Aldo Pardi, “Vertigini. Scritture della rivoluzione”

Aldo Pardi, Vertigini. Scritture della rivoluzioneAldo Pardi, Vertigini. Scritture della rivoluzione, Firenze, Editrice Clinamen, p. 283, 2014

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di Silverio Zanobetti

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Questo lavoro sul concetto-immagine di “rivoluzione” è denso, compatto, sobrio come gli ultimi lavori di Aldo Pardi. Un testo in cui ritrovo la sobrietà militante e rigorosa che già avevo trovato nei libri precedenti. Deleuze, a cui è dedicato un capitolo, parla non a caso di sperimentazione come condizione del vero pensare ed invita sempre alla sobrietà nella sperimentazione e questo testo ne è un esempio di una potenza vertiginosa.

Al di là di certe posizioni discutibili (ma ampiamente motivate) per la loro durezza (su Gramsci, ad esempio) la coerenza e il rigore teorico-politico con cui Pardi persegue la sua ricerca è evidente laddove si colga la continuità con i lavori precedenti. Ruolo essenziale tornano ad avere i concetti di “produzione” e “conflitto” che «sono la porta per arrivare a codificare un concetto di “trasformazione” capace di rendere la produzione di teoria un’esperienza di liberazione»[1].

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ESOTERISMO E COSPIRAZIONE POLITICA NEI ROMANZI DI ROBERTO ARLT: UN CONFRONTO CON CURZIO MALAPARTE E PIER PAOLO PASOLINI (E-book). Saggio di Primo De Vecchis

roberto arltEsoterismo e cospirazione politica nei romanzi di Roberto Arlt: un confronto con Curzio Malaparte e Pier Paolo Pasolini.

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di Primo De Vecchis

 

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Bibliografia

 

Opere di Roberto Arlt

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ESOTERISMO E COSPIRAZIONE POLITICA NEI ROMANZI DI ROBERTO ARLT: UN CONFRONTO CON CURZIO MALAPARTE E PIER PAOLO PASOLINI (Parte 6/6). Saggio di Primo De Vecchis

ROBERTO ARLTEsoterismo e cospirazione politica nei romanzi di Roberto Arlt: un confronto con Curzio Malaparte e Pier Paolo Pasolini.

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di Primo De Vecchis

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III Complotto nero petrolio

III.4. Proliferazione di enti e struttura ‘a brulichio’

Ma stiamo divagando, dagli anni Trenta siamo passati con noncuranza agli anni Settanta, eppure questo salto temporale ardito non è casuale, poiché vorrei ora tracciare una breve analogia, come accennai, tra la tecnica dell’elenco di imprese ed enti dell’Astrologo e il medesimo dispositivo retorico adoperato da Pasolini in alcuni appunti di Petrolio. Ho già fatto dei brevi accenni a questo romanzo incompiuto (per la sopraggiunta morte dell’autore), mi pare impossibile riassumerlo in poche righe e non è questa la sede adatta a farlo. Voglio solo tracciare dei contatti specifici e rapidi.

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ESOTERISMO E COSPIRAZIONE POLITICA NEI ROMANZI DI ROBERTO ARLT: UN CONFRONTO CON CURZIO MALAPARTE E PIER PAOLO PASOLINI (Parte 4/6). Saggio di Primo De Vecchis

ROBERTO ARLTEsoterismo e cospirazione politica nei romanzi di Roberto Arlt: un confronto con Curzio Malaparte e Pier Paolo Pasolini.

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di Primo De Vecchis

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I 7 pazzi e la loro cospirazione

II.6. Curzio Malaparte e l’Astrologo ‘catilinario’


Vorrei però anticipare un brano arltiano, tratto da un’acquaforte, dove si cita esplicitamente il trattatello malapartiano, per criticarne un aspetto, una teoria, ovvero per differenziarsi da esso. Il fatto che Arlt prenda le distanze è significativo. D’altronde il testo è del 1938, alla vigilia della guerra, quando lo scrittore è divenuto ormai un acerrimo nemico dei fascismi (e non più solo un parodista) e quando ormai ha approfondito la sua formazione intellettuale, soprattutto politica e marxista. Non è più l’Arlt ‘ambiguo’ del ’29 e del ’30, il divertito pasticheur dei discorsi politici che confluivano in America Latina dal laboratorio europeo. È preoccupato dalla situazione geopolitica mondiale, ove le nubi si addensano fosche all’orizzonte. Estrapolo il passo che ci interessa dall’acquaforte Los jóvenes de los tiempos viejos (I giovani dei vecchi tempi, pubblicata ne «El Mundo» il 21 settembre del 1939) dove si analizza la fascinazione subita da parte dei giovani romantici nei confronti dei condottieri sanguinari, incantatori di serpenti disposti a condurli verso il baratro. Dopo aver citato l’esempio antico di Mario e Silla e della somiglianza tra i giovani di allora e quelli di oggi, Arlt scrive:

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ESOTERISMO E COSPIRAZIONE POLITICA NEI ROMANZI DI ROBERTO ARLT: UN CONFRONTO CON CURZIO MALAPARTE E PIER PAOLO PASOLINI (Parte 3/6). Saggio di Primo De Vecchis

ROBERTO ARLTEsoterismo e cospirazione politica nei romanzi di Roberto Arlt: un confronto con Curzio Malaparte e Pier Paolo Pasolini.

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di Primo De Vecchis

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I 7 pazzi e la loro cospirazione

 

II.1. Un uomo vuoto

Dedichiamo ora brevemente attenzione alla trama, alle tematiche e allo sviluppo de Los siete locos, partendo dai dettagli testuali per elevarci a considerazioni più generali. Quest’opera si caratterizza subito per un ritmo rapido, sostenuto, incalzante: deve molto alle strutture e alle tecniche dei romanzi d’appendice dell’Ottocento. Ma poi riempie tale scheletro o meccanismo con riflessioni, analisi e fantasticherie tipicamente novecentesche che precorrono per esempio l’esistenzialismo francese (soprattutto nei primi capitoletti). I brevi titoli sono spie indicative: La sorpresa, Estados de conciencia (Stati di coscienza), El terror en la calle (Il terrore della strada), Un hombre extraño (Un uomo strano), El odio, ecc.

Inoltre siamo in presenza di un’impalcatura da letteratura popolare e canagliesca, ricca però di accorgimenti tecnici e innovazioni tipicamente novecentesche. L’impressione quindi è quella di una mescolanza o fusione o meglio giustapposizione di alto e basso, di romanzo d’appendice e di romanzo di acuta e dolorosa penetrazione psicologica con venature grottesche e dunque umoristiche. Innanzitutto sottolineiamo la tecnica classica della ‘corsa contro il tempo’ (adoperata ancora oggi in molti best-seller). Erdosain, che lavora presso una multinazionale, uno zuccherificio, viene scoperto dai suoi dirigenti e accusato di aver truffato l’azienda intascandosi la cifra di seicento pesos. Ha tempo entro le tre del pomeriggio del giorno successivo per riportarli, altrimenti sarà denunciato alla polizia. L’incipit dunque è in medias res. Ma Erdosain è accolto in un ufficio da tre personaggi dell’azienda in una scena dal sapore kafkiano (in seguito si noteranno altri dettagli simili). L’accorgimento (quasi filmico) della corsa contro il tempo per procurarsi i soldi necessari (l’alternativa è il carcere) riesce a catturare l’attenzione anche del lettore più ingenuo. Ma immediatamente Arlt si cala nel cervello del protagonista, illustrando i suoi tormenti interiori.

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Bruno Pischedda, “Scrit­tori pole­mi­sti. Paso­lini, Scia­scia, Arba­sino, Testori, Eco”

Bruno Pischedda, Scrittori polemisti Pasolini, Sciascia, Arbasino, Testori, EcoBruno Pischedda, Scrittori polemisti. Pasolini, Sciascia, Arbasino, Testori, Eco, Bollati Boringhieri, 2011, Torino, pp.338, € 18,50

