SUL TAMBURO n.39: Rino Garro, “Valigie. Storie dal Mario & Gianni’s Restaurant”

Rino Garro, Valigie. Storie dal Mario & Gianni’s Restaurant, Cosenza, Falco Editore, 2016

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di Giuseppe Panella

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Questo libro di Rino Garro è un racconto di poche pagine (36 per l’esattezza) ma denso e succoso come un limone maturo, fatto di intuizioni e di allusioni, di sogni e di speranze, di tragedia e di illusioni in un domani migliore. Scritto in italiano ma tradotto in inglese eccellentemente da Maggie Rose e poi edito con una curiosa ed efficace soluzione grafica per cui il testo inglese appare rovesciato rispetto a quello italiano in una curiosa giustapposizione delle parti, il racconto di Garro si può riassumere in poche frasi e situazioni topiche.

Un giovane calabrese che insegna a Firenze, disilluso e stanco ma non domo dalle tristi vicende precedenti vissute in Italia, desideroso di iniziare una nuova vita in Inghilterra, porta con sè una valigia ripiena di tutto il suo avere trasportabile (omnia sua secum portat). Questa valigia ritorna nei suoi sogni e nelle sue angosce fino a diventare il suo pensiero predominante e l’oggetto che domina in tutte le sue paure.

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Prolegomeni alla sofferenza. “L’occasione della poesia” di Giuseppe Panella

Giuseppe Panella, L’occasione della poesia, Novara, Interlinea, 2015

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di Andrea Fallani

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1. La sublimazione del dolore
L’occasione della poesia (Interlinea, 2015) di Giuseppe Panella è una raccolta di poesie alla cui base vi è un’istanza autobiografica, «un’occasione» nella vita dell’uomo, prima ancora che del poeta: si tratta «dell’apparecchiamento della morte» e in particolar modo «il dolore, la fatica, il disagio, la noia che può precederla in molti casi»1. Tuttavia, meglio precisare sin da subito, il discorso poetico non si fa mai interamente autoreferenziale, al contrario, l’esperienza personale è spunto per indagare i rapporti tra vita e morte, tra tempo e spazio, tra sofferenza e serenità, tra l’uomo e il mondo.
L’imminenza della morte, pur cedendo a rimpianti per le occasioni e il tempo perduto (Proust sarà uno degli autori non citati che percorrono l’opera), lascia però adito alla speranza, alla costruzione di «un progetto di recupero delle radici vitali dell’esistenza e della sua modalità di sviluppo il più possibile armonioso»2. Sorretto dall’insegnamento epicureo e liberato dalla paura della morte, il poeta può così indagare i risvolti più dolorosi della vita e da essa trarne speranza, all’insegna della quale si concludono molte delle liriche («Ora ho solo bisogno del tempo – / di serenità nella sofferenza, / di sofferenze intente nella serenità / che ancora si congiunge / all’ambizione protetta / di continuare a vivere / nella gioia e nel dolore»3 oppure «Si può soltanto ritrovare / nello specchio del passato / tutto il desiderio del mondo / e riconoscerne intatto il valore fecondo»4).
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SUL TAMBURO n.38: Cinzia Della Ciana, “Acqua piena d’acqua”

Cinzia Della Ciana, Acqua piena d’acqua, Arcidosso (Grosseto), Effigi, 2016

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di Giuseppe Panella

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Un romanzo familiare come la grande letteratura del Novecento ha abituato i suoi lettori a partire dai Buddenbrook. Decadenza di una famiglia per finire con Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez o Menzogna e sortilegio di Elsa Morante (uno dei libri certamente presenti nel serbatoio della mente letteraria di Cinzia Della Ciana per via della continuità familiare e il susseguirsi di tre personaggi femminili, nonna, madre e nipote, nella scansione temporale della storia). Tre donne affrontano le loro vicende e si confrontano con l’acqua del fiume dell’esistenza ed è proprio al suo corso impetuoso quando “tira giù argine e macchia“ che il libro è dedicato.

Acqua piena d’acqua è un’espressione tipicamente russa che sta ad indicare l’acqua come pienezza di vita e come metafora della realtà umana, il momento in cui l’essere vivi viene pienamente raggiunto come obiettivo. Ed è all’acqua che Cinzia Della Ciana fa ricorso tutte le volte che deve descrivere le vicissitudini e le peripezie (in gran parte negative) delle sue protagoniste – la piena dell’Arno a Pisa che chiude il romanzo, tuttavia, ne sancisce l’avvenuta liberazione dall’alveo e la sua libertà di dilagare e tracimare felicemente conquistata.

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SUL TAMBURO n.37: Gianluca Barbera, “La truffa come una delle belle arti”

Gianluca Barbera, La truffa come una delle belle arti, Reggio Emilia, Aliberti Gruppo Editoriale, 2016

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di Giuseppe Panella

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«A voler credere alle congiunzioni astrali il 1842 fu un anno colmo di prodigi. […] E, dulcis in fundo, il mio bisnonno Petreus, detto Pepé, stupì il mondo con l’esibizione di un esemplare di sirena ribattezzato la “Sirena delle Galàpagos”. Migliaia di persone si misero in fila per ammirarla, ignare del fatto che si trattava di un banale innesto tra la testa e il torso di uno scimpanzé e la coda di un tonno essiccato. La creatura aveva la bocca spalancata, la coda piegata verso l’alto e le braccia protese, come raggelate in uno slancio disperato. Pareva morta tra indicibili tormenti. Anni dopo Pepè avrebbe ricordato la cosa con queste parole, sputando a terra: “Era una creatura brutta e rinsecchita, di colore melmoso, lunga un metro e mezzo, ed emanava un odore nauseabondo, ti assicuro…”. L’aspetto repellente della sirena non tenne lontana la folla dei curiosi venuti da ogni parte, disposti a scucire senza batter ciglio l’esorbitante prezzo del biglietto, per nulla scoraggiati dal fetore che quell’essere rattrappito emanava» (pp. 13-14).

