“Sergente nella neve” e “Ritorno sul Don”: nutrirsi in guerra e in pace. Saggio di Domenico Carosso

Sergente nella neve e Ritorno sul DonSergente nella neve e Ritorno sul Don: nutrirsi in guerra e in pace

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di Domenico Carosso

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Il limite intrinseco, invalicato e invalicabile, delle mie paginette, è che non ho mai incontrato Rigoni, né visto o visitato i suoi luoghi, i luoghi della Grande Guerra, e della Seconda. Per tutto ciò rinvio alle osservazioni di Eraldo Affinati, nel «Meridiano» dedicato al classico che è non da ora, ma fin dal primo libro, Il Sergente nella neve Mario Rigoni Stern.

Il Sergente nella neve, uscito la prima volta (anno 1953) nei famosi Gettoni curati da Vittorini, con un giudizio che lo accoglie e insieme lo respinge («MRS non è uno scrittore di vocazione») è il racconto sobrio e testimoniale, la cronaca quasi, della vicenda degli alpini in Russia, nel corso della Seconda guerra mondiale. Diviso in due parti, dai titolo rispettivamente de “Il caposaldo” e “La sacca”, cioè la postazione prima tenuta, poi perduta dai soldati chiusi in un cerchio di neve, gelo e fuoco.

Il libro di MRS, pubblicato con straordinario successo da Einaudi e ancora a disposizione dei lettori, è ormai un classico, per la lingua forte e concreta, priva di qualsiasi retorica, che lo attraversa e lo colma di esempi attivi e solidali, tra amici e anche coi nemici.

Dunque, «le pallottole battevano sui reticolati mandando scintille. Improvvisamente tutto ritornò calmo, proprio come dopo la sagra tutto diventa silenzioso e nelle strade deserte rimangono i pezzi di carta che avvolgevano le caramelle e i fiocchi delle trombette. Solo ogni tanto si sentiva qualche fucilata solitaria e qualche breve raffica di mitra come le ultime risate di un ubriaco vagabondo».

Un paragone, un confronto tra il fuoco micidiale degli spari e le innocue trombette, tra le scintille e i pezzi di carta della festa ormai giunta al termine – un confronto che propone, in modestia e quasi sottovoce, l’inevitabile distanza tra il lettore col libro in mano e i soldati presi nel morso tenace della neve e del gelo.

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“Il Portolano” e le riviste letterarie fiorentine del ‘900

riviste fiorentineIl Portolano” e le riviste letterarie fiorentine del ‘900

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di Stefano Lanuzza

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Chi se la ricorda la stagione novecentesca delle riviste letterarie fiorentine, quando Firenze era una capitale culturale non solo italiana?…

Ora, proveniente dal tardo-secondonovecento, c’è “Il Portolano” – rivista fondata nel 1995 da Francesco Gurrieri, Piergiovanni Permoli, Arnaldo Pini –, che dal 2016 supera il suo ventesimo anno di vita; e, come sancito dall’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca, viene annoverata nella “Serie A” delle scienze filologico-letterarie, storico-filosofiche, ecc….

Ma, bando alle omologazioni, soprattutto importa, come scrive Gurrieri nel numero 80-81 di gennaio-giugno 2015, che “‘Il Portolano’ [sia] cresciuto [e sia] ormai apprezzato in ambito nazionale”, continuando “a svolgere il suo imperativo originario: la fedeltà alla letteratura” (fedeltà che vuole resistere a una tecnologia informatica che nei suoi effetti smaterializza la parola e la disperde nell’entropia del web che dilaga mettendo in crisi libri, giornali, riviste e tutto quanto sia cartaceo). Allora, quella del “Portolano”, è una fedeltà da intendere anche come ostinazione a esprimersi – a scrivere e a farsi leggere – sul supporto di carta e nella forma collaudata d’un periodico che raccoglie il testimone delle tante testate letterarie fiorentine del Novecento, a cominciare dalle primonovecentesche “Il Regno” (1903-1906), “Leonardo” (1903-1907), “Hérmes” (1904-1906): tre riviste caratterizzate dalla breve esistenza – oltre che da un nazionalismo antidemocratico, dall’influenza dannunziana, da una morale individualistica e da prospettive guerrafondaie.

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“Glosse per Sereni, tra rêverie e racconto”. Saggio di Domenico Carosso

Poesie e prose” di Vittorio SereniGlosse per Sereni, tra rêverie e racconto

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di Domenico Carosso

Nelle primissime pagine della sua prefazione alle Poesie di Sereni, Dante Isella precisa di essersi trovato, accingendosi al proprio lavoro, di fronte a «manoscritti labilissimi, con un carico di potenziali sviluppi che andavano in tutte le direzioni, con una visione fluida del mondo, che nella sua incessante deformazione, in senso etimologico, ha più lo statuto del sogno che della realtà»1.

Tale statuto è poi rinforzato, se così posso dire, dalla frequente, ossessiva presenza, nei versi per esempio degli Strumenti umani, ma non solo qui, dei luoghi retorici, nel senso alto, dell’iterazione o ripetizione e della specularità. Quasi che la poesia costituisse lo specchio mobile, in perenne dislocazione, di una realtà a sua volta imprendibile, multipla, in ogni caso (in ogni verso) non dicibile univocamente.

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“Piero Chiara: lingua e stile”. Saggio di Domenico Carroso

Piero_Chiara_autografoPiero Chiara: lingua e stile

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di Domenico Carosso

«A raccontarsi mi tira una novella di cose cattoliche e di sciagure e d’amore in parte mescolata»: questo l’exergo, dal Decameron II, 2, che apre e giustifica, col trinomio cattolicesimo-amore-sciagura, il romanzo o racconto lungo di Piero Chiara La spartizione.

Il vero tema su cui nasce la novella è la popolarità, nel Medioevo, di san Giuliano, della sua leggenda, che si legge anche nella Legenda aurea di Jacopo da Varazze, 30, di cui si trovano già tracce nello Speculum historiale di Vincenzo di Beauvais.