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di Francesco Sasso

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Paso­lini, Scia­scia, Arba­sino, Testori, Eco: dalla presa in esame di que­sto gruppo di scrit­tori diver­sis­simi sul piano crea­tivo, Bruno Pischedda trae spunto per un pos­si­bile per­corso di rifles­sione intorno al pro­blema del “man­dato sociale dell’intellettuale”. Di fronte alle rovine morali e civili del nostro Paese, essi hanno preso la parola in pub­blico, spesso dia­lo­gando tra loro e con i let­tori dei mag­giori quo­ti­diani. L’interesse cul­tu­rale che essi susci­tano deriva, tra l’altro, dal fatto che la loro rifles­sione è debi­trice delle istanze intel­let­tuali etico-civili svi­lup­pa­tesi nel periodo post-bellico e che sono matu­rate nel clima della Resi­stenza. Come i loro padri intel­let­tuali, quindi, avver­ti­rono forte il biso­gno di usare lo stru­mento let­te­ra­rio come pun­golo cri­tico degli aspetti dege­ne­rati della società ita­liana. Inol­tre, come fa notare Pischedda, molte altre risul­tano essere le sug­ge­stioni cul­tu­rali che hanno ope­rato su di loro: dall’antropologia alla lin­gui­stica, dalla nou­velle histo­rie di Bloch e Feb­vre alla psi­coa­na­lisi di Lacan, dalla semio­lo­gia di Bar­thes al magi­stero di Fou­cault, dalla socio­lo­gia di Adorno alle rifles­sioni sulla cul­tura di massa agli studi di McLu­han. Risulta, per­tanto, ine­vi­ta­bile, secondo l’autore, che fra Paso­lini, Scia­scia, Arba­sino, Testori ed Eco ci sia una ete­ro­ge­neità di inter­pre­ta­zioni e di ana­lisi degli oggetti di volta in volta inter­ro­gati. Lo stu­dio di Pischedda tenta, allora, di rispon­dere a tre que­siti posti da lui stesso agli scritti pole­mici dei cin­que autori: «cosa esat­ta­mente dicono i pole­mi­sti tra­scelti, in che modo lo dicono e a quale titolo».

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Una sbirciata alla struttura di Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini

Una sbirciata alla struttura di Ragazzi di vita

di Francesco Sasso

  Ragazzi di vita piombò nel 1955 sulla società italiana come un macigno e infranse lo stagno placido della letteratura. Divenne un caso letterario-giudiziario. Fece scandalo. Pasolini fu denunciato per oscenità. Alcuni critici deviarono dai binari della letteratura, e planarono su territori extraletterari; altri rifiutarono la novità che gli era davanti, accecati dai precetti dell’engangement.
  Oggi, passati cinquant’anni, alleggeriti dal pregiudizio ideologico-morale, noi possiamo puntare con maggiore serenità lo sguardo sul “corpo” ancora vivo dell’esperienza di Ragazzi di vita. E qui diremo subito che la principale novità di Pasolini fu di iniettare nelle pagine del romanzo un’insolita dose di dialetto, immergendo quasi fisicamente il lettore nell’universo delle borgate romane.
  Se nella sua prima stagione- Poesie di Casarsa- il nostro poeta era tentato dall’estetica della regressione e dell’idillio, qui il realismo diventa estremo, si scende nell’inferno del popolo sottoproletario. Il dialetto diventa lo strumento che penetra e svela la realtà, che rivela un’epopea nascosta. L’immersione si attua però come mimesi: il dialetto più che quello delle borgate, è il gergo figurato della malavita, con il suo codice e le sue espressioni criptiche. Ma la registrazione linguistica è da Pasolini mediata. È lui che dà la parola alle cose.
  Ragazzi di vita, scritto nel 1950 e pubblicato su << Paragone>> nel 1951, ha due caratteristiche fondamentali: registrazione realistica, da documento; ed elaborazione linguistica e stilistica, con conseguente confusione di stili: alto e basso si sciolgono in un’unica amalgama. È il pastiche. Da qui nasce l’apparente separazione tra piano della narrazione e quello dei personaggi, tra lingua del narratore e il dialetto dei dialoghi. Tuttavia, è la lingua a adattarsi al dialetto, l’inserimento continuo di tessere dialettali influenza anche la lingua del narratore:

… pareva un pischello quando se ne va acchittato pei lungo-teveri a rimorchiare…

  Inoltre, la mescolanza coinvolge pure il livello << alto >> e il livello << basso >> delle immagini: è lo spazio della sperimentazione, di un pastiche trasgressivo. La contaminazione di stile è da ricondursi, anche, all’influenza che il Decadentismo- da una parte- e le nuove poetiche del realismo- dall’altra- produssero sul nostro scrittore.
  Dal punto di vista della struttura narrativa, ragazzi di vita non è un romanzo. Esso è un montaggio di una serie di episodi autonomi e in sé conclusi. Una successione di racconti con medesimi personaggi: il trait d’union di tutti gli episodi è Riccetto- personaggio con cui l’autore istaura un dialogo intimo più stretto.
  Deviando un poco dal discorso: vorrei far notare come tutti i personaggi adolescenti del romanzo non hanno un nome, ma un nomignolo. Sembrerebbe una sinfonia di protagonisti anonimi.

