realizzare un'(improbabile) opera d’arte ma per testimoniare che “lassù Qualcuno lo ama” e che è sceso sulla terra per salvarlo da morte sicura (o dalla perdita di arti, mani, piedi, braccia compromessi da incidenti del più vario tipo e livello). Inoltre la dipintura del fatto miracoloso permette di porre in bella evidenza la predilezione del santo o della Madonna autore/ ice del salvataggio nei confronti del loro devoto diletto e salvato per la sua devozione precedentemente dimostrata (come riferiva Michele Rak in una conferenza da me ascoltata nel 1982 e che costituiva la presentazione molto articolata di un grosso libro, Per grazia ricevuta. Le tavolette dipinte ex voto per il santuario della Madonna dell’Arco, Napoli, CST Cooperativa editrice, 1983, in cui analizzava la semantica della rappresentazione votiva).

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SUL TAMBURO n.55: Roberto Lasco, “Frammenti lirici”

Roberto Lasco, Frammenti lirici, Lecce, Youcanprint Self Publishing, 2016

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di Giuseppe Panella

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L’esordio poetico di Roberto Lasco è classico e temperato – i suoi Frammenti lirici testimoniano un afflato riflessivo e sentimentale non indifferente. I temi che Lasco tocca e approfondisce sono legati alla tradizione lirica italiana – come lo stesso titolo della raccolta intende testimoniare – ma nella sua scrittura non mancano novità di un certo pregio e rilievo:

«Vivere. Agitato, riordino il caldo sapore / dell’esistenza. / Succede che l’attimo è sfuggente / perché coglie l’essenza, / che compare misera e stanca / in compagnie estetiche. / Libero le ali consumate / dal veleno del tempo, / che corre per anelare / sicuro dell’impeto / che mi trascina leggiadro / fra mete incantate. / Il vivere per il vivere / s’atrofizza in distese d’immenso, / quasi a significare che il vago / ha conquistato l’essere. / Echi lontani, dispersi nell’aria / rivelano l’intimo gioire / di chi pensa che tutto s’ottiene / senza il plauso dell’infamia. / Giardini sommersi appaiono / come scene di un teatro che / ha perso splendore perché svilito / dalla coltre della saggezza» (p. 18).

“Vivere per vivere” è la risposta all’infinito protrarsi dell’attesa di fronte alla difficoltà a selezionare e a catalogare il tutto, all’impossibilità di dargli un senso. Il “caldo sapore dell’esistenza” è quello che la poesia deve recuperare, ritrovare, riassaporare e far rilucere nel limbo traslucido della coscienza. La scrittura poetica si pone il compito, difficile e meraviglioso, di librarsi nel cielo terso e lucido di ciò che è destinato a durare, liberandosi dal “veleno del tempo”. Infatti, la bellezza del mondo si dispiega in tutto il suo fulgore nel tempo senza tempo che costituisce il teatro della vita resa purificata dalla forza della parola del verso.

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SUL TAMBURO n.54: Roberto Cecchetti, “La metrica dell’apparenza”

Roberto Cecchetti, La metrica dell’apparenza, Carmignano (PO), Attucci Editrice, 2017

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di Giuseppe Panella

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Esiste una metrica dell’apparenza valutabile e considerabile come l’effetto di un rapporto organico e definitivo con la realtà della vita e delle cose? E’ possibile trovare la verità sottesa e nascosta dietro le vicende dell’esistenza di ognuno e soprattutto dietro la propria?

Roberto Cecchetti prova a raggiungere questo risultato analizzando e ricostruendo un’estate significativa della propria vita (quella dei suoi diciotto anni, l’anno della separazione forzata e apparentemente inspiegabile tra suo padre e sua madre).