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Remainders n.16: Giorgio Bassani, “Il giardino dei Finzi-Contini”

Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-ContiniGiorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini, Mondadori, 1991, pp.241.

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di Francesco Sasso

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Giorgio Bassani, nato a Bologna nel 1916 da famiglia ebrea ma vissuto fino al 1943 a Ferrara, intraprende gli studi classici, poi conclusasi con la laurea in Lettere all’Ateneo bolognese. Subì, come molti altri intellettuali di origine ebraica, a persecuzione del Regime.

Poeta e romanziere, una delle sue opere più bella è Il giardino dei Finzi-Contini (1962), che qui ricordiamo a oltre cinquant’anni dalla pubblicazione. In questo libro il prevalere della componente intimistica non esclude l’impegno etico-civile, che, precisandosi nella condanna della violenza razzistica, fa qui da sottofondo al racconto della vicenda ambientata in una comunità israelitica al tempo della dittatura fascista. Per questo motivo, Ermanno e Olga Finzi-Contini, ebrei ricchi e da tempo estraniatesi dalla vita comunitaria ebrea di Ferrara, decidono di aprire il proprio parco, con annesso il campo da tennis, ad alcuni giovani scacciati da un circolo tennistico dopo le leggi razziali. Fra questi giovani c’è l’io narrante e i figli del padrone di casa, Alberto e Micòl.

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Remainders n.15: Italo Calvino, “Il sentiero dei nidi di ragno”

calvino-Il sentiero dei nidi di ragnoItalo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno

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di Francesco Sasso

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Nella prima opera – Il sentiero dei nidi di ragno – Calvino si ispirò alla materia della lotta partigiana; ma affidò il ruolo di protagonista non ad un eroe positivo, bensì ad un bizzarro e scanzonato ragazzo, Pin; il quale, venuto in possesso di una pistola (l’ha sottratta ad un tedesco che sua sorella, una prostituta, stava intrattenendo) decide, per puro gusto d’avventura, di unirsi ad una brigata di partigiani sbandati, mossi da istinti primitivi e da pulsioni elementari, e vive con essi una serie di vicende picaresche, nel corso delle quali scopre non le ragioni etico-politiche della Resistenza, ma i messaggi favolosi della natura. La scelta di un siffatto protagonista e l’assunzione della sua ottica di fanciullo consentirono a Calvino di evitare le retoriche solennità di certa agiografia resistenziale e di liberare una sua autentica vena favolistica. Tuttavia, non tutto il libro respira nella dimensione del favoloso: alle pagine aeree che dicono gli stupori di Pin lungo i “sentieri” delle sue scoperte, si accompagnano pagine appesantite da materia non risolta di ipoteca neorealista.

f.s.

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I LIBRI DEGLI ALTRI n.65: Favole mondane. Gabriele D’Annunzio, “Il mistico sogno”

Gabriele D’Annunzio, Il mistico sognoFavole mondane. Gabriele D’Annunzio, Il mistico sogno, presentazione di Lucio d’Arcangelo, Chieti, Solfanelli, 2013

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di Giuseppe Panella

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Anche nella scrittura di D’Annunzio è stato presente, sia pure con minore frequenza rispetto all’espressività prevalente nel turgore stilistico della sua prosa narrativa, un aspetto creativo che si può definire fantastico nel senso originale del termine. L’irruzione del soprannaturale e del numinoso nelle Novelle della Pescara del 1902 segna in D’Annunzio il distacco dalla concezione del naturalismo come era fino ad allora vigente secondo i dettami della scuola francese importata in Italia da Verga e i suoi immediati seguaci come Capuana e De Roberto.

A questa nuova stagione inaugurata dallo scrittore pescarese appartengono i racconti e le prose liriche raccolti in questa antologia da Lucio d’Arcangelo. Così scrive, infatti, il prefatore a questo riguardo:

«Sia in Terra vergine sia nelle Novelle della Pescara fa la sua apparizione quel soprannaturale, generalmente cristiano, che il verismo aveva sostanzialmente rimosso. L’atteggiamento di D’Annunzio in questo senso è analogo a tanti scrittori dell’Ottocento, che tendevano a razionalizzare, in qualche modo, ciò che appariva come insolito e straordinario. Il soprannaturale, però, non viene spiegato, ma “smascherato”»[1].

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Leonardo Sciascia, Una storia semplice: ombre nella luce della verità

Leonardo Sciascia, Una storia sempliceLeonardo Sciascia, Una storia semplice: ombre nella luce della verità

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di Giovanni Inzerillo

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La assai ricca ed eterogenea produzione letteraria di Leonardo Sciascia si conclude col romanzo Una storia semplice pubblicato, per volere dello stesso autore, il giorno della sua morte, avvenuta il 20 novembre del 1989, e ispirato al furto del celebre dipinto di Caravaggio, Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi, trafugato nell’ottobre del 1969 dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo e da allora mai più recuperato.

Una sorta di testamento letterario, di epigrafe culturale, data l’essenzialità del romanzo, dove confluisce (e forse si comprende) l’intero e certamente complicato percorso narrativo di uno degli autori a furor di critica più rilevanti della seconda metà del ventesimo secolo. Nonostante la brevità che lo ha reso, al di là di qualsivoglia concettualizzazione culturale, uno dei testi più letti e conosciuti, specie tra i più giovani, dell’autore siciliano, Una storia semplice, come recita la quarta di copertina, è «una storia complicatissima». Un tipico giallo sciasciano che, tramite il rapidissimo susseguirsi di eventi e di colpi di scena, e la fugace apparizione di comparse (il prete, il professore, l’autista della Volvo, la moglie e il figlio della vittima), si risolve, come da protocollo, con la scoperta del colpevole dell’omicidio che apre la vicenda. Con una narrazione rapidissima e una prosa fluida e scorrevole Sciascia fissa, come a comporre disordinate tessere di un puzzle, piccole parti (i paragrafi in cui è diviso il testo) in un tutto ben definito ed omogeneo. È un racconto per immagini, non è un caso che la vicenda ruoti attorno a un misterioso dipinto scomparso (non citato sebbene se ne conosca l’ispirazione), che non lascia spazio a psicologie criminali o a complicate indagini investigative. Una storia semplice è, piuttosto, uno straordinario esercizio di bravura letteraria, una formula scientifica, un quesito aritmetico, un gioco di intelligenza che il lettore, ancor più che il brigadiere o il questore protagonisti delle vicenda, è chiamato a risolvere nel più breve lasso di tempo possibile. Recita ancora la quarta di copertina:

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L’INTRODUZIONE AL “RICORDO DELLA BASCA” DI ANTONIO DELFINI. Saggio di Domenico Carosso

 L’Introduzione al Ricordo della Basca di Antonio Delfini

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di Domenico Carosso

Il mondo e la vita nascono, in Delfini, con la parola e nella parola. La parola, poi, si rivela nel discorso, nel desiderio amoroso, sicché il linguaggio finisce per presentarsi come un intreccio inestricabile di amore e conoscenza. Un intreccio che nel tempo si afferma come ricordo, e sempre propone una ricerca del tempo perduto, consegnata alla parola scritta, alla scrittura. Così il cerchio si chiude:

«Scrivevo nei miei carnets che avevo incontrato una donna, ch’era la più bella donna del mondo, e non era lei, perché se fosse stata lei non avrei potuto scriverlo. Perché non si scrive mai di ciò che esiste, ma soltanto di ciò che non esiste […] E credo perciò che in tutte le mie note di quegli anni non si trovi mai il nome di Margherita Matesillani, e mai nemmeno una parola che accenni ad un incontro con lei, ad una visione di lei [..]. Se ho scritto di lei è stato indirettamente e senza che io me ne accorgessi. Il che, per me, sarebbe una prova dell’esistenza e della realtà di margherita Matesillani, e un poco anche della mia. […] Il ricordo che ho dei ricordi che sopraggiunsero allora intorno al mio cuore smarrito in una comoda amnesia, servirono a farlo ritrovare nell’ansia, nella speranza e nell’infatuazione sentimentale.»[1]

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Remainders n.8: Giorgio Manganelli, “La penombra mentale”

Giorgio Manganelli, La penombra mentale. Interviste e conversazioni 1965-1990, a cura di Roberto Deidier, Editori Uniti, 2001, pp.237,€ 15,50 (in internet a metà prezzo)

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di Francesco Sasso

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In questa raccolta di interviste e conversazioni di Giorgio Manganelli (nato a Milano nel 1922, morto a Roma nel 1990), l’autore de Hilarotragoedia (1964) si rivela nella sua complessità di uomo e autore, e le interviste si fanno gioco iperbolico, virtuosismo mimetico, estenuante arte combinatoria, così come le sue opere. In alcune conversazioni, Manganelli fa la parodia a se stesso, talvolta conferisce al genere intervista uno statuto irreale, dissacrando la Letteratura con l’ironia e il sarcasmo.

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MORTE DI UNO SCRITTORE DI NOTTURNI. Scrittura e ricerca letteraria in Antonio Tabucchi

«L’inazione consola di ogni cosa. Non agire ci dà tutto. Immaginare è tutto, purché non tenda all’azione. Nessuno può essere re del mondo se non in sogno. E ognuno di noi, se si conosce veramente, vuole essere re del mondo. Non essere e pensare è il trono. Non volere e desiderare è la corona. Avremo ciò a cui rinunciamo perché, sognando, lo conserviamo intatto»
(Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares)

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di Giuseppe Panella*


Volevo molto bene ad Antonio Tabucchi al di là della stima che provavo per lui come romanziere e come studioso di letteratura portoghese e mi dispiace non averlo potuto dire prima che si imbarcasse per il suo ultimo viaggio verso Lisbona e la terra lusitana. Ma i suoi ultimi libri (a partire da Gli zingari e il Rinascimento del 1999 uscito per Feltrinelli fino agli ultimi racconti mescolati ad immagini di Racconti con figure pubblicati da Sellerio nel 2011) mi erano piaciuti meno dei suoi primi, straordinari romanzi degli anni Settanta e Ottanta.

Non mi era sembrato opportuno dirglielo (e poi a che cosa sarebbe servito?) e avevo da tempo smesso di sentirmi con lui anche epistolarmente, dopo un periodo di intensa frequentazione culturale, di costante lettura e recensione delle sue opere e di contatti personali. D’altronde, il suo pensionamento precoce dall’Università lo aveva fatto trasferire quasi in permanenza nell’amatissima Lisbona e a Firenze (come pure a Vecchiano dove preferiva andare) Tabucchi veniva sempre di meno, forse per disaffezione, forse per il maggior radicamento suo e della moglie nella città capitale del Portogallo. Ma queste sono, ovviamente, questioni del tutto secondarie.

La sua repentina scomparsa può essere però l’occasione per una prima, parziale riflessione sulla sua opera letteraria e sulla sua attività di studioso.

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Morte di un poeta sperimentatore: Elio Pagliarani

 «Piove. Mercoledì. Sono a Cesena, /  ospite della mia sorella sposa, / sposa da sei, da sette mesi appena. / Batte la pioggia il grigio borgo, lava / la faccia delle case senza posa, /  schiuma a piè delle gronde come bava. // Tu mi sorridi e io sono triste. Forse / triste è per te la pioggia cittadina, / il nuovo amore che non ti soccorse, // il sogno che non t’avvizzì, sorella, / che guardi me con occhio che si ostina // a dirmi bella la tua vita: bella, /  bella! Oh bambina, sorellina, o nuora, / o sposa, io vedo tuo marito, sento / a chi dici ora mamma, a una signora; // so che quell’uomo è il suocero dabbene che dopo il lauto pasto è sonnolento, / il babbo che ti vuole un po’ di bene»
(Marino Moretti)

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di Giuseppe Panella


Dopo la morte improvvisa e inopinata di Antonio Porta nel 1989,  la scomparsa di Alfredo Giuliani nel 2007 e la fine improvvida di Edoardo Sanguineti nel 2010, la figura di Elio Pagliarani era rimasta a stagliarsi, quasi ne fosse stato il nume tutelare, sullo sfondo di una stagione poetica ormai tramontata, eppure ancora in grado di insegnare molto agli scrittori e ai lirici della presente generazione. Se Giuliani aveva praticamente inventato, traendola dalle prospettive personali ancora incerte e indecise dei suoi protagonisti, una  scuola di poetica e una nuova prospettiva di scrittura nata insieme alla sua antologia dei Novissimi [1], il ruolo di Pagliarani era stato singolare, in bilico com’era il suo progetto poetico tra la ricerca di una via d’uscita dalla tradizione lirica del Novecento e il simpatetico  appello alle ragioni di un timbro realistico e piano nel dettato narrativo.

