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Category Archives: panella giuseppe

Riccardo Donati, Nella palpebra internaL’occhio del poeta costruisce il percorso poetico. Riccardo Donati, Nella palpebra interna. Percorsi novecenteschi tra poesia e arti della visione, Firenze, Le Lettere, 2014

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di Giuseppe Panella

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Riccardo Donati si è sempre mosso, nello sviluppo della sua ricerca critica di studioso, tra Settecento1 e Novecento2, tra proposta originaria presente nel Secolo dei Lumi e i suoi esiti in ambito novecentesco. Tuttavia i suoi interessi predominanti concernono, in massima parte e proprio a partire dalla sua originaria analisi del Bigongiari critico d’arte, l’evoluzione della poesia italiana contemporanea e i suoi rapporti con le arti della visione.

Nella palpebra interna, infatti, rende conto di tutta una serie di importanti poeti della tradizione novecentesca italiana che si sono messi in rapporto con le arti della visione facendo oggetto della loro ricerca poetica le potenzialità ermeneutiche e liriche dello sguardo.

Per riuscire ad ottenere conclusioni non banali e in certa misura più nuove rispetto alla tradizionale analisi di questo rapporto, Donati si cimenta, in linea preliminare, con una nozione ambigua e sfuggente come quella di sguardo provandosi a darne un quadro teorico generale di riferimento.

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Adriana Gloria Marigo, L’essenziale curvatura del cieloAdriana Gloria Marigo, Un biancore lontanoIl cielo è il tetto del mondo. Adriana Gloria Marigo, Un biancore lontano, Faloppio (Como), LietoColle Edizioni, 2009; L’essenziale curvatura del cielo, postfazione di Eros Olivotto, Milano, La Vita Felice, 2012

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di Giuseppe Panella

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Un biancore lontano è il primo libro di poesie di Adriana Gloria Marigo, pubblicato dopo molte riflessioni e una lunga attesa nel 2009. E’ un libro di esordio, certamente, ma che mostra già i caratteri di una maturità linguistica e umana che possono farla considerare alla lettura ben lontana dall’essere un’ “esordiente assoluta”. In questo breve ma succoso grappolo di versi, la densità dei richiami e dei riferimenti, in particolare alla cultura classica e alla mitologia, è tale da imporsi come cifra della scrittura stessa della Marigo. Proprio quel “biancore lontano”, allora, è l’emergenza culturale di un progetto poetico che vede nella scelta a favore della natura e nella passione d’amore vissuta e sofferta il suo punto di riferimento essenziale.

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SULTANE_Layout 1La vita è adesso e la morte non fa paura. Marilù Oliva, Le Sultane, Roma, Elliot, 2013

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di Giuseppe Panella

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Tre vecchiette, Wilma, Annunziata detta Nunzia e Mafalda (tutti nomi d’antan – come si può vedere) che abitano a Bologna in una (inesistente) via Damasco in un complesso di case di edilizia popolare e sono note come le Sultane, sono al centro di un romanzo di cui è difficile stabilire genere e profilo narrativo. La vicenda parte apparentemente come una storia di ordinaria mestizia e solitudine con protagonista la difficile “terza età” degli italiani medi, prosegue – sempre apparentemente – come un noir e termina con un finale (diciamo così) aperto.

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Maria De Lorenzo, Un lungo desiderioChe la terra le sia lieve… Maria De Lorenzo, Un lungo desiderio. Poesie, con una postfazione di Nino Borsellino, Roma, Fermenti, 2014 ; Gliommero, poesie di Maria De Lorenzo e quindici acquarelli di Nino Tricarico, Roma, Edizioni L’Impronta, 1998

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di Giuseppe Panella

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Maria De Lorenzo non ha lasciato un’opera eccessivamente abbondante: si tratta di sei raccolte di versi in vita (tra cui il prezioso Gliommero con tredici, splendidi acquarelli del grande pittore potentino Nino Tricarico) e questo suo bel testo postumo che è, in realtà, il frutto della volontà di suo marito, il critico letterario Nino Borsellino, di impedire che il ricordo della sua scrittura si perda nell’oblio (come troppo spesso frequentemente ormai accade a tanti, troppi poeti).

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Franco Legni, Io Nichi MorettiSgangherato frenetico stomp. Franco Legni, Io Nichi Moretti, Firenze, Curiosando Edizioni, 2013

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di Giuseppe Panella

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Nichi Moretti non è certo quello che si suole definire un “bravo ragazzo”, non è riuscito nella vita, non è molto amato dalle donne né apprezzato dalle madri che lo vorrebbero come genero (della sua, di mamma, non si sa nemmeno se ci sia o che cosa faccia tranne una fuggevole apparizione sul finale della narrazione della sua storia). In realtà, scivola ogni giorno di più nel fallimento totale.

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Guido Guidi Guerrera, Avatar Beauty ProjectSalvate (almeno) la faccia. Guido Guidi Guerrera, Avatar Beauty Project, Baiso (Reggio Emilia), Verdechiaro Edizioni, 2013

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di Giuseppe Panella

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La fisiognomica è un’arte antica e che nasce dallo sviluppo della riflessione filosofica sul rapporto tra corpo e anima. I tratti del volto (soprattutto il riflesso dello sguardo e il taglio della bocca) sono tra le forme espressive che caratterizzano il corpo umano e lo rendono unico e indistinguibile rispetto a quello di tutti gli altri esseri umani.