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SUL TAMBURO n.35: Alberto Casiraghy – Luciano Ragozzino, “Le emozioni delle mosche. Aforismi incisi”

Cover Ragozzino:Layout 1Alberto Casiraghy – Luciano Ragozzino, Le emozioni delle mosche. Aforismi incisi, Bologna, Pendragon, 2016

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di Giuseppe Panella

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Le illustrazioni di Luciano Ragozzino sono bellissime, gli aforismi di Alberto Casiraghy sono intriganti e densi di un umore nero pensoso e rassicurante nello stesso tempo. Il pessimismo che le contraddistingue, infatti, non è mai aspro o amaro come un limone maturato troppo in fretta, ma raddolcito dalla bonomia di una bontà programmatica e forse congenita, incapace di nuocere. Molti di essi meritano un approfondimento, però, una ri-lettura che le ripoerti alla loro dimensione originaria:

«Le emozioni delle mosche non interessano proprio nessuno» (p. 56).

se non le mosche stesse, animali fastidiosi e incalzanti, che non sembrano suscitare negli altri esseri viventi sensazioni che non siano di dispetto uggia o fastidiosa caccia mortale per loro.

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SUL TAMBURO n.34: Domenico Cacopardo, “Semplici questioni d’onore”

domenico-cacopardo-semplici-questioni-donoreDomenico Cacopardo, Semplici questioni d’onore, Venezia, Marsilio, 2016

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di Giuseppe Panella

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Concetto Granaleo, detto Tino, studente a Scienze Politiche, innamorato perso della cugina carnale Ornella che lo ricambia, è stato allevato dalla zia Antonia: la madre è morta quando lui era piccolissimo e il padre è scomparso da Messina il 31 dicembre 1943 e non ha più fatto avere alcuna notizia di sé. Il giovane è molto legato a uno dei suoi tanti cugini, Demetrio, con il quale ha condiviso esperienze di vita, di caccia e di aspirazioni al successo con le donne e con la futura professione. Ma una notte, al suo ritorno a casa in tarda notte, succede qualcosa: due individui pericolosi si introducono in casa convinti che il giovane non ci sia e uccidono la zia con un colpo di coltello in pieno petto. Tino sente tutto ma non si muove dal nascondiglio improvvisato di camera sua: in seguito accuserà se stesso di una vigliaccheria congenita e meschina, umiliante e vergognosa, ma salverà in questo modo la vita (come gli dice il cugino Demetrio cui confiderà la sua debolezza).

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SUL TAMBURO n.33: Mario Quattrucci, “Ogni giorno è quel giorno””

mario-quattrucci-ogni-giorno-e-quel-giornoMario Quattrucci, Ogni giorno è quel giorno. Versi, Torino, Robin, 2015

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di Giuseppe Panella

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Memoria / non è peccato fin che giova. Dopo / è letargo di talpe, abiezione / che funghisce su di sé (Eugenio Montale, La bufera) – è una delle quattro epigrafi che campiscono con nitore e secchezza espressiva sulla prima pagine del libro di Mario Quattrucci. Politico militante degli anni d’oro del Pci, operatore culturale (è Presidente del Premio Feronia Città di Fiano fin dalla sua fondazione), poeta e noto come il creatore della serie poliziesca legata alla Roma del commissario Marè (almeno dieci volumi ma potrei sbagliare il conto), il poeta romano si conferma autore duttile e capace di modulare tutte le gamme della scrittura lirica.

Ne è conferma questa sua ultima raccolta di poesie dove allo sperimentalismo delle poesie “in forma di rosa” (in un incontro-scontro-confronto con Pasolini) si mescola il lirismo della tradizione italiana e la capacità di legare “memoria e desiderio” (per citare solo di sfuggita Eliot).

Il poeta Quattrucci è scabro come una pietra pomice (quella del libellum di Catullo) e i suoi versi sono pervasi, da un lato, dalla nostalgia per un passato che è già trascorso e talvolta invano, dall’altro da una consapevole accettazione di un presente che non piace ma che pure bisogna prendere in considerazione e che è necessario, in qualche modo, accettare.

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Il caso Polleri: la scrittura tra follia e totalitarismo. Felipe Polleri, “Germania, Germania”

felipe-polleri-germania-germaniaFelipe Polleri, Germania, Germania!, A cura di Loris Tassi, Salerno, Arcoiris, 2016, pp. 220, euro 14,00.

Il caso Polleri: la scrittura tra follia e totalitarismo

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di Primo De Vecchis

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Può risultare interessante capire come funziona la prosa di Felipe Polleri, scrittore uruguaiano nato nel 1953 a Montevideo, autore del romanzo Germania, Germania!, edito da Arcoiris (collana: Gli eccentrici). Troviamo sempre un narratore in prima persona, che cattura la nostra attenzione con i suoi discorsi lucidi e al tempo stesso ossessivi. Mentre avanziamo nella lettura scopriamo dettagli sempre più inquietanti, bizzarri o meschini. Inoltre il narratore passa da un argomento all’altro con estrema disinvoltura, creando una sensazione di caos controllato. Gli episodi insignificanti e i dettagli nevrotici costituiscono la trama evidente di questa prosa, che avviluppa il lettore nella sua morsa, per non abbandonarlo più fino alla fine. A un certo punto si palesano delle fiammate di follia pura: «Questo, in fin dei conti, è solo un romanzo di guerra scritto da un morto, anzi da uno che morì due volte» (p. 31). Spuntano come funghi immagini allucinogene: «È che simpatizzo con i pazzi, oltre a diventare come loro di tanto in tanto» (p. 35). Ecco quindi arrivare marziani, nani, i Krak (un incrocio tra gli uomini e gli insetti). Eppure stiamo parlando di uno scrittore minore, che lavora nel controspionaggio al servizio degli alleati durante la Seconda Guerra Mondiale! Si chiama Christopher, come Marlowe, il tragediografo: infatti è inglese. Da ciò si evince che i temi del libro sono almeno due: la follia e il totalitarismo (nazista).

