SUL TAMBURO n.21: Salvatore Martino, “Cinquant’anni di poesia 1962-2013”

Salvatore Martino, Cinquant'anni di poesiaSalvatore Martino, Cinquant’anni di poesia 1962-2013, a cura di Donato di Stasi, Roma, Edizioni Progetto Cultura, 2015

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di Giuseppe Panella

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Cinquant’anni, mezzo secolo di poesia, sono tanti e va da sé che non si possono racchiudere in una formula, in una frase che abbracci un percorso tanto lungo e tanto variegato. Il tentativo, tuttavia, va comunque fatto perché l’esperienza poetica di Salvatore Martino ha caratteristiche sue peculiari che non debbono passare inosservate nel mare magnum del calderone della poesia contemporanea.

Il percorso di Martino, peraltro ben ricostruito da Donato di Stasi nella sua massiccia Introduzione al volume, inizia nel 1969 (anche se molti testi raccolti in questo volume risalgono già al 1962) con Attraverso l’Assiria (Caltanissetta, Casa Editrice Terzo Millennio, 1969) e La fondazione di Ninive (Roma, Carte Segrete, 1977), due raccolte che incidono già, nel mondo poetico e culturale del poeta, il segno pieno della sua scrittura e della sua aspirazione a una visione colorata e sanguigna del mondo con cui si confronta. In essi – scrive di Stasi:

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I LIBRI DEGLI ALTRI n.55: Lucido e spietato, sognatore dell’Altro, artefice del Sé. Salvatore Martino, “La metamorfosi del buio (poesie 2006-2012)”

Salvatore Martino, La metamorfosi del buio (poesie 2006-2012)Lucido e spietato, sognatore dell’Altro, artefice del Sé. Salvatore Martino, La metamorfosi del buio (poesie 2006-2012), prefazione di Donato di Stasi, Milano, La Vita Felice, 2012

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di Giuseppe Panella

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Salvatore Martino compie nel suo nuovo libro un “viaggio di vita e conoscenza”, un tentativo di andare oltre la pura poeticità della tradizione lirica per sfondarne le esili pareti liristico-biografico e cercare nella “notte oscura” dell’anima la verità di una visione totale.

La metamorfosi del buio scava l’inferno interiore, la più remota origine dell’essere, l’atra abissalità, con il ritmo insistente dei suoi versi, con il pieno della sua ruvida musicalità, con la sua abilità di saper tessere insieme saperi diversi (il mito e la postmodernità), codici differenti (gergo scientifico e letterarietà), secondo una visione plurima e borgesianamente unitaria dell’enciclopedia fattuale e cosale” – scrive Donato di Stasi nella sua densa Prefazione al volume di poesie di Salvatore Martino che, non certo a caso, reca come titolo il titolo paolino di Videmus nunc per speculum et in aenigmate – e poi aggiunge: “La via d’uscita dalla genericità poetologica viene individuata nella sapiente combinatoria degli stili, nella somma di polarità opposte (distesa narratività e condensata liricità, crudo espressionismo e rastremato canto elegiaco pro natura): Salvatore Martino sa emanciparsi dallo sterile mimetismo del reale, interpretandolo e ricostruendolo su piani differenti, attraversandolo, dissolvendolo per aprirsi la via all’impenetrabile, al buio che va metamorfosato in presenza di una forte istanza di progettazione dell’agire, perché si tratta di spezzare l’incantesimo dell’insignificanza e del caos che inondano con il loro vuoto e spengono la vita”[1]. Si tratta, di conseguenza, di scrittura fatta di una potente irrealizzazione della realtà, dunque, scavo del quotidiano per raggiungere una profondità che lo riscatti e lo consacri contro se stesso.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.49: Il fascino della forma chiusa. Salvatore Martino, “Nella prigione azzurra del sonetto”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Il fascino della forma chiusa. Salvatore Martino, Nella prigione azzurra del sonetto, Faloppio (CO), Lieto Colle, 2009


Questa raccolta di centoventidue sonetti racchiude al suo interno non solo la storia della vicenda personale del suo autore ma circonda con le sue circonvoluzioni verbali una sorta di piccola storia del mondo. Cultore avvertito e solerte della forma chiusa del verso, Martino sa che potrà usarla compiutamente solo se essa sarà sempre aperta a tutte le suggestioni possibili, a tutte le dimensioni e proposte letterarie che sarà in grado di far riverberare e precipitare, quasi soluzione satura, su di essa. Il sonetto, in sostanza, è uno strumento a doppio taglio che va utilizzato bene, con cura – se si sbaglia, il rischio è quello di precipitare in un vacuo accademismo di maniera dove la forma chiusa resta barricata in se stessa.

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