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Bernardini, Chen contro ChenLa Cina è vicina. Giorgio Bernardini, Chen contro Chen, La guerra che cambierà Prato, Roma, Round Robin Edizioni, 2014

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di Giuseppe Panella

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Ogni generazione conosce le sue guerre private, la sue scaramucce familiari, le sue lotte intestine, l’eterna querelle tra vecchi e giovani, tra i sostenitori del modello tradizionale di vita cui si sono attenute i precedenti modelli di vita e gli animosi e volenterosi propugnatori di nuovi e più avanzati equilibri. Tutto ciò accade continuamente e non solo nel mondo occidentale dove lo scontro generazionale ha contrassegnato in maniera forte e spesso dolorosa i passaggi epocali e i mutamenti di mentalità. Ma quello che sta accadendo qui e ora a Prato nella vastissima comunità cinese che la contraddistingue ha caratteri di eccezionalità, di straordinaria unicità rispetto agli scontri interni tra le etnie che pure sono spesso avvenute nell’ambito di paesi europei in cui il lascito coloniale ha spesso lasciato strascichi sanguinosi (e non soltanto dal punto di vista culturale).

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La guerra degli uomini. Fiorenza Alderighi «Voi che sarete emersi dai gorghi / dove fummo travolti / pensate quando parlate delle nostre debolezze / anche ai tempi bui / cui voi siete scampati . // Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe, / attraverso le guerre di classe, disperati / quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta. // Eppure lo sappiamo / anche l’odio contro la bassezza / stravolge il viso. / Anche l’ira per l’ingiustizia / fa roca la voce. Oh, noi / che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza, / noi non si poté essere gentili. // Ma voi, quando sarà venuta l’ora / che all’uomo un aiuto sia l’uomo, / pensate a noi / con indulgenza» (Bertolt Brecht)

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di Giuseppe Panella

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Histoire d’une vie. Fiorenza Alderighi racconta e si racconta

1. Il racconto in prosa : la guerra, la morte, la pace

Da molto tempo ormai, Fiorenza Alderighi trasforma periodicamente la sua vita in una serie di racconti di vita e poi li rilancia in una prospettiva poetica di trasfigurazione necessaria.

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Michele Brancale, Rosa dei TempiL’impronta del tempo, i segni del destino. Michele Brancale, Rosa dei Tempi, prefazione di Gianni D’Elia, Firenze, Passigli, 2014

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di Giuseppe Panella

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A distanza di cinque anni dalla sua ultima raccolta di un certo impegno (Salmi metropolitani editi dalle Edizioni del Leone di Venezia, con una bella postfazione di Antonio Tabucchi), Michele Brancale ritorna alla poesia con una silloge di notevole spessore lirico e di forte coinvolgimento culturale e umano (e, aggiungerei senza tema di smentite, con una forte spinta di carattere religioso). Scrive Gianni D’Elia nella sua prefazione al libro, un testo in cui il poeta marchigiano dimostra un interesse condiviso e appassionato per l’impresa poetica di Brancale, che:

«Rosa dei tempi ha una struttura da antico canzoniere medievale, da calendario cristiano, da oroscopo religioso, da breviario liturgico, da diario confessionale. Citando i cantari bizantini, Brancale organizza molto bene il suo messale ideologico, evangelico, convinto, alternando al canone delle stagioni climatiche e naturali il rovello intorno al male storico e sociale, là dove i bambini, i vecchi partigiani e gli immigrati sono i suoi eroi del racconto. A volta rischia l’edificante e il poetico, come Manzoni, che mi sembra il suo modello urbano, come Campanella è il cittadino ideale, il cantore del sole divino. Un modello di orientamento forte, tra Storia e Natura, Dio ed uomo, nel vento dell’Apocalisse : una ‘Rosa dei Tempi’, appunto. Le cose migliori di questo canzoniere – la cui gran parte poteva benissimo essere stesa in prosa, dato che qui comanda la frastica, sulla metrica, come nei versetti biblici – sono quelle perlustrazioni di città o di campagna, quando l’immersione nelle cose sembra far nascere i concetti dalle immagini, e non il contrario, che mi pare praticato per tutto il libro»1.

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Chiara Savettieri, L’incubo di PigmalionePigmalione incatenato. Chiara Savettieri, L’incubo di Pigmalione. Girodet, Balzac e l’estetica neoclassica, Palermo, Sellerio, 2014

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di Giuseppe Panella

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1. Sarrasine on demand

Il breve romanzo Sarrasine di Honoré de Balzac, peraltro uno dei suoi più complessi nella stesura e nell’articolazione della narrazione, è anche uno dei suoi più inseguiti, direi lungamente perseguitati, dalla critica filosofica e letteraria. I saggi di Roland Barthes1 e di Michel Serres2 dedicati all’analisi e alla decostruzione di questo breve testo la dicono lunga sulla sua natura impervia e solo apparentemente facile e liscia (si tratta, in realtà, di una parete di montagna assai difficile da scalare la sua e per la quale occorrono attrezzi specifici e appositamente costruiti).