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SUL TAMBURO n.32: Simona Lo Iacono, “Le streghe di Lenzavacche”

simona-lo-iacono-le-streghe-di-lenzavaccheSimona Lo Iacono, Le streghe di Lenzavacche, Roma, Edizioni E/O, 2016

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di Giuseppe Panella

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Come può una famiglia di sole donne continuare a perpetuarsi se non fosse composta da streghe la cui attività meritoria (anche se considerata criminale) dura ininterrotta dal 1600? E’ il punto di partenza che scatena la scrittura di Simona Lo Iacono e la spinge a narrare una storia che trae origine in un determinato periodo storico (il 1938, l’anno del massimo consenso tributato al regime fascista in Italia) e si distende diacronicamente a raccontare le vicende di un paese e delle sue abitanti più ostinate e più straordinariamente coerenti nella resistenza al conformismo sempre imperante nella penisola e ai costumi bigotti e reazionari che lo contraddistinguono.

Le streghe di Lenzavacche (in realtà una piccola località nel comune di Noto che qui acquista respiro simbolico e molto più rilevante rispetto alla sua ampiezza topografica quasi a indicare e a prefigurare la lotta contro le prevaricazioni del Potere e la volontà di sconfiggerle sia pure parzialmente) è un romanzo che vuole indicare una strada e proporre delle soluzioni anche se si attiene al registro della narrazione storica di fatti quasi-veri.

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Marino Magliani, “Il creolo e la Costa”

marino-magliani-il-creolo-e-la-costaMarino Magliani, Il creolo e la Costa, Fusta editore, 2016, pp.155, € 16

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di Stefano Costa

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C’è qualcosa che nasce dalla penna di Marino Magliani e che riesce sempre, romanzo dopo romanzo, a narrare di uno specifico tassello di mondo: e per uno scrittore qual è Magliani, mi dico, quel mondo è sempre lo stesso, eppure in espansione.

Quest’illusione – quella di abitare un mondo unico e plurale assieme – è generata dalla specificità semantica: luce, solitudine, qualcosa che ha a che fare con il silenzio. Qui, ne Il creolo e la Costa, la semantica del silenzio è stata declinata all’esperienza dell’attraversamento. La figura principe – quella di Manuel Balgrano: il generale che ha dato i natali all’Argentina – è personalità storica e personaggio romanzesco insieme. Dal Nuovo continente al Vecchio, da Buenos Aires a Londra, da Londra a Costa d’Oneglia: l’attraversamento fisico è solo una rotta, niente più.

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Mauro Francesco Minervino, “Stradario di uno spaesato”

mauro-francesco-minervino-stradario-di-uno-spaesatoMauro Francesco Minervino, Stradario di uno spaesato, Melville, 2016, pp. 253, € 17.50

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di Marino Magliani

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Qualche settimana fa, trovandomi in Italia in un paesino pietroso di nome Costa d’Oneglia, ho scoperto su una pietra la forma di un serpentello. Era come se la superficie della pietra fosse una pellicola e il serpentello si facesse spazio là sotto da millenni e al mio arrivo si fosse fermato per sempre. Mi fu chiaro fin da subito che ogni qualvolta io avessi ricordato quel mio soggiorno in Liguria, mi sarebbe tornata alla mente la scoperta del serpentello e che, conoscendomi, questa cosa l’avrei infilata in chissà quante storie. Il padrone della pietra “serpentata” che stava sopra il muretto di una villetta, mi ha spiegato il trucco. Ora qualcosa so.

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SUL TAMBURO n.31: Alberto Figini – Paolo Dapporto, “Lupo Alpha”

alberto-figini-paolo-dapporto-lupo-alphaAlberto Figini – Paolo Dapporto, Lupo Alpha, Carmignano (Firenze), Attucci Editrice, 2016

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di Giuseppe Panella

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Il lupo alpha è considerato di solito il capobranco, l’animale-guida cui si ispirano le azioni degli altri lupi e a cui essi fanno riferimento per le scelte fondamentali riguardo la loro vita. Secondo le teorie etologiche più recenti, non è una figura di capo autentico e non ha mansioni dittatoriali-direttoriali ma è un esempio di vita e di azione per altri animali più deboli e più gregari nel loro orientamento di vita. Danilo Gini viene indicato dal Pubblico Ministero nel processo che lo vide protagonista e che ne sancì la condanna a due ergastoli per omicidio e traffico di droga proprio come un lupo alpha, un capobranco astuto, spietato, capace di indurre al delitto coloro che lo circondano e che dipendono moralmente dalle sue decisioni.

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Alessandro Zaccuri, “Lo spregio”

alessandro-zaccuri-lo-spregioAlessandro Zaccuri, Lo spregio, Marsilio, 2016, pp.120, 16 €

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di Marino Magliani

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Leggendo Lo spregio, (Marsilio, 2016), di Alessandro Zaccuri, anche se il libro è ambientato nel comasco e io mi trovavo nell’estrema Liguria occidentale, ho ritrovato quel senso di frontiera invernale e piovosa che conosco molto bene. È tuttavia l’ultimo dei temi, e non avrei mai immaginato che decidendo di scriverne avrei iniziato proprio da “quel senso”. Sia chiaro, è qualcosa che vivo io, e che a molti lettori magari non è importato o non l’hanno saputo riconoscere, e comunque non lo sceglierebbero come attacco di un pensiero, visto che qui le cose ottime non mancano. Forse ne parlo perché quel senso che fa della frontiera un dentro o fuori, in realtà, se vogliamo ben vedere, nel libro appare molto sullo sfondo. Come rimane ai margini l’altro senso di frontiera, quello di una zona pulsante che prende un bel po’ di là, in questo caso di Svizzera, e un bel po’ di qua, la vallata italiana di traffico intenso. Ma è davvero così, lo è come se a Zaccuri non fosse importato ricreare con dovizia di dettagli (quando lo fa lo fa bene) certe atmosfere? Io un’idea ce l’ho.

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SUL TAMBURO n.30: “Sotto un altro cielo” a cura di Claudio Volpe

copertina_sottounaltrocielo:copertina_ferrero.qxd.qxdDacia Maraini – Giampiero Rossi – Gianfranco Di Fiore – Renato Minore – Francesca Pansa – Pierfrancesco Majorino – Simone Gambacorta – Claudio Volpe – Paolo Di Paolo – Michela Marzano – Alessandro Di Meo, Sotto un altro cielo, a cura di Claudio Volpe, Milano, Laurana, 2016

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di Giuseppe Panella

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Undici contributi (otto racconti, due interventi teorici, una testimonianza personale) su vicende, storie, narrazioni legati alla questione delle grandi migrazioni che stanno avvenendo in Europa a partire dalle guerre e dai genocidi che hanno contraddistinto la scena geopolitica degli ultimi anni.

