I LIBRI DEGLI ALTRI n.103: La necessità del ritorno. Francesca Lo Bue, “Moiras”

Francesca Lo Bue, MoirasLa necessità del ritorno. Francesca Lo Bue, Moiras, edizione bilingue, Roma, Edizioni di Scienze e Lettere, 2012

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di Giuseppe Panella

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Moiras è il libro che Francesca Lo Bue dedica a Roma, la sua città adottiva, dove è venuta a studiare Filologia romanza con Aurelio Roncaglia e dove si è fermata poi molto più a lungo, a vivere e a scrivere. Il precedente Non te ne sei mai andato del 20091 era stato, invece, un libro della memoria, un diario di parole e di immagini rivissute, un tentativo di ricostruire con la poesia un mondo forse definitivamente tramontato e certamente non più ricostruibile nelle vicende cangianti e trascoloranti dell’oggi ormai completamente diverse rispetto a quelle del periodo di riferimento.

Moiras, invece, è più legato alle vicende del presente e sostenuto da un afflato di riconoscenza nei confronti della città che la ospita, delle sue bellezze, del suo passato.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.68: “Cancionero” per il tempo che passa. Francesca Lo Bue, “Non te ne sei mai andato (Nada se ha ido)”

Cancionero per il tempo che passa. Francesca Lo Bue, Non te ne sei mai andato (Nada se ha ido), Roma, Edizioni Progetto Cultura, 2010

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di Giuseppe Panella*


Dalla Lercara Friddi in provincia di Palermo in cui è vissuta degli anni dell’adolescenza all’Argentina dell’Universidad de Cuyo a Mendoza e poi di nuovo a Roma dove tuttora vive, l’itinerario esistenziale di Francesca Lo Bue si incrocia con la sua vocazione poetica:

«Sicilia bellamara, / fiamma pietrificata / Dalla tua aurea falce appuntita / goccia lento il miele del passato» – si legge a p. 11 a mo’ di esergo per l’intera raccolta e unico testo non riportato in versione bilingue a sancirne il carattere di dedica tutta “italiana”. E’ proprio “il miele del passato” che Francesca Lo Bue cerca di distillare, tra disincanto e memoria, vecchie e nuove illusioni e sogni per il futuro prossimo nei suoi versi pieni di un pathos triste come una milonga o il ritorno a una casa che non c’è più. I suoi due prefatori sono concordi nel giudicare la sua esperienza poetica come il congiungimento di due mondi culturali diversi, eppure assai simili gli uni agli altri.

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