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IL TERZO SGUARDO n.38: Chi ha paura di Guido Piovene? Franco Cordelli, “L’ombra di Piovene”

Chi ha paura di Guido Piovene? Franco Cordelli, L’ombra di Piovene, Firenze, Le Lettere, 2011

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di Giuseppe Panella*

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Perché Guido Piovene è stato dimenticato dagli editori, dai lettori e anche dai critici e sopravvive stentamente in qualche tesi di laurea? Secondo Franco Cordelli, la prima ragione per cui nessuno oggi legge più le sue opere (romanzesche e diaristiche) è dovuta al fatto che lo scrittore è sempre rimasto il grande giornalista che fu, anche nell’opera di finzione. La seconda è più complessa:

«La seconda ragione per cui Piovene non viene più letto è anch’essa duplice, letteraria e filosofica. In questo senso Pampaloni ha ragione. Piovene fu mostruosamente intelligente. Ma l’intelligenza, l’essere stato uno scrittore per così dire francese (alla Constant, alla Sènancour, tutto analitico, privo di quella divina facoltà, diventare plastico, se non corporeo) è sempre, in Italia, percepito come limite, come colpa. In questo caso, una colpa in più. L’altro aspetto dell’intelligenza di Piovene è lo stesso che condanna Flaiano. Se Flaiano si salva è per i suoi meriti comici, cioè extra-letterari. Ma egli fu uno dei grandi scrittori nichilisti del Novecento italiano. Un altro fu Piovene» (p. 10).

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Remainders n.7: Carlo Michelstaedter, “Poesie”, a cura di Sergio Campailla

Carlo Michelstaedter, Poesie, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, 1999 (6°ed.), pp.112, €6,20
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di Francesco Sasso

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In Carlo Michelstaedter, nato nel 1887 a Gorizia, e quivi morto suicida nel 1910, è difficile distinguere in modo netto l’opera dalla vita. Nelle Poesie, pubblicate postume nel 1912-13, egli esprime con immediato stile il concetto della morte come approdo di verità al vano tormento dell’esistere. Perlopiù, le liriche hanno una forma incompiuta e spontanea, nate non per una dimensione pubblica, ma per un uditorio ristretto (una donna, la sorella ecc). Difficile, quindi, definire il valore delle sue composizioni. Ma nelle ultime poesie, tuttavia, siamo investiti da versi che illuminano spazi di umanità inconsueta.

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Remainders n.6: Salvatore Di Giacomo, “Tutte le novelle”

Salvatore Di Giacomo, Tutte le novelle, Newton & Compton editori, 1997 (2°ed.), pp.345, € 4,00

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di Francesco Sasso

Poeta, narratore, drammaturgo, giornalista e storico della sua città, nacque nel 1860 a Napoli e qui morì nel 1934. Il volume della Newton & Compton raccoglie l’intera produzione novellistica del Di Giacomo: Pipa e boccale, L’ignoto, Novelle napoletane.

Assai meno importanti di quella poetica, i racconti offrono la visione di una Napoli popolare: la Napoli dei vicoli cupi, dei poveri, delle prostitute per miseria, dei regolamenti di conti a lama di coltello; ma anche la Napoli del sole, della vita operosa, della gioventù in amore. Insomma, la vita della povera gente di Napoli, osservata nel ritmo delle passioni elementari. A questa materia il Di Giacomo si accosta con intima commozione. Tuttavia, molte novelle sono calchi monotoni di un certo gusto folklorico, ma è pur vero che alcuni dei racconti sono fra i più belli dei primi del Novecento, per efficacia stilistica e sincerità di adesione umana.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.87: Elegie per il Sud. Antonio La Penna, … qui vidi ridere nel cielo le Ninfe eterne…. “Poesie irpine e altri versi”

Elegie per il Sud. Antonio La Penna, … qui vidi ridere nel cielo le Ninfe eterne…. Poesie irpine e altri versi, a cura di Paolo Saggese, Grottaminarda (AV), Delta 3 Edizioni, 2010

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di Giuseppe Panella*

«Oscata 1. Anche gli olmi sono secchi, ischeletriti, / mentre primavera d’intorno / finalmente prorompe. E’ un’infanzia che affonda / nell’erba umida di questa primavera tardiva, / forse una vita. // Il progresso è arrivato anche qui / con automobili, case imbiancate, / con blue jeans e provocanti seni, / con cartelloni logori piantati / sui letamai. // Non ero nato per questo. / Predicavo progresso. Ero incapace / di spostare un fuscello; ero incapace / di godere i frutti / della nuova era. // Come se fossimo nati / per segnare destini, per una vita degna / di biografia, non per la cieca marcia / ripetitiva / delle formiche! Meglio di me / lo sanno da sempre i vecchi rannicchiati, / sonnecchianti al sole. // Eppure io qui / vidi ridere nel cielo le Ninfe eterne, / rifiorire le primavere / dei patriarchi, alzarsi cupole / di eguaglianza e giustizia / in palingenesi millenarie. // Ma ora gli olmi sono secchi…» (p. 21).

