Comparazioni e omologie nel Tao filosofico-poetico di Massimo Mori

Massimo MORI, Tai Chi (Tàijí). Poematica del Principio, Castel Maggiore, Edenica, 2018, pp. 232, € 27, 50.

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di Stefano Lanuzza

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La poesia è chiara e oscura: tra una parola scritta e l’altra vi sono spazi vuoti nell’alternanza nera e bianca di Yin e Yang” (M. Mori).

Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere” scrive Wittgenstein nella settima e ultima proposizione del suo Tractatus logico-philosophicus (1921). Tale frase, che segnala un limite delle possibilità del linguaggio ed esorta a ‘stare ai fatti’, non significa ‘Non parlare’ ma invita a non pretendere d’identificare quanto trascenda il linguaggio.

Anche dell’illimitato, incommensurabile, immateriale Tao non c’è, secondo Lao Tzu, modo di parlare. Causa e custode dell’universo, l’eterno, sconosciuto, preverbale Tao, abissale, assoluto e senza forma, resta una questione metafisica intorno all’origine delle cose: “C’è qualcosa di caoticamente completo in sé / nato prima del cielo e della terra. / … / Non conoscendone il nome, lo chiamo Tao” (Lao-tzu). Secondo René Guénon, se “il Tao ‘senza nome’ è il Non Essere, […] il Tao con un nome è l’Essere”. Volendo dare, sia pure in astratto, un nome all’intraducibile Tao, “lo si chiamerà (come equivalente approssimativo) la Grande Unità” (La Grande Triade, 1946)… Nel dettato dell’antica tradizione, Tao è vivere in armonia con le leggi e i flussi della Natura: chi vi riesce, trova se stesso.

Ciò premesso, risultano praticabili un ‘senso Tao’, un ‘atteggiamento Tao’, un ‘sentiero Tao’ nel percorso artistico testimoniato da Jack Kerouac (Sulla strada, 1953), l’ispirato scrittore americano votato a coniugare Beat con un’agnostica Beatitudine, e il Tao con un eterodosso Underground.

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Dal microcosmo fiorentino al macrocosmo della Commedia. Massimo Mori, flâneur nella città di Dante a 750 anni dalla nascita del Poeta

moriDal microcosmo fiorentino al macrocosmo della Commedia. Massimo Mori, flâneur nella città di Dante a 750 anni dalla nascita del Poeta.

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di Stefano Lanuzza

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Firenze capitale dell’Italia negli anni 1865-1871 – la ‘capitale involontaria’ per la quale si abbattono il centro antico e le mura del Trecento –, tra le città più visitate e ammirate d’Italia, è nota nel mondo anche per avere dato i natali nel 1265 a Dante Alighieri: colui che, presumibilmente nel 1307, inizia a scrivere quella Commedia dove si concentra la grande cultura del Medio Evo e si pongono le basi d’una lingua italiana stabile e dall’ortografia fino ad oggi immutata… Ci voleva il guelfo e poi ghibellino Dante perché la parola italiana cessasse di essere un dialetto del latino e diventasse lingua d’una nazione.
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