Per costruire la sua analisi dello stretto rapporto esistente tra la natura dell’arte e il suo legame con l’impossibilità della vita una volta che ci si è collocati al di fuori di essa, Serres, ad esempio, ha utilizzato, con sapienza e minuzia, la storia dello scultore Sarrazine e la sua straordinaria vicenda d’amore (la novella di Balzac è del 1830 ed è una delle sue più appassionanti tra le sue opere narrative dedicate alla relazione tra vicenda artistica e sentimenti amorosi, come lo saranno pure i successivi Gambara e Massimilla Doni). Già l’oggetto – come si è scritto sopra – di un’accurata e intrigante analisi strutturata da parte di Roland Barthes che è un vero e proprio capitolo fondamentale della storia della critica letteraria, il racconto di Balzac diventa, in questa occasione, una delle possibili dimostrazioni di che cosa sia il pensiero narrativo per Serres.

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Daniela Tani, L’ospite cinese Via dalla Cina. Daniela Tani, L’ospite cinese, prefazione di Paolo Piazzesi, Massarosa (Lucca), Mauro Del Bucchia Editore, 2013

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di Giuseppe Panella

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Paolo Piazzesi ha fatto bene a rilevare il carattere di “romanzo di formazione” presente in un romanzo apparentemente “ingiustificabile” come quello di Daniela Tani (al suo secondo testo narrativo dopo La caduta, Roma, Ilmiolibro.it, 2011) se non alla luce delle sue implicazioni socio-culturali in rapporto alla crescita della personalità di un adolescente :

«Per più di un aspetto il lavoro di Daniela Tani evoca il Bildungsroman, centrato sulla formazione personale di un giovane : qui tuttavia niente è concesso al sentimentalismo, né all’improbabile e abusata cifra del riscatto del protagonista e dell’edificazione del lettore. Se una collocazione nel genere è da cercarsi, è forse più sul versante del giovane Törless musiliano, fra disorientata abiezione, subita anche se non condivisa, e sensazione immanente dell’irrazionalità dell’esistenza propria e altrui, in una declinazione originale, amara, disincantata»1.

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Francesca Lo Bue, MoirasLa necessità del ritorno. Francesca Lo Bue, Moiras, edizione bilingue, Roma, Edizioni di Scienze e Lettere, 2012

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di Giuseppe Panella

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Moiras è il libro che Francesca Lo Bue dedica a Roma, la sua città adottiva, dove è venuta a studiare Filologia romanza con Aurelio Roncaglia e dove si è fermata poi molto più a lungo, a vivere e a scrivere. Il precedente Non te ne sei mai andato del 20091 era stato, invece, un libro della memoria, un diario di parole e di immagini rivissute, un tentativo di ricostruire con la poesia un mondo forse definitivamente tramontato e certamente non più ricostruibile nelle vicende cangianti e trascoloranti dell’oggi ormai completamente diverse rispetto a quelle del periodo di riferimento.

Moiras, invece, è più legato alle vicende del presente e sostenuto da un afflato di riconoscenza nei confronti della città che la ospita, delle sue bellezze, del suo passato.

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Andrea Marchetti, Le nebbie del passato Ciò che è difficile capire. Andrea Marchetti, Le nebbie del passato, prefazione di Andrea G. Pinketts, Napoli, Tullio Pironti Editore, 2013

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di Giuseppe Panella

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Scrive con acutezza Pinketts nella sua breve Prefazione a questo romanzo di investigazioni ed efferati delitti (di cui una versione era già uscita in formato e-book prima della pubblicazione in cartaceo presso Pironti) che nel 1990 il “giallo” letterario italiano fu finalmente sdoganato presso il grande pubblico italiano e internazionale durante il corso del Mystfest, la rassegna del romanzo poliziesco che si teneva a Cattolica a partire dal 1979, anche se i suoi intenti erano quelli di promuovere la produzione cinematografica di genere, in particolare il noir1 :

«Il resto è storia. Il noir italiano è diventato una certezza internazionale. I Carlotto, i Fois, i Montanari, i Cappi, i Di Marino sono prodotti DOP (denominazione di origine poliziesca) per palati raffinati che non disdegnano il pop. Carta bianca di Lucarelli è ambientato un paio di anni prima di Le nebbie del passato di Andrea Marchetti. La guerra, il fascismo, l’ambiguità, la storia sono pennellate di colore indefinito tendente al rosso sangue su un’indagine che non è sicuramente solo gialla. Le nebbie del passato raccoglie il testimone lucarelliano. Lo passa dal commissario De Luca2 al maresciallo Leonardi, altrettanto pronto, disposto e in grado (John Wayne docet) a sciogliere i nodi e a regolare i conti del buio prima e dopo la siepe del conflitto mondiale. Montebello, piccolo centro appenninico, ha i suoi segreti come Twin Peaks»3.