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ZANZOTTO COME IO ME LO IMMAGINO, di Giuseppe Panella

 «Significasti allungano le dita, / sensi le antenne filiformi. / Sillabe labbra clausole / unisono con l’ima terra. / Perfettissimo pianto, perfettissimo»

(Andrea Zanzotto, Ecloga I da IX Ecloghe, Milano, Mondadori, 1962»

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di Giuseppe Panella*

Come Blanchot ha fatto con Foucault (sul quale pure ha scritto un libretto splendido), neppure io ho conosciuto di persona Andrea Zanzotto. Lo conosco solo attraverso la sua opera poetica e letteraria (Zanzotto è stato anche autore di magnifici saggi sulla letteratura del Novecento non soltanto italiana  – Aure e disincanti del Novecento Letterario, Milano, Mondadori, 1994, tanto per citarne uno) e attraverso le traduzioni che in epoca più giovanile aveva pubblicato traendole dalla propria vasta conoscenza della letteratura francese (Età d’uomo di Michel Leiris, Nietzsche. Il culmine e il possibile di Georges Bataille – ancora solo un esempio).

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“Il Serpente” di Luigi Malerba: una ipotesi surrealista

Il Serpente di Luigi Malerba: una ipotesi surrealista

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di Giovanni Inzerillo

In un articolo apparso su «Repubblica» l’8 ottobre 2009 intitolato La geniale arte della menzogna, Umberto Eco, pur creando una curiosa corrispondenza con la musica dei Beatles, in merito al Serpente utilizza la assai efficace metafora del «pesce che a poco a poco divora se stesso sino a svanire del tutto».

Siamo nel 1966, agli esordi della carriera letteraria di Malerba – di poco precedenti erano i bizzarri e secchi racconti della Scoperta dell’alfabeto pubblicati nel 1963 – e immediatamente dopo la Neoavanguardia che, come sostenuto dal compianto Alfredo Giuliani, già nell’anno della sua istituzionalizzazione palermitana in un cento senso si esaurì, sgretolando il suo consolidamento e decretando la sua fine.

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IL TERZO SGUARDO n.33: Psicocritica e forme di conoscenza della poesia. Anna Maria Guidi, “La carità erotica nell’edonismo geoestetico della poesia di Sandro Penna: un approccio psicocritico”

Psicocritica e forme di conoscenza della poesia. Anna Maria Guidi, La carità erotica nell’edonismo geoestetico della poesia di Sandro Penna: un approccio psicocritico, prefazione di Lia Bronzi, Foggia, Bastogi, 2010

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di Giuseppe Panella*


«La grandezza di Penna – grandezza unica nel nostro secolo – sta infine in una scelta radicale ed estrema. Penna è il solo poeta del Novecento (non solo italiano) il quale non sia mai sceso a patti, per nessuna ragione, con la realtà ideologica, morale, politica, sociale, intellettuale del mondo in cui viviamo. Mai che Penna abbia frequentato, anche solo per un istante, questa realtà. Non la contestava, non la protestava. Delle idee del secolo, Penna aveva anzi rispetto; ma era il rispetto di uno scienziato il quale osservi, incuriosito, un gioco di fanciulli. Penna aveva rifiutato il mondo degli adulti; lo aveva rifiutato come un mondo insignificante, un po’ volgare, un po’ miserabile; un mondo fatto di loschi affari e di vanità risapute, di angosce meschine e di ridicoli imbrogli. Penna aveva rifiutato di “appartenere alla realtà”, la sua parola tematica è “vita”. Se questa scelta sia stata eroica, quanto intelligente e lungimirante, giudicheranno i posteri: “se posteri” – diceva Penna masticando le parole, biascicandole (soffriva di piorrea) con l’orgoglio infantile di chi pronuncia un pensiero pauroso – “se posteri ci saranno”»

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DIO FA IL PROFESSORE. In memoria di Giorgio Celli

«(i gorilla sugli arsi vulcani del Vironga continuano a sognare)»

(Giorgio Celli, Morte di un biologo)

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di Giuseppe Panella

 

Ho incontrato Giorgio Celli solo una volta, a Firenze mentre presentavo un libro alle “Giubbe Rosse” (una presentazione alla quale avrebbe dovuto partecipare anche lui, ma arrivò all’ultimo, con amplissimo ritardo, come si addice alle prime donne…). La sua figura fisica non mi fece troppa impressione perché era del tutto simile a come compariva in fotografia o alla televisione e quello che disse poi non fu memorabile (si presentava un numero della rivista di poesia “L’area di Broca” diretta da Mariella Bettarini e Gabriella Maleti dedicata all’acqua e lui, in qualità di biologo, disse che il corpo era composto in gran parte d’acqua – tutto qui). Nutrivo per lui un’ammirazione sconfinata perché era riuscito a coniugare ricerca scientifica (era un entomologo illustre) e passione letteraria: pratica della scrittura ed esercizio della divulgazione scientifica in lui facevano tutt’uno. Quell’episodio me lo alienò un po’ ma continuai comunque a leggere una parte di quella che era già allora (negli anni Novanta inoltrati) una copiosa produzione e che prometteva di essere continua, prorompente e ricca di novità anche sotto il profilo della ricerca formale.

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CLERICUS DI UN ALTRO MEDIOEVO. I due tempi della poesia di Luciano Fintoni. Saggio di Giuseppe Panella

[Immagine: Wilhelm Hammershoi, Interno con ragazza al pianoforte (olio su tela, 1901)]

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«…la vita secondo un disegno si manifesta nella coscienza facendo apparire l’interna ‘necessità’ a cui è soggetta ogni parte come ‘volontà’»

(Ernst Bernhard, Mitobiografia)

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di Giuseppe Panella

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1. Il primo momento: elegia lirica e riflessione cosmica

 

In Tempo immite, una raccolta di sonetti in metro classico pubblicata nel 1985 dall’Editore Luciano Manzuoli di Firenze, Luciano Fintoni  scriveva:

«Oh, le sere, le sere fra gli ulivi / di Bellosguardo ! Non dimenticare / le sere fra gli ulivi, quelle rare / sere di madreperla sopra i rivi // persi, affogati fra i fumi cattivi / del nostro tempo e la città che appare / sfocata, in basso. Le ferite amare / delle sirene tagliano i declivi, // il verde pallido, il cemento, il cuore / atteso ai rosa densi. Non ha prezzo / la bellezza e la grazia, ti dicevo // una volta. Non so se era un errore. / Sono vissuto in un’età di mezzo, / io, clericus di un altro Medioevo» (1).