Il suo romanzo-autobiografia di esordio individua in una serie di episodi, di figure-chiave, di macchiette e di stereotipi umani destrutturati e ricostruiti secondo questa loro qualità rappresentativa la possibilità di dare un senso e di individuare un significato a una vicenda che altrimenti rischierebbe di non averne. Romano Madera nel suo breve testo introduttivo scrive del racconto-scontro di Cecchetti con il mondo che si tratta:

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SUL TAMBURO n.53: Henry Ariemma, “Aruspice nelle viscere”

Henry Ariemma, Aruspice nelle viscere, Borgomanero (Novara), Giuliano Ladolfi Editore, 2016

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di Giuseppe Panella

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La lettura delle viscere degli animali (uccelli come le colombe ma anche ovini come agnelli e montoni) costituiva una pratica comune tra gli antichi nell’ambito dell’attività divinatoria dei sacerdoti (maestri nell’aruspicina o estispicina erano stati gli Etruschi e la pratica sacra che li vedeva trovare responsi e verità nella profondità dei corpi degli animali sacrificati costituiva gran parte del rapporto tra il popolo e gli Dei da esso adorati). Gli aruspici trovavano nelle viscere e negli organi che le compongono le tracce di un futuro che solo la divinità poteva conoscere e che agli uomini si rivelava soltanto per accenni, per allusioni, per frammenti, per sospetti: i corpi dei volatili o degli ovini contenevano un segreto che solo occhi esperti e qualificati potevano scorgere e sanzionare.

Tale pratica divinatoria, forse, assomiglia a quella dei poeti che estraggono il futuro della lingua a venire dal corpo enorme dei vocabolari (o della lingua parlata) che sventrano e dissezionano per estrarne la verità nascosta.

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SUL TAMBURO n.51: Marino Magliani, “Carlos Paz e altre mitologie private”

Marino Magliani, Carlos Paz e altre mitologie private, Genova, Amos Edizioni, 2016

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di Giuseppe Panella

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Più che di mitologie private sono in questione, in questa raccolta di racconti, i sogni e le aspirazioni letterarie di Marino Magliani. Molti dei testi contenuti in questo suo libro che è quasi una sintesi dei suoi temi maggiori e delle sue aspirazioni letterarie più forti sono riflessioni sull’arte dello scrivere, divagazioni poetiche sulla vita e le sue difficoltà maggiori, progetti di ulteriori romanzi.

E’ noto (e comprovato anche da prestigiosi riconoscimenti ottenuti negli ultimi anni) che il tema che maggiormente mette alla prova la mente narrativa di Magliani è quello dell’esilio (letterale e letterario insieme). Perché Magliani è uno scrittore per vocazione ma ha potuto estrinsecarla e metterla in valore solo fuori dal suo terreno naturale di coltura (la Liguria rocciosa e spesso abbandonata del territorio di Imperia) e ha dovuto trapiantarla in terre straniere e più o meno accoglienti (l’Argentina la Spagna la Germania IJmuiden vicino ad Amsterdam dove vive attualmente e dove preferibilmente lavora e produce letteratura).

Per questo motivo, Villa Carlos Paz in Argentina rappresenta il luogo del dislocamento assoluto e, infatti, proprio nel racconto con questo titolo, l’Io narrante vive le sue stesse esperienze di estraneamento assoluto e di doloroso quanto necessario trapianto di sé in un corpo estraneo e spesso ostile, un trapianto che però non è solo una mutilazione di sé ma anche un arricchimento poderoso della propria soggettività. I viaggi, la morte si potrebbe dire, parafrasando il titolo di una raccolta di saggi di Gadda: i viaggi sono l’anticamera, la prefigurazione della morte e quest’ultima consiste nella rarefazione della vita. La scrittura rende conto di questo processo: la sabbia, la povere, i residui solidi eppure volatili di cui si nutre il primo testo del libro ne è metafora chiarificatrice e illuminante.

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SUL TAMBURO n.50: Patrizio Fiore, “Il ricamo mortale”

Patrizio Fiore, Il ricamo mortale, Napoli, Tullio Pironti Editore, 2016

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di Giuseppe Panella

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Il “ricamo mortale” del titolo richiama iconicamente il mesotelioma pleurico che Orazio Niccoli, medico in servizio da anni presso l’ambulatorio per extracomunitari dell’ospedale Santa Maria di Loreto Mare di Napoli, riscontra in una ragazza di 28 anni, un’età in cui è molto difficile che questa patologia si manifesti. E’ il sintomo di un’esposizione all’amianto che si rivela mortale nei casi in cui avvenga prolungatamente. Questa scoperta sconvolge il medico:

«Quella diagnosi, inappellabile, lo aveva lasciato inebetito. Dopo tanti anni di duro lavoro, tanti turni di pronto soccorso non aveva perso il “vizio”, come molti colleghi gli rinfacciavano, di farsi coinvolgere dalle condizioni dei suoi pazienti. Eppure, questa volta c’era qualcosa in più: lo aveva avvertito a pelle sin dal primo momento in ambulatorio. Quella povera ragazza lo aveva attratto immediatamente: se si fosse trattato di amore, sarebbe stato un perfetto colpo di fulmine. Ma non si trattava di amore, piuttosto di quel suo sesto senso che gli faceva captare immediatamente l’intensità della sofferenza, la devastazione della malattia, l’angoscia del possibile exitus. […] “Le cellule esaminate sono compatibili con la diagnosi di mesotelioma pleurico in fase avanzata”. Mesotelioma pleurico: una vera e propria condanna. Una neoplasia rara, ma ad alta malignità e con il 100% di letalità, cioè tutti quelli che ne risultavano affetti erano destinati a morte certa entro massimo due anni» (p. 79).

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SUL TAMBURO n.49: Adam Vaccaro, “Seeds (Semi)”

Adam Vaccaro, Seeds (Semi), selected, edited, translated and Introduced by Sean Mark, New York, Chelsea Editions, 2014

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di Giuseppe Panella

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Da molti anni, Adam Vaccaro conduce una ricerca attenta, sofisticata e puntuale su un’idea di poesia che lo contraddistingue e alla quale si è consacrato con risultati eccellenti: da La vita nonostante (Milano, Studio d’autore, 1978) a La casa sospesa (Novi Ligure (AL), Joker, 2003) la sua attenzione di poeta è stata concentrata su una serie di nozioni teorico-psicologico-esistenziali culminanti nell’idea di adiacenza poetica, idea che presuppone la condivisione espressiva di sentimenti ed esperienze che si fanno realtà concreta nel momento in cui vengono trasformate in parola viva e senza ulteriori mediazioni. Al centro del pensiero poetico di Vaccaro, allora, si trova questa nozione-chiave che indica la condivisione di una tendenza, di una capacità di cogliere le radici di ciò che è presente senza sterili tradizionalismi o rivendicazioni del passato ma alla luce di un impegno di redenzione del futuro. Scrive Sean Mark nella sua utilissima introduzione alla raccolta, un saggio dal titolo emblematico di “Accendere segni”. Sulla poesia di Adam Vaccaro:

«Spendiamo qui qualche parola per spiegare un concetto chiave della poeta vaccariana, quello dell’“adiacenza”. Rinunciando alla pretesa di un’adesione stringente alla Cosa (evento, esperienza o oggetto d’indagine filosofica che sia), la parola poetica può solo aspirare a collocarsi nella sua prossimità (ad-jacere), e da questa prossimità ne può raccogliere le sensazioni, percezioni ed immagini che, insieme, costituiscono la nostra esperienza di mondo. Atmosfere, suoni, parole, fonemi e il linguaggio, anche scarno e frammentato, tendono ad approssimarsi il più possibile all’evocare la Cosa, o un particolare paesaggio, scenario o esperienza: adiacenze che colgono una molteplicità di percezioni» (p. 12).

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SUL TAMBURO n.48: Andrea Fallani, “L’ascesa della Luna”

Andrea Fallani, L’ascesa della Luna, Borgomanero (Novara), Giuliano Ladolfi Editore, 2016

