QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.60: Dittico delle parole. Marco Giovenale, “Storia dei minuti (casa. clinica)”; Francesca Matteoni, “Tam Lin e altre poesie”

Dittico delle parole. Marco Giovenale, Storia dei minuti (casa. clinica), con la traduzione francese di Michele Zaffarano, Massa, Transeuropa, 2010; Francesca Matteoni, Tam Lin e altre poesie, Massa, Transeuropa, 2010

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di Giuseppe Panella*


Marco Giovenale ci prova ancora. La sua scrittura apparentemente fredda, astratta, fatta di rilievi atoni e modesti nasconde una passione e una poetica molto più rilevante: quella legata alla possibilità della conoscenza ottenuta attraverso la capacità di cogliere la verità mediante l’utilizzazione dello sguardo oggettivo di uno “spettatore non indifferente”.

 

«L’ultima colonna in fondo / nel quadro – svela: una piccola / riga di donna che (spórta /  nel bordo buio una elle di fiaccola) /  illumina l’uscita per lo sguardo. // È la Contemplazione, che si nega, / dice la guida dotta, che è identica / a chi vede, perché passa – ma diversa / perché è persuasa e spiega. // Rimasta indietro, sua figlia non si è persa. / È albina e condannata a ridere / rapida. (Chiaro, dimentica)» (1).

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Appunti dal parco di Francesca Matteoni

di Francesco Sasso

Confesso che la prima cosa che mi ha direttamente colpito di Appunti dal parco di Francesca Matteoni è stata la qualità della sua voce poetica, che per me ha uno straordinario potere di evocazione.

La brevissima raccolta di liriche e prosa, da poco pubblicata da Wizarts editore, risponde alla necessità di scandire e annotare con cura non esibita, confinato in un universale parco inglese, l’insieme degli stati d’animo della poetessa (“Non scrivere, non sperare, non dire”).

Vita e morte (“Mi chiedo dei sopravvissuti, quanti dai nidi – se sanno, se ricordano”), natura e separazione (“Penso al sostituirsi degli animali e a quello più lento, ma inesorabile, degli alberi, delle piante delle stagioni. A come cadono nella loro immagine, non raggiunta”), amore e solitudine (“C’è una gioia nella mia tristezza / e un’ombra disarmante nell’amore”; e ancora: “mentendo la propria solitudine / si riconosce meglio dove amare”) costituiscono alcuni dei sensi portanti, dei motivi di Appunti dal parco.

Inoltre, la natura e il sentimento di vita-morte, che per altro appaiono due ad una prima e distratta analisi, ma che non si potrebbe distinguere neppure intrecciati tra loro, si è convertito tutto in immagini favolistiche in cui gli animali e le piante rivendicano il loro esistere nel mondo.

Sicché la poesia di Francesca Matteoni non può dirsi che contemplazione incantata e cruda del sentimento della vita e della morte in natura: “Un corvo intruglia la carcassa sfatta / di un piccione, il ricamo scarlatto / aggrovigliato al becco. Se ne stacca / distratto al mio passaggio”.

Tuttavia l’espressione poetica placa e trasfigura il sentimento di dolore, laddove quest’ultimo aderisce e cozza con l’immagine: “Non scriverle le poesie, tienile / per camminare svelta nella pioggia / o nella luce quieta di novembre”. E potrei trascrivere tanti altri versi dalla solida e limpida musicalità che richiamano, in un’equivalenza di chiaro/scuro, l’urlo attenuato del dolore appena medicato.

E così l’occhio della poetessa si sposta continuamente dal cielo alla terra e dalla terra al cielo, dà immagine e nome alla vita interiore delle cose: “Si può amare un albero perché dà pace, perché non ha mai volato, proprio come noi, ma sostiene il segreto dei voli”.

A me pare che Francesca Matteoni non voglia semplicemente esprimere le sue emozioni più intime, ma desideri invece, da vera artista della parola, affrontare con estrema sincerità una certa materia: la vita. E’ quest’ultima che stimola la poetessa, e possedendo in sé un segno che può indicare una direzione, sollecita il dualismo fra luce e buio, fra vita singola dell’autore ed exemplum di ogni esistenza (pianta, animale o uomo, non importa).

A parte ciò, per concludere, sarebbe utile esercizio critico fermarsi sulla contingenza di timbro, ritmo, intensità, immagini ecc, quello che ci fa riconoscere subito una voce al buio fra mille. Ma avrò modo di scrivere più in là sugli assetti metrici e retorici utilizzati da Francesca Matteoni (per esempio, l’utilizzo dell’endecasillabo in Brockwell park; sulla frequenza ossessiva di alcuni lemmi, spesso in antitesi, come osso-sangue, acqua-fango ecc; oppure la cadenza ritmica della prosa), al termine della mia lettura di Artico (opera prima di Matteoni pubblicata da Crocetti editore nel 2005) e di altre liriche ancora inedite. Insomma, conto di riparlare di Francesca Matteoni, giacché, con sincero entusiasmo, sono felice di aver incontrato una nuova ed interessante voce poetica.

f.s.

Nota bio-bibliografica

Francesca Matteoni è nata il 25 gennaio 1975. Attualmente vive tra Pistoia e Londra dove sta completando un dottorato in Storia moderna. Ha svolto svariati lavori tra cui assistente di base all’infanzia e pifferaia di strada. Sue poesie e scritti sono apparsi su diversi siti web, riviste e antologie. Nel 2005 ha pubblicato il suo primo libro di poesia Artico (Milano: Crocetti), selezionato all’interno della rassegna Nodo Sottile 4, a cura di Vittorio Bigini e Andrea Sirotti per l’Archivio Giovani Artisti di Firenze. Nel 2008 ha vinto la diciannovesima edizione del premio internazionale per la poesia inedita “Féile Filìochta” bandito dalla biblioteca di Dùn Laoghaire in Irlanda con il poemetto Higgiugiuk la lappone. Fa parte della redazione del blog letterario Nazione Indiana.

[Francesca Matteoni, Appunti dal parco, con fotografie di Cristina Babino, Wizarts editore “Licenze Poetiche”, 2008, pag. 38, € 6]