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Arcadie e disincanti. Sebastiano Vassalli poeta della Neoavanguardia. Saggio di Giovanni Inzerillo

Arcadie e disincanti.  Sebastiano Vassalli poeta della Neoavanguardia

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di Giovanni Inzerillo

Dire non significando nulla, dunque;

ma dire, appunto, per necessità di significare.

 

Pochi sanno, ad oggi, che Sebastiano Vassalli uno dei maggiori scrittori in prosa della nostra letteratura contemporanea, conosciuto esclusivamente per i suoi romanzi, abbia esordito nella veste di poeta. L’esordio vero e proprio avviene nel 1965 con Lui (egli) a cui segue, nel 1968 Disfaso, raccolta di poesie di chiara impronta neoavanguardistica. L’epigrafe, tratta dalla citazione di Franco Cavallo alla raccolta, ben sintetizza lo stile poetico del primo Vassalli, fortemente attratto dai giochi funambolici della Neoavanguardia e da uno sperimentalismo capace di sfruttare tutte le potenzialità della parola.

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IL TERZO SGUARDO n.29: Le notti di Dino Campana. Monika Antes, “Tra sogno e realtà. La vita e l’opera di Dino Campana. «I Canti Orfici»”

Le notti di Dino Campana. Monika Antes, Tra sogno e realtà. La vita e l’opera di Dino Campana. I “Canti Orfici”, trad. it. di I. Becchino e R. Nanini, Firenze, Polistampa, 2010

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di Giuseppe Panella*


Sono lontani i tempi in cui Dino Campana veniva considerato un poeta “minore” rispetto a Giosuè Carducci o Gabriele D’Annunzio e la sua opera veniva letta come l’espressione straordinaria di una mente malata o la produzione unica di un folle tanto bravo come scrittore quanto pazzo come uomo.

La critica letteraria del periodo successivo alla morte del poeta di Marradi ha sfatato questo pregiudizio di carattere psichiatrico (frutto di una testimonianza – sicuramente interessante e pregevole – ospitata dal medico Luigi Pariani nel suo Vita non romanzata di Dino Campana scrittore che è del 1938) o puramente aneddotico preferendo insistere piuttosto sulle qualità innovative formali del linguaggio campaniano. Il progetto di scrittura di Campana era stato del tutto ignorato dalla critica al momento in cui emerse con la realizzazione del grande poema orfico:

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SPECIALE GUIDO MORSELLI n.8: BIBLIOGRAFIA MORSELLIANA, a cura di Domenico Mezzina

[In Italia la riflessione critica su Guido Morselli sta lentamente maturando nonostante i criteri di valutazione sono ancora fondati su poche monografie. Tuttavia, il lavoro critico procede. Per esempio, è di prossima uscita per le edizioni Stilo (Bari) il saggio Le ragioni del fobantropo. Studio sull’opera di Guido Morselli di Domenico Mezzina.

Proponiamo qui l’esauriente e aggiornata bibliografia morselliana tratta dal lavoro di Domenico Mezzina. Nei limiti di una bibliografia ben precisa, si confida di aver fornito un punto di partenza, essenziale ma tutt’altro che povero di indicazioni, utile a tracciare percorsi di studio e di ricerca.

A Domenico Mezzina va dunque il mio ringraziamento più vivo per averci offerto il suo lavoro (francesco sasso)]

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A cura di Domenico Mezzina


OPERE DI GUIDO MORSELLI

Proust o del sentimento

Garzanti, Milano 1943, Prefazione di A. Banfi (la prefazione, con il titolo redazionale Esemplarità di Marcel Proust, si legge anche in A. Banfi, Scritti letterari, a cura di Carlo Cordiè, Editori riuniti, Roma 1970, pp. 235-7)

Ananke, Torino 2007, a cura e con una Introduzione di M. Piazza, Note al testo di M. Francioni (l’Introduzione di M. Piazza, con il titolo redazionale Una lettura dimenticata: il Proust filosofo di Guido Morselli, è anche in «Quaderni proustiani», 4 [2007])

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UNA PASSIONE LUNGA TUTTA LA VITA. Per Vittorio Vettori studioso e poeta (Parte II). Saggio di Giuseppe Panella

[QUI] la prima parte del saggio UNA PASSIONE LUNGA TUTTA LA VITA. Per Vittorio Vettori studioso e poeta

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di Giuseppe Panella

 

4. Da Campaldino patria ideale a Eleusis forma di esperienza spirituale: nascita dello “stile etrusco”

La prima raccolta di versi veramente significativa di Vettori come poeta è Poesia a Campaldino del 1950. Sono versi legati alla tradizione novecentesca ermetica e non (in particolare alla versione cristiana di questa corrente letteraria con riecheggiamenti di autori quali Betocchi e Lisi, poeti e scrittori amati poi fino alla fine, anche se meno presenti in seguito e sostituiti nelle scelte di scrittura da altri – e certo più prestigiosi – modelli).  Nella seconda delle liriche presenti in Versi per l’Italia (del 1960) è forte l’eco di una delle poesie meno “ermetiche” di Salvatore Quasimodo (la Lettera alla madre):

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STORIA CONTEMPORANEA n.63: Storia di Giorgio Manganelli e dei suoi sodali. “Album fotografico di Giorgio Manganelli”. Racconto biografico di Lietta Manganelli; “I borborigmi di un’anima. Carteggio Manganelli-Anceschi”, a cura di Lietta Manganelli

Storia di Giorgio Manganelli e dei suoi sodali. Album fotografico di Giorgio Manganelli. Racconto biografico di Lietta Manganelli, a cura di Ermanno Cavazzoni, Macerata, Quodlibet, 2010; I borborigmi di un’anima. Carteggio Manganelli-Anceschi, a cura di Lietta Manganelli, Torino, Aragno, 2010