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di Giuseppe Panella

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L’allusione è, quasi naturalmente, a La caduta della luna di Giacomo Leopardi, composto presumibilmente nel 1836, è forse l’ultimo testo poetico scritto dal poeta di Recanati prima di morire (addirittura sul letto di morte, se si deve credere all’aneddotica di Antonio Ranieri, sovente propensa a un suo“mitizzare pallido e assorto” in nome dell’amicizia di un tempo). Ma non è questo il problema, non è questo quello che conta. L’imagery di Fallani, tutta protesa a ridosso della grande tradizione lirica italiana (da Leopardi appunto a Pascoli o a Montale – come con accortezza critica annota Giulio Greco nella sua nota introduttiva titolata Cantore della vita), è intrisa di soluzioni liriche legata al passato ma si impone, con freschezza e impazienza insolite, con il suo desiderio conclamato di un’originalità tutta legata all’esplorazione di un continente che appare anch’esso nuovo e inedito allo sguardo del poeta. Fallani ha le idee chiare sulla poesia e sulla sua funzione espressiva e si prova a risolvere il problema del rapporto tra passato e presente con soluzioni tutt’altro che scontate. Il suo libro si configura, inoltre, come l’inizio di un probabile rapporto futuro e fruttuoso con la poesia e, quindi, allo stesso modo di tutte le opere di un esordiente, contiene tutto il passato prossimo del suo autore e segnala, pur nella sua maturità espressiva, una serie di tracce liriche da analizzare criticamente per comprendere la sostanza profonda della sua operazione poetica. In lui c’è, insomma, per dirla con il titolo di un bellissimo racconto di Stephen Crane, “il passo della giovinezza” e di questo bisogna tenere conto. Lo puntualizza in maniera accorta anche lo stesso prefatore del testo in una delle svolte critiche della sua presentazione:

«[…] Andrea Fallani può essere considerato il vero cantore della giovinezza, di quel periodo che volgarmente e superficialmente viene considerato il più bello, il più spensierato, il più felice dell’esistenza. Il poeta, infatti, documenta come all’interno dell’attuale società “liquida”, caratterizzata dall’assenza di certezze, di prospettive e di valori cui ancorare il progetto del futuro, il giovane preferisca “l’ascesa della luna” al sorgere del sole» (p.8 ).

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SUL TAMBURO n.47: Andrea Bassani, “Lechitiel”

Andrea Bassani, Lechitiel, Lecce, Terra d’ulivi Edizioni, 2016

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di Giuseppe Panella

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Lechitiel è un angelo: soccorre i disederati e gli infelici, conforta gli aspiranti suicidi, accorre laddove c’è bisogno di una parola di conforto, è al fianco di Gesù nell’Orto degli Ulivi quando il dolore e l’angoscia per la fine imminente stanno per prevalere e il “sudore di sangue” scorre a precorrere l’evento della morte inevitabile e tremenda.

Lechitiel appartiene alla schiera celeste angelica dei Principi (insieme ai Troni e alle Dominazioni) e quindi ha un ruolo determinante nelle vicende umane (chi lo invoca almeno due volte l’anno resta immune dalla tentazione di darsi una morte volontaria).

Lechitiel rappresenta lo sforzo degli uomini di trovare una ragione valida e inconfutabile per superare l’inutilità sempre insorgente di continuare a vivere.

Lechitiel costituisce la ragione della poesia nell’ottica di poetica di Andrea Bassani.

La poesia è un atto di carità ma non per questo motivo è caritatevole nel senso negativo e zuccheroso del termine, non è mielosa, non è la pratica melensa del dare un’elemosina a qualcuno che si trova in difficoltà per poi volgere altrove, in segno di disprezzo, il volto proprio rispetto a quello di chi si dice di voler aiutare.

La poesia si sente coinvolta nel dolore del mondo, si sente portata a partecipare, si sente capace di dare un contributo a risolvere i problemi che descrive e che conforta e di cui si accorge che non si parla abbastanza. La poesia, per Bassani, è un atto di dolore.

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SUL TAMBURO n.45: Diego Baldassarre, “Sinopie segrete”

Diego Baldassarre, Sinopie segrete, Falloppio (Como), LietoColle Editore, 2016

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di Giuseppe Panella

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Una sinopia è, nel linguaggio tecnico dei percorsi storico-artistici, il disegno preparatorio di un affresco, la sua fase iniziale che però si perde e si annulla nell’opera finale al momento della realizzazione compiuta di essa. Senza di essa, tuttavia, e senza la traccia lasciata sull’intonaco preparato per la pittura, l’opera pittorica non avrebbe corso e forse non avrebbe neppure senso.

Le “sinopie segrete “ del titolo alludono evidentemente al segreto corso della poesia, alla traccia nascosta che collega parole e immagini nell’ordito dell’ispirazione lirica.