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Annalisa Macchia, Interporto est, Il lento spegnersi di un mondo. Annalisa Macchia, Interporto est, con una Postfazione di Luigi Fontanella, Bergamo, Moretti & Vitali, 2014

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di Giuseppe Panella

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Interporto est è la narrazione dolorosa e partecipata di un evento personale dell’autrice che, attraverso la mediazione della scrittura poetica, giunge a cogliere una possibile dimensione di condivisa commozione universale. Scrive Luigi Fontanella nella sua Postfazione al testo della Macchia, rilevando la funzione fondamentale del personaggio della madre, figura centrale e, contemporaneamente, muta nella costruzione di quel “filo rosso” che costituisce la sostanza del narrato e lo conduce verso una sorta di bilancio della situazione del presente :

«In fondo, questo poemetto, di notevole compattezza lirica ed elegiaca, potrebbe anche (a tratti perfino fellinianamente) inquadrarsi in una sorta di rassegna di luoghi e personaggi familiari, divenuti, col tempo, spiriti benevoli, un po’ come lo erano i Lari domestici : le antiche divinità romane, protettrici di case e di crocicchi, in certi momenti quasi delle parusìe ormai incastonate per sempre in un tempo-luogo autre. Ma ecco che basta un tocco di campana a squarciare l’incanto, non importa se il suo suono oggi è prodotto meccanicamente1. In tutto il poemetto, intensamente evocativo, c’è un personaggio, la madre dell’autrice, che fa da tramite al dialogo ininterrotto con questo luogo ; è lei, personaggio silente (ma eloquente per le immagini che richiama), a tenere il capo di quel filo. Indicativo, in tal senso, il “tu” frequentemente a lei diretto – ma ambiguamente rivolto anche a lei stessa-rievocante ; un “colloquio” muto e struggente che serve a interrogare tramite lei il passato, sia, nel confronto, a meglio comprendere se stessa scrivente, ora che la sua interlocutrice è scomparsa per sempre, sebbene solo fisicamente»2.

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Carmelo Consoli, La solitudine dei metròLa folla solitaria. Carmelo Consoli, La solitudine dei metrò, prefazione di Paolo Ruffilli, Castelfranco Veneto (Treviso), Biblioteca dei Leoni – LCE Edizioni, 2014

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di Giuseppe Panella

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Una Terra Desolata di dimensioni certo meno epocali balena frequentemente nei versi sconsolanti ma classicamente proposti e torniti da Carmelo Consoli. La solitudine della vita in città che un tempo costituivano un ideale di convivenza civile e umana è il tema fondamentale di questa raccolta ricomposta e definita come un ideale poemetto in cui esperienza personale e sentimentale e vocazione della scrittura si riuniscono in un tentativo riuscito di loro sintesi.

Consoli soffre della sua visione della “folla solitaria”1 di cui pure è costretto a fare parte e in cui si immerge sia pure a fatica, con un intimo moto di ripulsa.

La cifra che ne risulta è un’angoscia diffusa, una forma assoluta di ripiegamento su se stesso che solo nella scrittura poetica potrà trovare qualche forma di risarcimento adeguato. Scrive a questo proposito anche Paolo Ruffilli nella sua Prefazione al volumetto :

«Dominante, in questa poesia che si può definire “civile”, è la componente angosciosa: quella, appunto, che deriva da una lucida analisi della realtà, dalla conoscenza e dalla consapevolezza del suo degrado, di una progressiva alienazione che si è impadronita dell’uomo. E c’è tuttavia l’innescarsi, in questo quadro negativo, di una speranza, di una possibilità di salvezza, legata all’ottimismo della volontà contro il pessimismo della ragione. Al centro di questo libro si pone la mitologia del quotidiano, colta nel suo paesaggio privilegiato, quello urbano, con i suoi esterni ed interni, case, strade, dove mostruoso rilievo acquistano i resti di quella civiltà meccanica che, accompagnandoci ormai costantemente senza mollarci attraverso computer e cellulari, mentre ci offre nuove e più larghe opportunità, ci assedia e ci svuota di ogni personalità, condannandoci alla solitudine e all’insoddisfazione»2.

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Carlangelo Mauro, Liberi di direIl Giardino e i passi - Carlangelo Mauro Dediche e sogni di una vita migliore. Carlangelo Mauro, Il giardino e i passi, prefazione di Maurizio Cucchi, Milano, Archinto, 2012; Liberi di dire. Saggi su poeti contemporanei, Avellino, Edizioni di “Sinestesie”, 2013; Rifare un mondo. Sui “Colloqui” di Quasimodo, Avellino, Edizioni di “Sinestesie”, 2013

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di Giuseppe Panella

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La cifra più autenticamente rilevante dell’opera poetica di Carlangelo Mauro poeta è sicuramente la sua “passione del presente”, fatta di memorie e increspata di ricordi anche minuti ma tali da conferire senso alle vicende di un oggi che sembra non volerne tenere più. E’ il parere (certo autorevole) anche di Maurizio Cucchi :

«Gli aspetti che subito emergono anche a una prima lettura di questo libro di Carlangelo Mauro sono a mio avviso due : la sottigliezza e l’acutezza della scrittura e l’insistere di una memoria che è anche, o soprattutto, memoria familiare e storica, e che risale, dunque, anche decisamente indietro nel tempo, come se l’autore se ne sentisse in qualche modo, ma certo senza opporsi, risucchiato. […] Il suo è un verso breve, asciutto, eppure denso, che deve la sua ristretta misura a una attenta economia della parola, a un rispetto che non viene mai meno per la parola stessa, insieme a una felice vocazione antiretorica, quella che gli consente di esprimere il sentimento – che pure si avverte pulsare vivamente – senza sottolineature di alcun genere, e dunque con singolare autenticità, con piena verità personale. Una questione di stile e di gusto, s’intende ; ma anche e soprattutto, direi, una questione di moralissimo decoro»1.