Undici tentativi di fare chiarezza raccontando e mostrando (come è sempre avvenuto nella grande tradizione narrativa) ciò che è avvenuto e che avviene ancora, tragicamente, disperatamente, assurdamente, sulle coste italiane, nelle isole dell’Egeo, ai confini dela Turchia e poi dell’Europa civilizzata che una volta si faceva chiamare Mitteleuropa. Undici tentativi di parlare della grande tragedia del mondo (di quello opulento o ex-tale e di quello una volta detto Terzo e oggi ormai moltiplicato in Quarto), delle fughe in massa di tanti uomini e donne (e dei loro figli e figlie) che scelgono di rischiare la loro vita infame e macilenta in nome di un’altra vita, una vita migliore e degna di essere considerata tale.

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SUL TAMBURO n.29: Maria Roccasalva, “La compagnia dei naufraghi”

maria-roccasalva-la-compagnia-dei-naufraghiMaria Roccasalva, La compagnia dei naufraghi, Napoli, Tullio Pironti Editore, 2014

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di Giuseppe Panella

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Con questo suo romanzo (che non è certo il suo ultimo, dato che nei primi mesi del 2016 ha pubblicato Il Chiostro dei Miracoli, sempre per Pironti di Napoli), Maria Roccasalva prosegue il suo percorso storico attraverso la Napoli sconosciuta e misteriosa del Medioevo e dell’età in cui la grande città partenopea era ancora libera e non era ancora stata conquistata da Angioini o Aragonesi o Borboni e sempre in lotta perenne con lo Stato della Chiesa che avrebbe voluto sottometterla definitivamente. Esemplari per questa sua ricerca letteraria e antropologica insieme restano alcuni suoi testi narrativi, in particolare la Trilogia di Costantinopoli (Intrigo a Costantinopoli, 2008; Il Danubio non parla latino, 2009; È notte anche per me, 2010, tutti per lo stesso editore Pironti).

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Poesie come “nodi e vertigini”

nodi-e-vertigini-sylvia-zanottoSylvia Zanotto, Nodi e vertigini, Nardini Editore, 2016, pp. 206, 14,00€

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di Stefano Lanuzza

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Mentre le maggiori case editrici italiane rimuovono le collane dedicate alla poesia, tocca a pochi editori cosiddetti ‘piccoli’ – ma, invero, coraggiosi e lungimiranti – promuovere le ragioni anche sociali e la stessa esistenza pubblica dei poeti. È il caso dell’editore fiorentino indipendente Nardini, il quale, scommettendo su una poiesis affrancata dal commercialismo mediatico e trasvalutando la dominante ‘prosa della contabilità’, propone, alla fine del 2016, la cospicua raccolta di versi Nodi e vertigini (pp. 206) di Sylvia Zanotto; che, poetessa senza mercatura e talentuosa traduttrice (sua, presso Barbés, l’empatica ‘trasposizione’ del 2012 di Sang damné, 2011, di Alexandre Bergamini), così s’ammonisce: “Hai imparato a scrivere. Ma non a far di conto”. E la vita? “La traduco”. Aggiungendo con un’ombra di mestizia: “Io sono / pesante. / Scrivo ma non so niente”. Come richiamandosi al Paul Celan che nel suo Diario scrive: “Io sono pesante. Leggeri sono gli stronzi”.

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Quella frontiera impalpabile di Pablo Besarón.

pablo%ef%bb%bf-besaron-effetti-collateraliPablo Besarón, Effetti collaterali, A cura di Livio Santoro, Salerno, Arcoiris, 2016, pp. 124, euro 11,00.

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di Primo De Vecchis

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Mi sono imbattuto nello scrittore argentino Pablo Besarón qualche anno fa, quando stavo indagando sul tema della cospirazione politica in Roberto Arlt. Besarón infatti è l’autore di un pregevole volume di saggi letterari dal titolo La conspiración: Ensayos soble el complot en la literatura argentina [La cospirazione: Saggi sul complotto nella letteratura argentina]. Tra questi spiccano i saggi su Arlt: Ficción, política y conspiración [Arlt: Finzione, politica e cospirazione], su Borges y la conspiración como utopía social [Borges e la cospirazione come utopia sociale], su Rodolfo Walsh: Conspiración y Resistencia [Rodolfo Walsh: Cospirazione e Resistenza]. Ma il volumetto indaga anche le figure più o meno note di Mariano Moreno, Esteban Echeverría, Domingo Faustino Sarmiento, José Marmol, Julián Martel, Gustavo Perednik e Ricardo Piglia. Il tema del complotto, della cospirazione (che può deragliare nel complottismo e nel cospirazionismo) è particolarmente legato al postmodernismo nordamericano.

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SUL TAMBURO n.28: Pasquale Vitagliano, “Habeas corpus”

pasquale-vitagliano-habeas-corpusPasquale Vitagliano, Habeas corpus, Lavagna (Genova), Edizioni Zona, 2015

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di Giuseppe Panella

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L’habeas corpus come pratica giuridica, introdotta per la prima volta il 15 giugno del 1215 per effetto della ratifica della Magna Charta ad opera del re Giovanni Senza Terra, costretto ad accettarla dalla volontà imperiosa dei suoi baroni in rivolta, è una delle pietre miliari del diritto e della civiltà europea, soprattutto nei paesi dove vige la Common Law e in cui tale principio è stato applicato ininterrottamente fin da allora. La sua base applicativa implica l’impossibilità di essere accusati senza un’accusa precisa e di essere detenuti sulla base di un semplice sospetto dovuto all’arbitrio di un giudice o di un sovrano. Grazie all’habeas corpus, non è possibile in Inghilterra e negli Stati Uniti d’America incarcerare nessuno senza un’accusa precisa e senza un mandato giudiziario – la richiesta di arresto, quindi, deve essere suffragata da accuse precise.

Ma perché intitolare ad esso un libro di liriche appassionate come è questo di Vitagliano?

