ESERCIZI DI LETTURA n. 2: La verità impronunciabile. Il silenzio della letteratura

La verità impronunciabile. Il silenzio della letteratura

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di Francesca Vennarucci

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Dolce e chiara è la notte e senza vento,

e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti

posa la luna, e di lontan rivela

serena ogni montagna. […]

[…] Ahi, per la via

odo non lunge il solitario canto

dell’artigian, che riede a tarda notte,

dopo i sollazzi, al suo povero ostello;

e fieramente mi si stringe il core,

a pensar come tutto al mondo passa,

e quasi orma non lascia. Ecco è fuggito

il dì festivo, e al festivo il giorno

volgar succede, e se ne porta il tempo

ogni umano accidente. Or dov’è il suono

di que’ popoli antichi? Or dov’è il grido

de’ nostri avi famosi, e il grande impero

di quella Roma, e l’armi, e il fragorio

che n’andò per la terra e l’oceano?

Tutto è pace e silenzio, e tutto posa

il mondo, e più di lor non si ragiona.

[…]

(da La sera del dì di festa, di Giacomo Leopardi)

Dopo una giornata di festa, animata da suoni, grida, fragori, solo il canto dell’artigiano che torna a casa squarcia la profondissima quiete della notte. La coltre del silenzio già posa, densa e tangibile, so­pra i campi e in mezzo agli orti, avvolge le cose nell’oblio, cancella le voci del giorno respin­gendole in una dimensione irreale, dolorosa. Solo il canto notturno che a poco a poco si allontana ripopola il silenzio di voci, di grida, ma è un attimo: la luce uniforme e silenziosa della luna riprende a posare su tutto il mondo, lasciando lo sguardo dell’osserva­tore a vagare lontano e il suo animo in sub­buglio. E’ possibile notare immediatamente come la costruzione di que­sta po­esia poggi su un’opposizione dialettica: nel silenzio della notte appa­rente­mente quieta, inondata dalla chiarezza lunare, il canto dell’ar­tigiano ha il po­tere di evocare, non solo le voci del giorno appena tra­scorso, ma tutte le voci del mondo, le voci di un passato rumorosis­simo eppure inghiottito dal silen­zio del Tempo.

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Hojas de Sepia de Eugenio Montale

[Traduzione di José Daniel Henao Grisales ]

[QUI] potete leggere il testo italiano già pubblicato su Retroguardia 

Hojas de Sepia de Eugenio Montale

 De Francesco Sasso

Huesos de Sepia es la primera cosecha Montaliana, aparecida en el 1925 y enriquecida después en la edición de 1928.

Los Huesos de Sepia diseñan la vicisitud de un cuadro existencial y gnoseológico, la doliente pizca del acto de una radical potencia expresiva; de una imposibilidad de la palabra poética; de la significación de la esencia del mundo y de la vida. Y sin embargo ilustra también la desesperada búsqueda de una identidad y su desastroso éxito.

No vale en realidad que el sujeto haga cosas entre las cosas, “Astilla fuera del tiempo”, residuo expulsado del flujo del devenir, inmune de su acción aniquilada. La vacuidad de la aspiración al absoluto, la condena del sujeto a reconocer en el dominio de la caducidad el único espacio posible de su consistencia.   

Así, al término de su Odisea, el yo comprende que el ser equivale al morir, y la subjetividad puede persistir sólo a precio de entregarse a un inmobilidad funeraria. Y existir quiere decir resignarse a habitar un tiempo histórico desierto de certezas y de valores; a soportar la discontinuidad de la experiencia y el desgarro atroz de un devenir sin progreso.

f.s.

[Leggi tutte le traduzioni di José Daniel Henao Grisales pubblicate su Retroguardia ]

Montale: Che cos’è la poesia lirica?

Scrive Montale: «Che cos’è la poesia lirica? Per mio conto non saprei definire quest’araba fenice, questo mostro, quest’oggetto determinatissimo, concreto, eppure impalpabile perché fatto di parole, questa strana convivenza della musica e della metafisica, del ragionamento e dello sragionamento, del sogno e della veglia» (1)

(1) E. MONTALE, Sulla poesia, Milano, Mondatori, 1976, p.171

Ossi di seppia di Eugenio Montale

Ossi di Seppia è la prima raccolta montaliana, apparsa nel 1925 e poi arricchita nell’edizione del 1928.

Gli Ossi di Seppia disegnano la vicenda di uno scacco esistenziale e gnoseologico, la dolente presa d‘atto di una radicale impotenza espressiva, della impossibilità, per la parola poetica, di significare l’essenza del mondo e della vita, ma illustrano anche la disperata ricerca di una identità e il suo fallimentare esito.

Non vale infatti al soggetto di farsi cosa fra le cose, «scheggia fuori del tempo», residuo espulso dal flusso del divenire e immune dalla sua azione annientatrice. La vacuità dell’aspirazione all’assoluto, la condanna del soggetto a riconoscere nel dominio della caducità l’unico possibile spazio della sua consistenza.

Così, al termine della sua odissea, l’io comprende che l’essere equivale al morire, e la soggettività può persistere solo a prezzo di consegnarsi a una immobilità funeraria; ed esistere vuol dire rassegnarsi ad abitare un tempo storico deserto di certezze e di valori, a sopportare la discontinuità dell’esperienza e lo squarcio atroce di un divenire senza progresso.

f.s.

[Eugenio Montale, Ossi di seppia, Mondadori, 1996, pag.142, lire 12.000]

Aesthetica in nuce di Benedetto Croce

Vorrei parlarvi di Aesthetica in nuce (1929) di Benedetto Croce.  In esso, riprendendo le tesi sul carattere lirico dell’intuizione e sul carattere di totalità dell’espressione artistica, Croce chiarì che la poesia, se non determina verità etiche, pure si nutre essenzialmente di moralità, perché riflette la personalità umana nella sua interezza. Anzi, quanto più grande è la personalità dell’autore, tanto più convincenti saranno i risultati poetici cui egli perviene. Entro questi termini, secondo Croce, va inteso il rapporto di condizionamento reciproco che intercorre fra poesia e storia.

Montale ha cercato in qualche modo di giustificare, in un saggio assai penetrante, questi motivi basilari:

«Che cosa Croce chiedeva al poeta? Direi che chiedesse in lui il carattere; e il carattere poteva manifestarsi come fedeltà ai propri motivi, dono, capacità di non lasciarsi corrompere da ragioni estranee alla letteratura. […] Si direbbe che il Croce abbia amato quei poeti che avrebbe amato come uomini, se li avesse conosciuti; siano essi l’olimpico Goethe o il cattolico e sedicente reazionario Balzac, o il miracoloso Nievo o il robusto e sanguigno Carducci, ultimo alfiere di una poesia che voleva rifare l’uomo.»  (1)

(1) «La lezione di Croce», in Il Mondo, 11 dicembre 1962

f.s.

[edizione letta: Benedetto Croce, Aesthetica in nuce, è in FILOSOFIA- POESIA- STORIA. Pagine tratte da tutte le opere a cura dell’autore stesso, Biblioteca Treccani, 2006, pp.195-223]