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Perché si scrivono libri inutili ? Un paio di interrogativi ad uso critico (e non solo)

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di Giuseppe Panella

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La stroncatura non è un genere letterario che probabilmente non mi si conviene molto e questo spiegherebbe perché finora non ne ho mai scritte di alcun tipo.

Inoltre, fedele all’imperativo di Ludwig Wittgenstein per cui “su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”, mi sono sempre astenuto dal criticare severamente alcuno o alcunché.

Anche stavolta non sarà tanto una recensione volutamente impietosa che scriverò quanto una serie di riflessioni su un fenomeno che mi inquieta e mi diverte insieme.

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Paolo Codazzi, La farfalla asimmetrica«Oh, richiama indietro il giorno che fu ieri, /

Comanda al tempo di tornare sui suoi passi»

(William Shakespeare, Riccardo II, atto terzo, scena seconda)

Lo specchio armeno. Paolo Codazzi, La farfalla asimmetrica, Napoli, Pironti, 2014

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di Giuseppe Panella

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Che cos’è una “farfalla asimmetrica” ? E’ la prima delle spiegazioni che Paolo Codazzi concede ai suoi lettori prima di addentrarsi in quella relativa allo “specchio armeno” (intorno al quale ruoterà tutta la fantasmagorica visione in cui consiste il suo romanzo).

La “farfalla asimmetrica”, spiega correttamente Codazzi,

«trae definizione dalla diversità cromatica di un’ala rispetto all’altra pur non essendo biologicamente presente in natura oppure estinta. Questa farfalla compie forse la migrazione più lunga rispetto ad altri esemplari della stessa specie quando, sfuggendo ai rigori del freddo canadese, e da poco formatasi uscendo dalla pupa, inizia la migrazione verso Sud che non sarebbe in grado di compiere con le proprie forze se non fosse accompagnata dai venti che soffiano nella stessa direzione. Spesso però la forza di questi venti è tale che nei vortici di essi talvolta le ali delle farfalle si staccano perdendosi nell’aria, ma si dice anche che alcune di queste ali, sempre per la forza dei venti, si riconnettano ad altre mutile di un’ala generando così esemplari con ali diverse»1.

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Ugo Cornia, Il ProfessionaleIl palio dei buffi. Ugo Cornia, Il Professionale, Milano, Feltrinelli, 2012

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di Giuseppe Panella

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Cornia non si smentisce: anche Il Professionale (che reca come sottotitolo Avventure scolastiche) è un “palio dei buffi” (per riprendere il titolo di una celebre raccolta di racconti di Aldo Palazzeschi).

Il protagonista (che scrive in prima persona e che potrebbe essere – anche se poi non lo è – lo stesso autore) nel 2001 si licenzia dalla scuola dove insegna perché non ce la fa più ad alzarsi presto, percorrere chilometri su chilometri in automobile per andare a insegnare ancora semiaddormentato e stanco dopo aver fatto tardi la sera e, inoltre, non ha tanto bisogno di guadagnarsi da vivere avendo a disposizione un po’ di milioni delle vecchie lire guadagnati con i diritti d’autore e con tre premi letterari. I mesi successivi al suo licenziamento volontario saranno di grande incertezza: nonostante sia scappato dalla scuola che gli sembrava una gigantesca trappola in cui era caduto quando si era iscritto e aveva iniziato a frequentare la Facoltà di Filosofia con lo scopo precipuo di insegnare (e lo aveva anche dichiarato a chi glielo aveva chiesto), della libertà che ne aveva ricavato, alla fin fine, non sembrava importargli moltissimo, tanto più che, mentre tornava a casa dopo essersi dimesso, aveva investito un cane anche se non aveva avuto colpa nell’incidente:

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Luisa Brancaccio, Stanno tutti bene tranne meTipologie del disagio umano. Luisa Brancaccio, Stanno tutti bene tranne me, Torino, Einaudi, 2013

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di Giuseppe Panella

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Un blocco di appartamenti in una zona residenziale di una città di cui non viene mai fatto il nome e che può essere qualsiasi grande insediamento urbano italiano è il teatro delle vicende di una serie di esistenze umane che si incrociano e si ritrovano all’interno della descrizione di una serie di tipologie (peraltro assai diffuse) del disagio esistenziale, di quello che una volta, con termine preso a prestito dalla filosofia hegelo-marxista, veniva definita “alienazione”.

Nel primo capitolo di questo romanzo di esordio di Luisa Brancaccio (classe 1970 ed ex-appartenente a quella che, per una breve stagione letteraria, è stata definita “gioventù cannibale”), sono due fratelli a esibire le loro angosce e le loro passioni: lui, studente di medicina che ha appena fallito il fondamentale esame di anatomia senza avere il coraggio di dirlo ai suoi genitori, riceve in regalo dalla sorella una bustina di eroina e ammette la sua dipendenza dalle droghe pesanti (non ritornerà più nella narrazione).

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uomo-scimmiaPensieri di un malpensante. Gli aforismi maledetti di Enzo Raffaele

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di Giuseppe Panella

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Enzo Raffaele è un malpensante. Non si fida di nessuno, ha opinioni iconoclaste e si concede giudizi che, a dir poco, non hanno nulla del politically correct oggi imperante.

In realtà, a Raffaele importa poco di essere popolare: dice fondamentalmente solo e soltanto quel che gli sembra opportuno, che reputa buono, giusto e suo dovere annunciare al mondo.