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SUL TAMBURO n.27: Il fascino discreto della pedagogia. Michela Murgia, “Chirù”

michela-murgia-chiruIl fascino discreto della pedagogia. Michela Murgia, Chirù, Torino, Einaudi, 2015

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di Giuseppe Panella

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È singolare come il percorso letterario e tematico di Michela Murgia coincida (ma in modo palindromicamente rovesciato) con quello di uno scrittore da lei molto lontano come Flaubert. All’inizio, la scrittrice sarda ha redatto uno Sciocchezzaio o Dizionario dei luoghi comuni con il suo libro d’esordio (Tutto il mondo deve sapere, Milano, Isbn Edizioni, 2006 – una raccolta vibrante di aneddoti di cronaca vissuta e di (mal)costume cui si è ispirato anche il regista Paolo Virzì per un suo film non troppo ben riuscito, Tutta la vita davanti del 2008). Poi si è cimentata con il suo Salammbô (la Sardegna ancora arcaica dei riti e delle credenze in un mondo soprannaturale dove c’è spazio per chi, da psicopompa, accompagna i non ancora defunti nel regno dei morti) e anche con una possibile Madame Bovary sempre con lo stesso, magnifico romanzo, Accabadora (Torino, Einaudi, 2009) dedicato com’è alla descrizione dell’infanzia e del passato remoto riletto nel presente.

E ora con questo suo ultimo Chirù prova a redigere la propria, personale Educazione sentimentale, anche se non ci riesce del tutto compiutamente.

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Firenze in “prosa d’arte”. Francesco Gurrieri, “Altri frammenti narrativi”

francesco-gurrieri-altri-frammenti-narrativiFirenze in “prosa d’arte”. Francesco Gurrieri, “Altri frammenti narrativi”

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di Stefano Lanuzza

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Sono elzeviri, brevi racconti e fulminanti saggi coniati in preziosa “prosa d’arte” d’ascendenza leopardiana e rondista i nuovi scritti che Francesco Gurrieri, architetto di fama e letterato, raduna nel libro Altri frammenti narrativi (Firenze, Edizioni Clichy-Leonardo, 2016, pp. 124, € 10,00), dove l’incipit dedicatorio marca nella figura anaforica di struggenti «Vorrei» nostalgie che il tempo ha trasformato nel sogno di un cielo d’Islanda solcato dal volo arcano di chimerici uccelli «che non sono corvi né gabbiani».

Senonché accade che ogni tono idilliaco debba presto cedere il posto al pamphlet sciolto nell’accorata critica delle comunicazioni di massa che molto spesso, sempre più impudenti, altro non sanno trasmettere se non la peculiare, ipertrofica ignoranza di taluni carneadi o tenutari che le gestiscono. Così, a proposito dei conflitti che aduggiano l’umana convivenza, può capitarti di dover sentire, durante una trasmissione radiofonica, la voce d’un ignorantone in carriera (se «per ignoranza intendiamo» vorrebbe sdrammatizzare Gurrieri «la “condizione culturale di chi, semplicemente, ignora”») strologare sulla rivalità fra Coppi e tal “Bartàli”… Ma come, alla radio hanno detto Bartàli, hanno detto?! Un calpestio di ciabatte rintrona nelle orecchie, un velo nero cala davanti agli occhi; ed è un senso di vuoto, autentico horror vacui, sconfortata cenofobia quanto coglie il malcapitato ascoltatore lasciandolo basito… Ennò, Bartàli non si può sentire, non si può sopportare: «“Bartàli” non lo dovevano dire» s’inquieta l’autore.

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SUL TAMBURO n.26: Francesco Azzirri, “Sostanze in fiera”

francesco-azzirri-sostanze-in-fieraFrancesco Azzirri, Sostanze in fiera, Buccino (Salerno), Eretica Edizioni, 2015

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di Giuseppe Panella

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I quattro elementi sono al centro della ricerca poetica che inaugura questa prima produzione lirica di Francesco Azzirri. Acqua fuoco terra e aria si inseguono e si susseguono in un andirivieni di sensazioni, di sogni, di incerti movimenti e di osservazioni puntuali.

Nell’aria predominano le Creature, esseri un po’ misteriosi e un po’ fatui che si aggirano per il mondo cercando di farsi comprendere dagli uomini e dando loro l’occasione di stupirsi:

«Il maledetto (o impiccato). Strapiombo d’altura / giaciglio sghembo / riempito / da un albero aggobbito. // Il ramo s’inchina / tra ruvide braccia / galante s’insinua / nel vuoto s’affaccia / disposto ad amare / la forca di cordame. // E gira a mezz’aria / l’umana vertigine / in tenebra giostra. // Sconfitta creatura / – rondella carnale – / al margine, in bilico / perno infernale. // La fronte rivolta / in cielo di vene / tra nuvolo marmo / specchiato di fiele. // Immerso nel vuoto / perso è il traguardo / al prodigo ed aulico / voltato lo sguardo. // E cercano gli occhi / permeati del torto / l’appiglio di un conforto» (p. 19).

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SUL TAMBURO n.25: Renzo Paris, “Il fenicottero. Vita segreta di Ignazio Silone”

renzo-paris-il-fenicottero-vita-segreta-di-ignazio-siloneRenzo Paris, Il fenicottero. Vita segreta di Ignazio Silone, Roma, Elliott, 2014

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di Giuseppe Panella

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Consacrato ormai dalla pubblicazione dei due Meridiani intitolati a suo nome, ancora ristampato in edizioni tascabili a larga diffusione, Silone è un autore abbastanza letto (considerati i bassissimi standard italiani) soprattutto su base scolastica ma ormai poco frequentato dalla critica letteraria militante e anche da quella accademica. In realtà, la sua parabola esistenziale è stata maggiormente oggetto di ricerca da parte di storici contemporanei come Dario Biocca e Mauro Canali1 le cui affermazioni circa l’attività da doppiogiochista e informatore dell’OVRA di Silone hanno suscitato ampie polemiche e dure prese di posizione. Certo fin dall’uscita del suo testo autobiografico contenuto in Il Dio che è fallito (poi confluito in Uscita di sicurezza2), la sua figura di transfuga dal Partito Comunista ai tempi delle purghe staliniane e della lotta antifascista aveva gettato su di lui la lunga ombra del tradimento. Ma il libro di Renzo Paris che prende spunto dal termine usato dai comunisti in clandestinità per definire se stessi va al di là anche delle pur importanti ricerche archivistiche di Canali e di Biocca e tenta un affondo nella complessa e spesso contorta personalità di Silone con l’aiuto della psicologia del profondo e di Carl Gustav Jung (come pure dello stretto collaboratore di quest’ultimo di cui lo scrittore pescinese fu probabilmente un paziente, sia pure per un breve periodo). Ma l’importanza di questo romanzo-saggio di Paris non è costituito dalla sua ricostruzione minuziosa e perspicua dei primi trenta anni di vita di Ignazio Silone.