Allude, tuttavia, anche e soprattutto alla mano del poeta che traccia linee di passaggio che collegano i suoi sogni e le sue emozioni alle parole designate per definirle e poi comunicarle a chi è in grado di accettarle e assimilarle come tali. La “sinopia segreta” del titolo allude probabilmente a questa necessità di produrre parole e versi che passano attraverso situazioni, spesso minime o non necessariamente significative come accadimenti, ma capaci di segnare e produrre impercettibili graffi sulla superficie verbale della realtà.

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SUL TAMBURO n.43: Giulio Perrone, “L’esatto contrario”

Giulio Perrone, L’esatto contrario, Milano, Rizzoli, 2015

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di Giuseppe Panella

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Perché nella vita avviene l’esatto contrario di quello che si pensa o che si spera? Perché la verità appare soltanto come il rovescio della menzogna e non mostra il suo vero volto di assoluta chiarezza e luminosità? Perché ciò che sembra si illumina dell’alone del vero e si mostra come la dimostrazione lampante di ciò che non è? Come si fa a dimostrare l’esatto contrario di ciò che è la verità e farsi credere?

Riccardo Magris è quello che si potrebbe definire un Peter Pan: irrisolto, senza una relazione stabile, con un reddito assai incerto (e spesso risibile) basato su magre collaborazioni con una rivista di non grande rilevanza culturale come “TuttoGiallo”, vive in un appartamento assai modesto che condivide con Sandro, sempiterno lettore della Recherche di Proust e la sua compagna Rachele che di mestiere fa la domina cioè la mistress professionale con annessi e connessi.

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Samuele Liscio, “La pioggia rara”

Samuele Liscio, La pioggia rara, prefazione di Giuseppe Panella, Robin, Torino 2017, pp. 112, Euro 12.

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di Andrea Galgano

La pioggia rara1, edito da Robin, di Samuele Liscio (1980), poeta pratese, alla seconda raccolta dopo Convalescenza (Europa edizioni), vincitrice del Premio Nazionale Giovane Holden, è un libro prezioso. Non solo per la florida rappresentazione della scena del mondo e del suo segreto inviolato, ma anche per la cura delle cesure, dei tagli e delle rincorse che la realtà dispone.

È un allarme incendiato che sprigiona dalla terra e insegue la vertigine rara, appunto, di ciò che compone l’essere, il fiato sperduto delle mimose e l’odore-vagito della primavera.

Questa rincorsa convalescente non percepisce vuoti ma intuisce il cardine nevralgico delle cose partendo da un desiderio, da un apice di senso e significato e, infine, da un dialogo inesausto con ciò che si ordina, si rappresenta, si vive.

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SUL TAMBURO n.40: Marco Nicastro, “Il buio e la luce”

Marco Nicastro, Il buio e la luce, prefazione di Lorenzo Renzi, Villapiana (Cosenza), Edizioni Aljon, 2016

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di Giuseppe Panella

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Un quadro, molto celebre e apprezzato, di Michelangelo Caravaggio campisce sulla copertina de Il buio e la luce di Marco Nicastro, un’opera cui l’autore dedica una nota fitta e significativa che merita un momento di riflessione. Del dipinto e dell’opera di Caravaggio viene detto icasticamente:

«Caravaggio aveva questo modo unico di giocare con la luce; riusciva a dare valore e consistenza volumetrica ed esistenziale ai personaggi della scena proprio grazie alla quantità di luce e di oscurità che faceva posare su di essi. Gli uomini e le donne dei suoi quadri entrano ed escono dalle tenebre, ora quasi definitivamente, ora solo per poco. In questo movimento è simbolizzata l’esperienza terrena di ogni uomo, fatta inevitabilmente di luci e ombre, spesso immersa nell’oscurità ma sempre con una possibilità di riscatto» (p. 59).