Che non sia troppo popolare lo dimostra il fatto che i libri se li pubblica da sé: i nomi delle improbabili case editrici che essi recano sulla copertina (Ri(n)surrezione, Parusìa) sono troppo belli per essere veri e per poter essere attribuibili ad un “autentico” editore.

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Franca Rizzi Martini, Il mantello della zebraL’inesplicabile relativo ed altre evenienze della vita. Franca Rizzi Martini, Il mantello della zebra, Napoli, Pironti, 2012

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di Giuseppe Panella

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Che cosa ha di così emblematico il mantello di un animale (certo intelligente e capace di sopravvivere alla dura legge della savana in paesi ancora selvaggi e inospitali come l’Africa Equatoriale) da essere utilizzato come titolo per un romanzo che si svolge sì certamente in Kenya per buona parte della narrazione ma poi si distende in un carteggio primi anni del Novecento tra Marostica e Monaco di Baviera ?

Il fatto – ben descritto nel corso del romanzo in una lettera di guido Colpi, uno dei protagonisti “occulti” della vicenda – che le zebre (come le vacche nella notte del pensiero cui allude il giovane Hegel) sembrano avere tutte un mantello uguale a quello di tutte le altre ma, in realtà, ne portano addosso uno differente per ogni esemplare della specie.

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Emiliano Gucci, Nel vento  Emiliano Gucci, Più del tuo mancarmiTante vite in un solo attimo. Emiliano Gucci, Nel vento, Milano, Feltrinelli, 2013 ; Emiliano Gucci, Più del tuo mancarmi, Firenze, Annozze / Noripios, 2014

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di Giuseppe Panella

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Nel vento è un libro terribile, feroce. E’ scritto in uno stile volutamente piano, pacato, senza accensioni funamboliche o torsioni linguistiche barocche, ma resta egualmente una narrazione piena di pathos che si tinge di orrore e di dolore dalla prima all’ultima pagina.

La storia che il protagonista si racconta e che rimugina continuamente nella sua testa mentre attende il colpo di pistola dello starter che darà inizio alla corsa veloce più importante della sua vita è allucinata e produce effetti forti di distorsione della realtà in chi la affronta senza le adeguate protezioni psicologiche e senza avere idea di dove la vicenda potrebbe condurlo.

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Tomaso Kémeny, Poemetto gastronomico e altri nutrimentiMitologia mitomodernistica e altre menestrellerie. Tomaso Kémeny, Poemetto gastronomico e altri nutrimenti, Milano, Jaca Book, 2012

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di Giuseppe Panella

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Il “nutrimento” proposto da Tomaso Kémeny, un poeta sovente di altissimo profilo stilistico e di ingegnose soluzioni di carattere sperimentale[1], è costituito da un’apocalisse gastronomica in cui al cibo prelibato e gustosamente cucinato e preparato si accoppiano i migliori vini d’Italia e il conforto delle Muse. In un passaggio di notevole nitore formale, si può leggere, infatti, in apertura di poema e con intento di invocazione alle Muse (com’era tradizione una volta):

 

«Enouverture. ”Non fumiamo più, siamo tutti sani”, / sospira la giovane salutista / dal corpo incontrollabile, ma nell’ora / della signoria della rosa mitomodernista / percorro la mulattiera / che collega Delfi al Parnaso / oltre la frontiera del tempo storico. / Mi guida il richiamo del cucùlo, / fuoco fatuo vagante dal ceraso / verso l’annerito antro di Dioniso / dal mondo attuale evaso. // Brandisco, indegno, il suo tirso / e conduco gli astri in danza / a respirare il fuoco, anima del vino, / e con le Menadi insaziabile infurio / e celebro in abbondanza il vitigno / che da Troia in Italia il pio Enea, / l’Agliànico, dalla cui clonazione / nacquero il Nero d’Avola / (che bevo a garganella tra le ginestre), / il Nebbiolo, il diletto Sangiovese, / rendendo il bel paese / luogo d’elezione della gioia terrestre»[2].

 

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 Fabio Stassi, L’ultimo ballo di Charlot Fabio Stassi, Come un respiro interrotto

La narrazione come forma privilegiata della vita. Fabio Stassi, L’ultimo ballo di Charlot, Palermo, Sellerio, 2012; Come un respiro interrotto, Palermo, Sellerio, 2014

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di Giuseppe Panella

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E’ strapotente nella scrittura di Fabio Stassi la tentazione della nostalgia, la sua volontà di fare del passato la chiave di volta su cui si può costruire la prospettiva del presente, il desiderio di rendere mediante un’affabulazione forte e rigorosa le atmosfere, i sogni, i desideri e le disillusioni di una generazione ancora non del tutto perduta.

Il suo esordio narrativo (che gli fruttò il Premio Vittorini Opera Prima[1]) è stata una “storia di formazione” ambientata nella Sicilia degli Anni Cinquanta ancora provata, nel suo sforzo di rinascita e di crescita morale e civile, dalle conseguenze della strage di Portella delle Ginestre avvenuta nel primissimo dopoguerra.

