Il Codice di Perelà di Aldo Palazzeschi

Vorrei parlarvi de Il Codice di Perelà (1911), estrosa invenzione di Aldo Palazzeschi.

Qui il rifiuto della scrittura realistica si manifesta attraverso l’abolizione di ogni criterio di verosimiglianza; non v’è azione né svolgimento, e dunque non v’è tempo; fra gli eventi narrati non intercorre alcun nesso di casualità, e quindi non si dà storia; sono liquidati, infine, sia il punto di vista dell’autore che quello del protagonista, da ciò l’assoluta prevalenza, nel racconto, di una struttura dialogica, quasi teatrale.

Perelà è un essere dalle sembianze umane, ma incorporeo, perché composto unicamente di fumo; giunto in un imprecisato paese, viene accolto dagli abitanti con l’ammirazione e il rispetto che sono dovuti ad una <<superiore, cavalleresca creatura>> ecc. (come è mia abitudine quando scrivo per Retroguardia, non riassumo mai la trama [o plot]. Chi mi legge è internauta, quindi ha tutti gli strumenti per saperne di più. Basta un CLIC su uno dei tanti motori di ricerca).

 
Il codice di Perelà è dunque una favola allegorica, un apologo sulla condizione e sul destino dell’artista nel mondo contemporaneo: dove l’uomo di fumo è simbolo di un soggetto ridotto a simulacro di sé, a pura forma, a coscienza, a un’identità esclusivamente nominale, e perciò votato a testimoniare la propria assoluta in appartenenza alla realtà del presente storico, di cui può tutt’al più smascherare l’inautenticità, la vacuità, ma che di certo non può in alcun modo mutare.

f.s.

[Aldo Palazzeschi, Il codice di Perelà, Mondadori, 1997, pag.265, lire 13.000]
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