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SUL TAMBURO n.24: Synthesis, “Viaggio di un piccolo principe”

Senza titolo-1Synthesis, Viaggio di un piccolo principe, a cura di Mario Costanzi, Roma, Terre Sommerse, 2015

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di Giuseppe Panella

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Mario Costanzi è un sacerdote, parroco in paesini probabilmente bellissimi e probabilmente sperduti in quel del Senese, appassionato di scrittura e di canto e suonatore di chitarra.

Il suo interesse per il romanzo di Saint-Exupéry nasce nel 1987 attraverso la sua collaborazione con una misteriosa Mademoiselle Margot con cui mette in musica alcune situazioni del Piccolo Principe trasformandole in canzoni. Da allora, il suo amore per questa vicenda capace di far commuovere (e far pensare) grandi e bambini è continuata molto a lungo nel tempo fino a culminare in questo Viaggio… come spettacolo strutturato in una serie di passaggi musicali legati alle principali vicende raccontate nel romanzo.

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ESTETICA DEL MITO E SCRITTURA MITOPOIETICA IN RICCARDO FERRAZZI

Riccardo Ferrazzi, Noleggio arche, caravelle e scialuppe di salvataggioESTETICA DEL MITO E SCRITTURA MITOPOIETICA IN RICCARDO FERRAZZI in  Riccardo Ferrazzi, Noleggio arche, caravelle e scialuppe di salvataggio, Fusta Editore, 2016.

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di Giuseppe Panella

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«Ciò che è stato storicamente, ritorna con la morte nell’ambito della natura, e ciò che è stato naturalmente ricade infine con la morte nell’ambito della storia»

(Walter Benjamin)

Questo importante libro di Riccardo Ferrazzi non si presenta con i caratteri del classico studio accademico e paludato sul mito ma come una ricerca sul campo. L’autore esamina in dettaglio gli aspetti del problema che lo affascinano e che gli competono maggiormente e poi trae le proprie conclusioni da scrittore piuttosto che da antropologo o da etnologo (come accade di solito negli studi dedicati alla natura mitica dell’immaginario collettivo o della società umana).

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Luigi Milani, “Un altro futuro”

Luigi Milani, Un altro futuroLuigi Milani, Un altro futuro, Edizioni Scudo, 2016, pp.121

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di Francesco Sasso

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Un altro futuro di Luigi Milani, edito da Edizioni Scudo, è una raccolta di racconti fantastici e di fantascienza. In questo libro troviamo tutto: guerre che distruggono la Terra, società governate da robot, viaggi spaziali, esplorazione dello spazio e la sua colonizzazione, invasioni di alieni, viaggi nel tempo, dimensioni parallele, realtà virtuali, intelligenze artificiali. Insomma, Milani recupera tutto l’armamentario della fantascienza. Pagine oneste in cui il cultore del genere trova casa.

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SUL TAMBURO n.22: Mariagrazia Carraroli, “Paesaggio condominiale”

Mariagrazia Carraroli, Paesaggio condominialeMariagrazia Carraroli, Paesaggio condominiale. Poesie, illustrazioni di Luciano Ricci, Firenze, Florence Art Edizioni, 2015

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di Giuseppe Panella

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Ciascuno di noi vive insieme agli altri, in circostanze che sono sempre diverse ma, in fondo, restano sempre le stesse, ripetute e rinnovate giorno dopo giorno, ora dopo ora. I condominii sono parte integrante del nostro paesaggio mentale, del nostro modo di vivere associato. Convivenza non sempre agevole (talvolta spiacevole, talvolta turbolenta ma anche fonte di sorprese), quella condominiale è un’esperienza comune a tutti che merita, proprio per questo, di essere trasformata in emozioni e in situazioni liriche. Mariagrazia Carraroli ne è ben consapevole nel suo libro che nasce da esperienze quotidiane e personali rivissute e trasformate in parole di consapevolezza raggiunta:

«PAESAGGIO CONDOMINIALE. Oltre il balcone / il pino marittimo in burrasca / lancia segnali. // Travolto legno / in mare sconvolgente / per folle nocchiero / ha il fiato di Monte Morello. // Il telo del quarto piano / e la selva degli aghi / ricuciono lesti la quiete. // Dipana l’azzurro / appena sbiancato / da orme fuggitive di tempesta» (p. 12).

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SUL TAMBURO n.21: Salvatore Martino, “Cinquant’anni di poesia 1962-2013”

Salvatore Martino, Cinquant'anni di poesiaSalvatore Martino, Cinquant’anni di poesia 1962-2013, a cura di Donato di Stasi, Roma, Edizioni Progetto Cultura, 2015

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di Giuseppe Panella

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Cinquant’anni, mezzo secolo di poesia, sono tanti e va da sé che non si possono racchiudere in una formula, in una frase che abbracci un percorso tanto lungo e tanto variegato. Il tentativo, tuttavia, va comunque fatto perché l’esperienza poetica di Salvatore Martino ha caratteristiche sue peculiari che non debbono passare inosservate nel mare magnum del calderone della poesia contemporanea.