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Gaetano Cappelli, Romanzo irresistibile della mia vita vera raccontata fin quasi negli ultimi e più straordinari sviluppiIl Grande Gatsby o dei giovani meridionali. Gaetano Cappelli, Romanzo irresistibile della mia vita vera raccontata fin quasi negli ultimi e più straordinari sviluppi, Venezia, Marsilio, 2012

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di Giuseppe Panella

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Il Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald è il libro di più di una generazione tra scrittori e cuorinfranti adolescenziali ma finora non era stato mai virato con il filtro di un’educazione sentimentale meridionale (tra le Puglie e Ravello, sulla costiera salernitana). E’ quello che succede a Giulio Guasso, aspirante nuovo Arturo Benedetti Michelangeli, poi pianista in un albergo di lusso in un grande albergo di Ravello, appunto, e, infine, grande scrittore che trova la sua apoteosi come “candidabile” al Premio Nobel mercé l’uso del tutto improprio di una carota da parte di una sadica e prepotente critica letteraria tedesca.

E’ questa, in poche parole, la line-story del romanzo di Gaetano Cappelli (scrittore dalla ormai vastissima e variegata produzione narrativa) di cui si discuterà brevemente qui di seguito.

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Ilaria Bernardini, DomenicaUn giorno di ordinaria esistenza. Ilaria Bernardini, Domenica, Milano, Feltrinelli, 2012

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di Giuseppe Panella

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Questo è il romanzo di una giornata che mancava alla narrativa italiana degli ultimi anni. Dopo i notevoli exploits di scrittori come Raffaele La Capria sul finire degli anni Cinquanta (Un giorno d’impazienza del 1952 e soprattutto Ferito a morte del 1961), il romanzo di osservanza joyciana dove tutto si svolge nel giro di ventiquattrore di ordinaria esistenza era stato trascurato come genere e forma di espressione letteraria.

Il libro di Ilaria Bernardini, già nota per il suo precedente Corpo libero edito sempre da Feltrinelli nel 2011[1], si svolge tutto nel corso di un’afosa domenica di agosto ed è tutto giocato sull’interazione tra una giovane coppia, il loro bambino e i nonni che lo ospitano proprio per lasciare una giornata di libertà ai suoi due genitori.

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Alberto Prunetti, AmiantoStorie di padri e figli. Alberto Prunetti, Amianto. Una storia operaia, Roma, Edizioni Alegre, 2014, pp.192

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di Giuseppe Panella

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Amianto è soprattutto un libro autentico, vero, sofferto, determinato e meditato fino in fondo.

Alberto Prunetti ha voluto costruire un monumento letterario al padre Renato, operaio saldatore-tubista, e alla sua scomparsa prematura per colpa dell’amianto e del profitto capitalistico che lo ha indiscriminatamente usato nelle sue fabbriche di morte ma, nello stesso tempo, ha finito per legarlo alla sua stessa vita e alle vicende che lo hanno condotto a diventare il traduttore e lo scrittore che oggi è diventato. Si tratta di due esistenze legate dal forte vincolo della paternità, certo, ma anche da prospettive di vita e di lotta che sono state, per un certo periodo, comuni a entrambi.

 

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Raimondi, Il senso della letteratura. Saggi e riflessioniLE LATITUDINI DEL METODO: Ezio Raimondi e la critica letteraria

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di Giuseppe Panella

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«Il nesso storico in cui si manifesta un’opera letteraria non è una sequenza di eventi fattizia, autonoma, in grado di esistere anche indipendentemente da un osservatore. Il Perceval diviene un evento letterario solo per il suo lettore, per chi legge quest’ultima opera di Chretien ricordando quelle da lui scritte prima, osservando ciò che vi è in esso di caratteristico in rapporto a queste o ad altre opere che già conosca, e che in questo modo acquisisce un nuovo metro di giudizio che potrà applicare alle opere successive. Esso può continuare ad agire solo dove è ancora o di nuovo recepito dai posteri: dove si trovano lettori che fanno nuovamente propria l’opera del passato o autori che vogliono imitarla, superarla o rifiutarla»

(Hans Robert Jauss, Perché la storia della letteratura?)

 

 

Ezio Raimondi – interpretazione come ermeneutica

 

Anche se potrà sembrare ovvio ribadirlo, non sempre la critica letteraria conosce momenti di innovazione continua in cui i processi interpretativi corrono lungo le longitudini del testo. Sovente ci sono momenti in cui occorre ripetere e ritrovare le latitudini del metodo e riepilogare, con pazienza e passione insieme, il cammino già percorso in modo che da esso si possa trarre nuova linfa per l’innovazione ancora a venire.

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Antonio Spagnuolo, Come un solfeggio,Diario di un dolore. Antonio Spagnuolo, Come un solfeggio, Napoli, Kairós Edizioni, 2014

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di Giuseppe Panella

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Una breve raccolta, quasi un puro e scabro mannello di ricordi e di sensazioni che provengono dall’intimo, costituisce e sostanzia, irrobustito da un ricorso alle parole profonde dell’inconscio, questo diario di un dolore firmato da Antonio Spagnuolo in memoria della moglie Elena da poco scomparsa. Come dimostra, con parole rese sicure dalla consapevolezza di una lunga stagione di scritture liriche e poematiche, lo stesso autore nella sua Introduzione:

 

«L’assenza con il suo vortice negativo imprime indelebili incisioni nel subconscio, tali da annullare ogni res extensa, in un naturale sottofondo di angoscia, che riporta i termini del logorio e del pronunciamento. Così la poesia, intrappolata nelle circonvoluzioni, fra realtà materiale e realtà dell’immaginazione, trasforma il livello più alto della mesta riflessione nel possibile desiderio di trascendenza. Ecco che nel fondo mitopoietico della memoria si abbozza quello che sarà il “verso”, musicale e ritmico, per un divenire sul destino soccombente della solitudine»[1].