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SUL TAMBURO n.39: Rino Garro, “Valigie. Storie dal Mario & Gianni’s Restaurant”

Rino Garro, Valigie. Storie dal Mario & Gianni’s Restaurant, Cosenza, Falco Editore, 2016

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di Giuseppe Panella

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Questo libro di Rino Garro è un racconto di poche pagine (36 per l’esattezza) ma denso e succoso come un limone maturo, fatto di intuizioni e di allusioni, di sogni e di speranze, di tragedia e di illusioni in un domani migliore. Scritto in italiano ma tradotto in inglese eccellentemente da Maggie Rose e poi edito con una curiosa ed efficace soluzione grafica per cui il testo inglese appare rovesciato rispetto a quello italiano in una curiosa giustapposizione delle parti, il racconto di Garro si può riassumere in poche frasi e situazioni topiche.

Un giovane calabrese che insegna a Firenze, disilluso e stanco ma non domo dalle tristi vicende precedenti vissute in Italia, desideroso di iniziare una nuova vita in Inghilterra, porta con sè una valigia ripiena di tutto il suo avere trasportabile (omnia sua secum portat). Questa valigia ritorna nei suoi sogni e nelle sue angosce fino a diventare il suo pensiero predominante e l’oggetto che domina in tutte le sue paure.

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Prolegomeni alla sofferenza. “L’occasione della poesia” di Giuseppe Panella

Giuseppe Panella, L’occasione della poesia, Novara, Interlinea, 2015

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di Andrea Fallani

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1. La sublimazione del dolore
L’occasione della poesia (Interlinea, 2015) di Giuseppe Panella è una raccolta di poesie alla cui base vi è un’istanza autobiografica, «un’occasione» nella vita dell’uomo, prima ancora che del poeta: si tratta «dell’apparecchiamento della morte» e in particolar modo «il dolore, la fatica, il disagio, la noia che può precederla in molti casi»1. Tuttavia, meglio precisare sin da subito, il discorso poetico non si fa mai interamente autoreferenziale, al contrario, l’esperienza personale è spunto per indagare i rapporti tra vita e morte, tra tempo e spazio, tra sofferenza e serenità, tra l’uomo e il mondo.
L’imminenza della morte, pur cedendo a rimpianti per le occasioni e il tempo perduto (Proust sarà uno degli autori non citati che percorrono l’opera), lascia però adito alla speranza, alla costruzione di «un progetto di recupero delle radici vitali dell’esistenza e della sua modalità di sviluppo il più possibile armonioso»2. Sorretto dall’insegnamento epicureo e liberato dalla paura della morte, il poeta può così indagare i risvolti più dolorosi della vita e da essa trarne speranza, all’insegna della quale si concludono molte delle liriche («Ora ho solo bisogno del tempo – / di serenità nella sofferenza, / di sofferenze intente nella serenità / che ancora si congiunge / all’ambizione protetta / di continuare a vivere / nella gioia e nel dolore»3 oppure «Si può soltanto ritrovare / nello specchio del passato / tutto il desiderio del mondo / e riconoscerne intatto il valore fecondo»4).
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SUL TAMBURO n.38: Cinzia Della Ciana, “Acqua piena d’acqua”

Cinzia Della Ciana, Acqua piena d’acqua, Arcidosso (Grosseto), Effigi, 2016

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di Giuseppe Panella

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Un romanzo familiare come la grande letteratura del Novecento ha abituato i suoi lettori a partire dai Buddenbrook. Decadenza di una famiglia per finire con Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez o Menzogna e sortilegio di Elsa Morante (uno dei libri certamente presenti nel serbatoio della mente letteraria di Cinzia Della Ciana per via della continuità familiare e il susseguirsi di tre personaggi femminili, nonna, madre e nipote, nella scansione temporale della storia). Tre donne affrontano le loro vicende e si confrontano con l’acqua del fiume dell’esistenza ed è proprio al suo corso impetuoso quando “tira giù argine e macchia“ che il libro è dedicato.

Acqua piena d’acqua è un’espressione tipicamente russa che sta ad indicare l’acqua come pienezza di vita e come metafora della realtà umana, il momento in cui l’essere vivi viene pienamente raggiunto come obiettivo. Ed è all’acqua che Cinzia Della Ciana fa ricorso tutte le volte che deve descrivere le vicissitudini e le peripezie (in gran parte negative) delle sue protagoniste – la piena dell’Arno a Pisa che chiude il romanzo, tuttavia, ne sancisce l’avvenuta liberazione dall’alveo e la sua libertà di dilagare e tracimare felicemente conquistata.

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