Il percorso di Martino, peraltro ben ricostruito da Donato di Stasi nella sua massiccia Introduzione al volume, inizia nel 1969 (anche se molti testi raccolti in questo volume risalgono già al 1962) con Attraverso l’Assiria (Caltanissetta, Casa Editrice Terzo Millennio, 1969) e La fondazione di Ninive (Roma, Carte Segrete, 1977), due raccolte che incidono già, nel mondo poetico e culturale del poeta, il segno pieno della sua scrittura e della sua aspirazione a una visione colorata e sanguigna del mondo con cui si confronta. In essi – scrive di Stasi:

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Antonino Contiliano, “Futuro eretico”

cop-stamapata futuro eretico copiaAntonino Contiliano, Futuro eretico, Ed. Fermenti, 2016

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di Franca Alaimo

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Scrive Antonino Contiliano nel testo “Le radici del passato” (pag. 36) “Farfalle vorrei tossiche i poeti”, enunciando una poetica fedelmente perseguita, fin dai suoi esordi nella letteratura in un clima di protesta sessantottina, che non soltanto fallì i suoi obiettivi, ma che mise in atto un riflusso reazionario, da cui sono stati generati altri mostri, non ultimo “il piatto della solitudine collettiva” in seguito al dominio del “world facebook”, in cui è del tutto annegata ogni capacità individuale di reattività critica, di indipendenza deragliante, di visionarietà trasformatrice.

Contiliano usa ancora la poesia come un’arma che un’inusuale e composita tessitura linguistica rende tagliente e, appunto, tossica. Lanuzza, nella sua recente, pluricentrica opera “Il bosco, il mondo, il caos”, così scrive (pag. 41): “Contro il conformismo vestito d’obiettività, la poesia produce linguaggi ‘altri’ e diversi da quelli egemoni mai definitivi o legiferati; e interagenti con la prassi d’una critica generale e permanente, non addomesticabile dal pervasivo codice del dominio e delle sue predeterminate garanzie di senso”.

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SUL TAMBURO n.20: Guido Guidi Guerrera, “La truffa”

Guido Guidi Guerrera, La truffaGuido Guidi Guerrera, La truffa, Reggio Emilia, Imprimatur Edizioni, 2016

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di Giuseppe Panella

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La più grande (e riuscita) truffa della storia dell’Occidente avvenne a Lisbona tra il 1925 e il 1926. Le sue ripercussioni furono enormi per la storia della nazione lusitana – senza il gravissimo scandalo suscitato dalla burla (come viene chiamata in portoghese) orchestrata da Arturo Virgilio Alves do Reis e dai suoi complici di tutta Europa, e dalle sue ripercussioni a livello economico nazionale e internazionale, l’inflazione non avrebbe dilagato in Portogallo e i militari non avrebbero trovato la forza e il consenso necessari a prendere il potere (con il colpo di stato del 28 maggio 1926 che portò al potere António de Oliveira Salazar per lunghi decenni fino alla “rivoluzione dei garofani” del 1975). Non si trattò, allora, solo di un evento criminale sia pure di livello notevolmente alto per conseguenze e implicazioni ma della tipica goccia che fece traboccare un vaso fino allora rimasto colmo soltanto fino all’orlo (analoghe conseguenze ebbero storicamente eventi dello stesso tipo: l’affaire Stavisky nella Francia del 1934 con le imponenti conseguenze che ebbe sul governo del radicale Camille Chautemps costretto alle dimissioni e, più indietro nel tempo, nel 1786, l’affaire del collier della regina Maria Antonietta all’alba della grande stagione della Rivoluzione Francese – sembrerebbe che, dal punto di vista della storia universale, grandi truffe siano i prodromi di grandi eventi successivi, siano rivoluzionari o meno).

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SUL TAMBURO n.19: Donatella Giancaspero, “Ma da un presagio d’ali. Poesie”

Donatella Giancaspero, Ma da un presagio d'aliRIMUOVERE IL SUPERFLUO. Donatella Giancaspero, Ma da un presagio d’ali. Poesie, Milano, La Vita Felice, 2015

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di Giuseppe Panella

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“Rimuovere il superfluo” dal dettato lirico e linguistico sembra la parola d’ordine di questo prezioso libretto di versi che distilla il percorso poetico di lunghi anni di riflessione di Donatella Giancaspero:

«Eppure vorremmo / rimuovere / tutto il superfluo / da noi stessi, raschiare via / ogni vanità / e la finzione, / che oscura l’animo / e ci fa vili, / soli / nella vita. // Vorremmo possedere / il nucleo / primigenio del cuore, / cellula intatta, / da cui rinascere / così chiari ed essenziali, / come lo spazio / che si rinnova infinito / nella tua mente / e si fa luce in movimento, / si fa suono, vento… // e strada, / ancora strada / da percorrere» (p. 55).

Quella di cogliere “il nucleo primigenio del cuore” è l’aspirazione poetica all’impossibile, all’impervio, all’assoluto, è volontà di cedere al rilievo infinito dei sentimenti che si propongono così come sono, senza scorie e senza compromessi, come sensazioni pure e incoercibili.

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SUL TAMBURO n.18: Paolo Marati, “L’intrusione delle onde anomale”

Paolo Marati, L'intrusione delle onde anomalePaolo Marati, L’intrusione delle onde anomale, Siena, Barbera Editore, 2014

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di Giuseppe Panella

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Nella vita quotidiana, chi aspira alla normalità talvolta si trova di fronte a delle esperienze o a delle condizioni di vita che trova anormali e che, quindi, rifiuta come “intrusioni anomale” – tali anomalie, però, permettono alla soggettività di svilupparsi in direzioni e in ambiti che altrimenti rimarrebbero soffocate sotto la cappa di piombo di un vivere grigio e sempre uguale.

Nel suo primo romanzo, Paolo Marati sviluppa, in maniera contrastata e spesso provocatoria, questo concetto che solo apparentemente deriva dalla fisica ondulatoria ma che più propriamente può essere ricondotto all’esperienza di forme di vita che sono presenti nel tessuto sociale corrente ma sfuggono allo sguardo di chi non sa coglierle.

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Luca Buonaguidi, “India. Complice il silenzio”

Luca Buonaguidi, IndiaLuca Buonaguidi, India. Complice il silenzio, postfazione di Giulia Niccolai, Italic, 2015, pp.64, € 10

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di Francesco Sasso

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India – complice il silenzio è un diario di viaggio in versi scritto nel 2013 da Luca Buonaguidi durante i cinque mesi in cui ha attraversato Sri Lanka, India, Bhutan, Nepal, Tibet e Kashmir. India – complice il silenzio è dunque la testimonianza di un’esperienza spirituale, è un album fotografico in bianco e nero.