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Senzio Mazza, Infime dissonanzeLa rabbia degli ultimi, il rimpianto nel cuore. Senzio Mazza, Infime dissonanze, Valverde (Catania), Casa Editrice Le Farfalle, 2013

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di Giuseppe Panella

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Sono due i livelli cui Senzio Mazza dispone i temi i toni e le aspettative della sua fatica poetica: da un lato sono la rabbia e l’invettiva (ma soprattutto quest’ultima è sempre misurata e mai eccessivamente strabordante), dall’altro predomina il rimpianto e l’aspirazione a un mondo diverso, più buono, più accogliente, più felice (in una dimensione che assapora il gusto ormai perduto dell’utopia di un tempo). Ma, a ben vedere, i due momenti poetici si incontrano e si incrociano: l’aspirazione a un “mondo nuovo”, senza il male e il dolore di vivere a causa dello sfruttamento e della sete di profitto da parte del Potere che domina le sorti degli uomini conduce ineluttabilmente e direi pacificamente alla polemica e al rifiuto di essi in nome di un futuro che non riproduca pedissequamente e tragicamente il presente turbato e impossibile in cui il poeta si trova a vivere.

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Giovanni Agnoloni, Partita di animeFantasmagoria di doppi. Giovanni Agnoloni, Partita di anime, Giulianova (Teramo), Galaad Edizioni, 2014

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di Giuseppe Panella

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La tentazione del Doppio è presente nella soggettività di ognuno di noi: vedersi proiettato in una figura umana che ci assomiglia e che, tuttavia, può conoscere risvolti e sviluppi esistenziali diversi da quelli che noi abbiamo conosciuto è una tentazione irresistibile.

I personaggi del breve testo narrativo che si intitola Partita di anime e che segue (a mo’ di spin-off – come si suol dire oggi con qualche approssimazione) il precedente e più lungo Sentieri di notte del 2011 sono tutti calati in questa dimensione che, però, ha sicuramente una paternità più illustre connessa alla nota teorizzazione sulla bivalenza tra animus e anima dovuta alla ricerca psicoanalitica di Carl Gustav Jung. Il breve romanzo di Agnoloni, nonostante le dichiarazioni di fede connettivista del suo autore che è comunque legato a questo movimento innovatore nell’ambito della scrittura d’anticipazione italiana, non ha nulla a che vedere con la fantascienza, semmai con il fantastico e le sue molteplici facce e sfaccettature. Lo stesso vale per la figura (non solo letteraria) del Doppio[1] cui bisognerà fare riferimento per comprendere le intenzioni narrative di Agnoloni.

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Diego Baldassarre, L’acqua sogna trasparenzeMalinconia autunnale. Diego Baldassarre, L’acqua sogna trasparenze, Roma, Ilmiolibro Edizioni, 2013

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di Giuseppe Panella

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Una calma, direi quasi cauta, malinconia soffonde le pagine poetiche di Diego Baldassarre. Nella sua tenue plaquette che esorta alla trasparenza delle acque (eco pallida ma stilisticamente sostenuta delle “chiare, fresche e dolci acque” di petrarchesca memoria e condizione), il poeta romano trapiantato sulle colline di Pistoia si diffonde nell’enunciazione di sentimenti semplici e diffusi eppure non comuni e non scontati nel dirli. Il più marcato è l’amore – per la sua donna, certamente, e questo si spiega proprio a partire da quella dimensione petrarchesca di cui si diceva sopra, ma anche (e in maniera forse più forte e diffusa) per la bambina nata da quell’amore cui sono dedicate le liriche più emozionate e vibranti del mannello poetico che costituisce il libro.

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Viaggi di versi n.68Poesia del disagio esistenziale. Aa. Vv., Viaggi di versi. Nuovi poeti contemporanei, Roma, Edizioni di Pagine, 2013

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di Giuseppe Panella

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Un forte disagio esistenziale trapela dalla lettura dei tredici poeti raccolti nelle pagine di Viaggi di versi, una delle più recenti antologie pubblicate da Elio Pecora nelle sue Edizioni di Pagine e dedicate alla valorizzazione di poeti contemporanei più o meno giovani e a lui legati.

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Marco Nicastro, TrasparenzeArrendersi alla realtà delle cose. Marco Nicastro, Trasparenze, Salerno – Milano, Oèdipus Edizioni, 2013

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di Giuseppe Panella

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Marco Nicastro cerca il contatto diretto con il reale, abbandonando “il pensiero e le parole” in nome della sensibilità espressa direttamente dal testo poetico e provandosi a dare del mondo una visione diretta, trasognata, esperita personalmente e non in maniera astratta o sapienziale, costruita da trasalimenti e da trasparenze dell’ Io, intessuta degli arabeschi di una volontà di attraversamento dei suoi labirinti. Lo scrive lui stesso in una lirica appassionata verso la fine del libro:

 

«Stare tra le cose, / da esse lasciarsi intersecare / comprendendo ciò che ancora non è. / Permettendo l’apertura / e il discreto scambio di essenze / mutare, mutando l’altro da sé. / Inutili il pensiero e le parole»[1].

 

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