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di Giuseppe Panella*

Si tratta certamente di una faccenda piuttosto strana. Giorgio Manganelli è stato probabilmente uno degli scrittori più straordinari e meno considerati della letteratura italiana del Novecento. Nessuna storia del dopoguerra letterario può fare a meno di citarlo e di considerarlo come uno degli esiti migliori del passaggio culturale e stilistico tra le due guerre, eppure i suoi libri e le sue invenzioni narrative sono ben lungi dall’ottenere l’attenzione dei lettori così come meriterebbero. La sua opera attende ancora una compiuta sistemazione critica e sospetto che ancora testi inediti non pubblicati aspettino di ricevere la loro sistemazione editoriale. Questo album fotografico, ritrovato tra le carte dello scrittore che le aveva conservate anche se nel modo un po’ disordinato che lo contraddistingueva, è diventato nel gustoso e simpatetico racconto della figlia Amelia Antonia detta Lietta una sorta di continuazione per immagini della sua opera di scrittore.

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Leggere il futuro attraverso il passato:”La strada di Levi” (DVD) + “Da una tregua all’altra” (libro)

La strada di levi (DVD) + Da una tregua all’altra (libro), Chiarelettere, Milano, 2010, €24,00

FILM: La strada di Levi, regia di Davide Ferrario e Marco Belpoliti

LIBRO: Marco Belpoliti – Andrea Cortellessa, Da una tregua all’altra, Chiarelettere, Milano, 2010, pp.258

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di Francesco Sasso


Primo Levi (1919-1987) scrisse La tregua nel 1963. In questo romanzo, l’autore racconta la libertà recuperata dopo Auschwitz e l’avventuroso rientro in Italia attraverso un’Europa devastata dalla guerra, in un racconto dove l’euforia per la liberazione s’intreccia con la memoria dello sterminio e i lutti provocati dal conflitto. Nelle pagine di Levi, un gruppo di ex-prigionieri attraversano la Bielorussia, l’Ucraina, la Romania, l’Ungheria, l’Austria e la Germania. Ed è lo stesso percorso che il regista Davide Ferrario e lo scrittore Marco Belpoliti intraprendono oggi, sulle tracce di Levi in un’Europa trasformata dopo il crollo del muro di Berlino e la fine del Comunismo.

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UN LETTORE DI PROVINCIA. Serra, la letteratura e altro. Saggio di Giuseppe Panella

Un lettore di provincia. Serra, la letteratura e altro (Renato Serra, Esame di coscienza di un letterato, a cura di Vincenzo Gueglio, Palermo, Sellerio, 1994; Renato Serra, Mio carissimo. Un carteggio con Luigi Ambrosini (1904-1915), a cura di Andrea Menetti, Parma, Monte Università Parma, 2009)

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di Giuseppe Panella

Quando Renato Serra muore sul monte Podgora il 20 luglio del 1915, meno di due mesi dopo l’inizio della Grande Guerra, è ormai un critico letterario abbastanza conosciuto. La sua fama, però, sarà in gran parte postuma e alimentata dagli amici della “Voce” con i quali era in dimestichezza non solo culturale. La prima edizione degli Scritti venne, infatti, curata da Giuseppe De Robertis (in collaborazione con Alfredo Grilli), uno degli interlocutori primari dell’ Esame di coscienza di un letterato, pubblicato il 30 aprile 1915 proprio su “La Voce” e, quasi subito dopo la morte, ristampato insieme ad altri testi e lettere per le edizioni dei fratelli Treves di Milano nel 1916. Nonostante la grande fortuna di questo testo, tuttavia, e nonostante l’utilizzazione fattane da una generazione intera di critici italiani di grande spessore e qualità, il rischio di una sua (sotto)valutazione in chiave storicistico-biografica è ancora grande. Un testo come l’Esame…, infatti, può essere considerato una sorta di testamento spirituale (alla luce di quanto sarebbe accaduto di lì a poco) mentre, invece, non lo è affatto a meno di non credere in misteriose qualità medianiche del suo autore e le diatribe per anni succedutesi sulla religiosità o il laicismo di Serra poco aggiungono a un sistema di lettura dei testi che è realmente in anticipo rispetto ai risultati migliori della critica letteraria a venire (stilistica o meno).

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.56: Una spettatrice del Novecento della poesia. Giovanna Bemporad, “Esercizi vecchi e nuovi”, a cura di Andrea Cirolla

Una spettatrice del Novecento della poesia. Giovanna Bemporad, Esercizi vecchi e nuovi, a cura di Andrea Cirolla, Milano, Edizioni Archivio Dedalus, 2010

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di Giuseppe Panella*

Per molto tempo la figura di Giovanna Bemporad si è confusa con il ricordo di Gabriella Bemporad (che non era sua parente) anche se traduceva come lei dal tedesco – quest’ultima la conobbi, sia pure fuggevolmente, a casa di Gianfranco Draghi, in una villa appena fuori Firenze dove credo che questo singolare personaggio di psicoteraupeta di impronta junghiana, poeta, scrittore, pittore e altro ancora viva a tutt’oggi. Anche lei parlava di Rilke e di letteratura tedesca del Novecento con una voce sottile ma vibrata, ricca di accenti densi e dolci di nostalgia.

Giovanna Bemporad, invece, è stata soprattutto una traduttrice di testi del legato classico, soprattutto greco e soprattutto dell’ Odissea, opera di traduzione che è durata praticamente tutta la sua vita matura. Ma, tra una traduzione di Omero e una di Rilke o di Hofmannsthal o di Goethe o di Novalis, la Bemporad è stata soprattutto poetessa molto raffinata nei tocchi, nei toni, nelle soluzioni ritmiche e formali.