«Sono felice. / Potrei aggiungere altri dettagli / ma la felicità sta nel toglierli.» (pag 41)

Leggendo questa raccolta poetica di Luca Buonaguidi ho pensato che altro è vedere e altro è udire. E soprattutto altro è vedere e udire per gli altri, e altro è vedere e udire tutto per me, esclusivamente per me. Nel primo caso io sono uno spettatore e un ripetitore di ciò che vedo e odo, ma se questo mi dà gioia, è una gioia che è, dirò così: eterna.

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SUL TAMBURO n.17: Paolo Colagrande, “Senti le rane”

Paolo Colagrande, Senti le ranePaolo Colagrande, Senti le rane…, Roma, Nottetempo, 2015

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di Giuseppe Panella

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Senti le rane è un canto tradizionale delle mondine della Bassa che l’oggetto principale della narrazione che costituisce il motivo conduttore del romanzo di Colagrande, a un certo punto, si mette a stonare intervallandolo con poderose bestemmie – una rana che affiora dal pelo dell’acqua gli fa da controcanto gracidando in maniera cacofonica (il richiamo, oltre che all’anfibio in questione, è al coro delle rane nell’omonima commedia di Aristofane indirizzata contro l’opera tragica di Euripide).

«Ma ad ogni modo abbiamo già capito l’atmosfera e infatti è passato all’incirca un minuto come avevo previsto, e Zuckermann continua a cantare: Senti le rane che cantano / io me ne vado via / lascio la risaia / ritorno a casa mia // lascio la risaia / ritorno a casa mia. Bisognava essere lì allora, adesso non si può inventar niente; provando a esserci come se tutto stesse succedendo in questo preciso momento io sento in Zuckermann una voce stonata e badagliera, ma quello che si sa dall’aneddotica è che la voce era forte e disperata, una voce che veniva dall’incubo, il vibrato di un organo da chiesa un po’ scasso, per dire, e qualcuno ha cominciato a sentirlo da lontano e a guardare da quella parte, anche se a Quattrosegole gira poca gente. Badagliera è intraducibile, mi spiace» (pp. 226-227).

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Un romanzo-Kinoglaz, l’ultimo libro di Stefano Lanuzza

Stefano Lanuzza, Il bosco, il mondo, il caos- Come un romanzoUn romanzo-Kinoglaz, l’ultimo libro di Stefano Lanuzza

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di Antonino Contiliano

Uno spaccato impietoso ma per questo vero quanto produttivamente inquietante, il nuovo libro di Stefano Lanuzza, Il bosco, il mondo, il caos- Come un romanzo (Stampa Alternativa, 2016). La ribollente squadernata molteplicità qualitativa che è la vita – “la vita colta sul fatto” (Dziga Vertov) –, un’esplorazione espositiva dei fatti e un montaggio cinemico che, tra inquadrature testuali ora corte, brevi, medie o a campo lungo, si offre per percezioni non anestetizzate, quali quelle oggi offerte dal mercato dei nostri giorni globalizzati, dei desideri fabbricati e soddisfatti (diversamente ti rimborsano!).

Il bosco, il mondo, il caos- Come un romanzo: un’opera accuratamene frastagliata (salut!) che dissolve le simmetrie identificanti e gratificanti; un errare critico che rompe gli specchi e vortica fra cose, immagini, segni, parole, nomi, personaggi dell’arte, della letteratura, della filosofia e della scienza; fra ambienti e paesaggi della memoria, discorsi, aforismi, chiasmi diàforici (“La follia del desiderio? Un desiderio di follia”, p. 56), affermazioni e concatenamenti dell’et et, etc. Come un film che, mentre scandisce la vita e i modi dell’arte d’esistere, ne sottolinea l’inequivocabile e irriducibile apparire cristallizzato di singolarità temporalizzate e costitutive del mondo che abitiamo.

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SUL TAMBURO n.16: Marco Balzano, “L’ultimo arrivato”

Marco Balzano, L'ultimo arrivatoMarco Balzano, L’ultimo arrivato, Palermo, Sellerio, 2014

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di Giuseppe Panella

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L’ultimo è sempre lo sconfitto, il vessato, la vittima designata: Ninetto detto pelleossa per la sua magrezza frutto di una fame secolare e apparentemente inestinguibile è il protagonista di un romanzo di formazione che, però, si conclude con una dura sconfitta, non con il compimento della maturità o il successo sociale da parte del personaggio più significativo della storia raccontata.

Il bambino (ha nove anni all’epoca) scappa da San Cono, sperduto paese della provincia di Catania e noto soprattutto per il miracolo officiato dal santo frate che portava questo nome, stabilendosi a Milano presso i parenti del “paesano” Giuvà che dovrebbe fargli da mentore e aiutarlo in questa difficile trasferta. Ma Giuvà non fa molto per lui oltre a rubargli i danari del gruzzolo affidatogli dal padre Rosario e ubriacarsi lasciandolo sempre solo nell’”alveare” (il complesso edilizio popolare dove gli operai di origine meridionale arrivati a Milano finiscono quasi sempre per andare ad abitare). Dopo essersi ripreso i suoi soldi quasi con la forza, Ninetto va a fare il galoppino in bicicletta per una lavanderia dove, seppure molto sfruttato, il lavoro gli procura una qual certa indipendenza economica. Ma ovviamente non potrà bastargli fare le consegne a domicilio della biancheria stirata e strappa – al compimento del quindicesimo anno di età – un posto all’Alfa Romeo di Arese, alla catena di montaggio dove rimarrà per lunghi anni senza cambiare mai prospettiva e dimensione lavorativa. Nel frattempo, Ninetto si è sposato con Maddalena, una ragazza altrettanto giovane e piena di buona volontà: si è sposato quasi clandestinamente al suo paese, è ritornato a Milano e poi ha avuto una bambina, Elisabetta. Quando la ragazza sarà diventata grande, il delirio possessivo nei confronti delle “sue” donne (un atteggiamento che non l’aveva mai abbandonato fin da quando si era sposato) esploderà in un atto di violenza contro Paolo, futuro marito della figlia, da lui sorpreso in un atteggiamento di abbandono amoroso con lei.

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