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SPECIALE GUIDO MORSELLI N.6: “ANTONIO PORTA LEGGE GUIDO MORSELLI. Quattro recensioni”, a cura di Francesco Sasso

di Francesco Sasso

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Indubbiamente, Guido Morselli non ha ricevuto in vita il giusto riconoscimento. A riguardo, Vittorio Coletti [1] parla di «sfasatura ideologica» e di codici narrativi. Infatti, non possiamo qui ignorare che Guido Morselli ha messo in discussione ogni certezza della sua epoca, rifiutando, ad esempio, il contemporaneo idealismo filosofico, così come ogni realismo o materialismo storico. Mentre sul piano letterario, Morselli prende le distanze dalle correnti letterarie dell’epoca: dal Neorealismo e dall’Avanguardia.

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STORIA CONTEMPORANEA n.56: Viaggio al termine dell’oblio. Marina Alberghini, “Louis-Ferdinand Céline gatto randagio”

Viaggio al termine dell’oblio. Marina Alberghini, Louis-Ferdinand Céline gatto randagio, Milano, Mursia, 2009

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di Giuseppe Panella*

Le biografie del dottor Destouches-Céline sono di solito, et pour cause, molto voluminose (ne fa fede la vita in tre grossi volumi pubblicata dalla casa editrice Mercure de France con il semplice titolo di Céline e redatta da François Gibault, l’avvocato ammiratore dello scrittore francese che l’ha raccontata dettagliatamente). D’altronde, sull’autore del Voyage au bout de la nuit c’è ancora, sempre, comunque, molto da dire. La sua vita e la sua opera sono temi sterminati e difficili da riassumere.

Non è facile provarsi, allora, a sintetizzare un libro colossale come questo di Marina Alberghini. Forte delle sue millecentocinquantacinque pagine, esso non percorre soltanto la vita complessa e ricchissima di avvenimenti anche spettacolari di Louis-Ferdinand Destouches meglio noto con lo pseudonimo di Céline (dal nome della sua amatissima nonna paterna) ma ricapitola le vicende storiche di un mondo, quello che segue alla fine della Belle Époque europea per attraversare sanguinosamente le due grandi guerre mondiali del secolo e una parte dell’affannoso dopoguerra che seguirà sotto il segno della Cold War variamente combattuta tra gli Stati Uniti d’America e l’URSS allora comunista.

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STORIA CONTEMPORANEA n.53: “Trittico per Camilleri”. Come si costruisce un’antologia. Andrea Camilleri, “Pagine scelte di Luigi Pirandello”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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di Giuseppe Panella

Trittico per Camilleri. Come si costruisce un’antologia. Andrea Camilleri, Pagine scelte di Luigi Pirandello, Milano, Rizzoli BUR, 2007

Quello che mi ha stupito di più di questa antologia è che rechi il nome del suo realizzatore al posto dello scrittore antologizzato (sarebbe stato più corretto, forse, scrivere Luigi Pirandello, Pagine scelte, a cura di Andrea Camilleri – in fondo, il “vero autore”di quelle pagine è proprio lui, Pirandello, ma tant’è…). E’ vero che un’antologia è il prodotto della scelta e dei gusti personali di chi la realizza e la costruisce ma non bisognerebbe esagerare. Comunque va detto che Camilleri dichiara fin da subito che il “suo” Pirandello è quello suo e basta e che non ha aspirazioni “scientifiche” né didattiche.

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Uno sguardo sulla poesia a Sud e l’”Antigruppo” (4/4): L’Antigruppo siciliano. Saggio di Antonino Contiliano

[Wilfredo Lam, La giungla (1943)]

di Antonino Contiliano

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L’Antigruppo siciliano*

In Sicilia e nel Meridione d’Italia, il progetto era quello che si articolava entro il tessuto e i testi della poesia civile che coniugavano contemporaneamente i motivi delle radici, dell’amore e della pace nel mondo, dell’emigrazione-immigrazione, della nostalgia, della contestazione all’establishment e di tutti gli altri temi che la nuova civiltà moderna e postmoderna ha messo sul tappeto, non escluso il tema del rapporto con la nuova civiltà tecnologica e telematica contemporanea. Non è stato ignorato, nell’ambito dell’importanza dei linguaggi nella società contemporanea, neanche il tema dello sperimentalismo e il dibattito su letteratura, poesia e linguaggio.

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Uno sguardo sulla poesia a Sud e l’”Antigruppo” (3/4): Nord poesia, le scelte dei poeti. Saggio di Antonino Contiliano

[Yves Tanguy, Gli invisibili (1951)]

di Antonino Contiliano

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Nord poesia, le scelte dei poeti*

A nord, invece, le cose seguivano altre indicazioni. Nel nuovo panorama della controversa e preoccupante realtà che si andava profilando e determinando con i nuovi assetti di società del consumo e del consenso amministrati, antiliberale e antidemocratica, i poeti, specie quelli del Gruppo 63, reagivano stravolgendo prevalentemente il linguaggio rendendolo comunicativamente impraticabile o teatro di rivisitazioni retoriche e giochi pirotecnici. Altri tentavano esperienze neoorfiche, neoermetiche, neosimboliche o la via della cosiddetta “parola innamorata” o della “nuova poesia”.

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Uno sguardo sulla poesia a Sud e l’”Antigruppo” (2/4): Punti di contatto e riferimenti. Saggio di Antonino Contiliano

[Fernand Léger, Les constructeurs (1950)]

di Antonino Contiliano

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Punti di contatto e riferimenti*

La situazionalità insulare dei poeti siciliani contemporanei, tuttavia, non ha significato mai isolamento, sebbene le nuove categorie della poesia siciliana – ” l’isolitudine e la sicilitudine “(16) – convivessero con il vecchio mito idillico del buon tempo andato e della civiltà contadina, ripiegata tra angoscia e dolore, fuga e ritorno, esilio e nomadismo e, a volte, lamento e vittimismo. L’isolitudine (espressione coniata dal poeta Lucio Zinna) e la sicilitudine (espressione coniata dal poeta Crescenzio Cane) “Sono due aspetti dell'<insularità> (…). La prima denota l’insularità in dimensione sociologica, la seconda in dimensione esistenziale (…). L’isolitudine emerge ogni qualvolta ci si faccia isola nell’isola, sia nel caso in cui tale situazione appaia esaltante sia nel caso in cui appaia penosa”(17).

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