  Il mondo di Ragazzi di vita è il mondo della violenza e della sopravvivenza. Il popolo qui è << un grande selvaggio in seno alla società >>. Tutti i protagonisti hanno in mente una sola cosa: il denaro- simbolo del mondo capitalistico- perché con esso possono soddisfare i loro desideri bassi: mangiare, far sesso, ecc. I protagonisti <<si arrangiano >>: rubano, frequentano << froci >>, si prostituiscono. Con i soldi così guadagnati vivono alla giornata. E qui vorrei mettere in luce un altro aspetto strutturale in quasi tutti i capitoli. La maggior parte delle storie si svolgono di notte. I protagonisti partono alla ricerca di denaro. Lo guadagnano- a loro modo- ma il più delle volte finiscono per perderlo. La loro vita è un cerchio, ogni capitolo è un cerchio, che si chiude per aprirsi uguale la notte dopo.
  Finora ho voluto indirizzare la vostra attenzione su alcuni degli aspetti stilistico-tematici più chiassosi. Ma gli elementi da sondare all’interno del “ corpo” di Ragazzi di vita sono maggiori. Per esempio, la presenza in esso di immagini dantesche- v’invito ad andarle a scovare- oppure la degradazione degli uomini a livello di animali e, a sua volta, la umanizzazione degli animali- vedi il famoso dialogo in romanesco tra due cani-, e ancora, la tematica della morte che in Pasolini si fa un tutt’uno con la vita.
 Per concludere, Ragazzi di vita è un capolavoro da rileggere, anche perché si avvicina una data importante… ma ne parleremo a suo tempo.

f.s.

Tra cielo e carne. P.P.Pasolini: dalla raccolta di “Poesie a Casarsa” a “L’usignolo della chiesa cattolica”

Tra cielo e carne

P.P.Pasolini: dalla raccolta di “Poesie a Casarsa” a “L’usignolo della chiesa cattolica”

di Francesco Sasso

Pier Paolo Pasolini esordì nella cultura italiana, scrivendo versi nel dialetto friulano di Casarsa, il paese originario della madre, dove visse la sua infanzia, a contatto con la natura e il mondo contadino. La raccolta, Poesie a Casarsa, pubblicata nel 1942 dalla Libreria antiquaria Mario Landi di Bologna, fu inviata dal libraio stesso al suo amico professore di filologia romanza di Friburgo, un “certo” Gianfranco Contini, il qual professore comunicò a Pasolini che le poesie gli erano piaciute e che ne avrebbe fatto una recensione- tempi straordinari per l’editoria, quando un piccolo libraio riusciva a promuovere un giovane di talento. “Ho saltato e ballato per i portici di Bologna”, dirà a sua volta il poeta.
La recensione, destinata originariamente alla rivista <<Primato>>, che la censurò perché “scandaloso” era l’uso del dialetto, in un paese a regime fascista, che osteggiava l’uso delle “lingue barbare”, fu pubblicata sul <<Corriere di Lugano>> il 24 aprile 1943.
A questo punto, dobbiamo precisare che il casarsese usato nella raccolta pasoliniana non è una lingua reale, un dialetto; ma un idioletto metaforico ed irreale; nel senso che lo scrittore non usa il dialetto parlato dai contadini del luogo, bensì un linguaggio mediato dalla parola scritta del poeta. E’ una costruzione letteraria che risente dell’idea simbolista di ricerca di una lingua vergine, anteriore alla Storia. La poesia in idioletto, consente a Pasolini di poter regredire nell’essere originario, di giungere all’essenza prima, quella prenatale, all’origine della vita, lì dove tutto è assoluto ed infinito; con una “immediata gioia espressiva”- secondo una definizione di Enzo Siciliano (Pasolini, una vita).

Poesie a Casarsa(1941-1943) sarà poi ripubblicato, in seconda stesura, insieme a Suite furlana(1944-1949), a Appendice( 1950-1953), e a Il testament Coran(1947-1952). Ogni componimento accompagnato da una traduzione italiana stesa dello stesso autore: << e quasi, idealmente, contemporaneamente al friulano, pensando che piuttosto che non essere letto fosse preferibile essere letto soltanto in esse>>. Il titolo della seconda raccolta è La meglio gioventù- da un triste canto alpino della prima guerra mondiale.
Questo viaggio nel mondo primordiale della parola, nella vita quotidiana e semplice del mondo rurale, nel loro << attenersi alle regole d’onore della lingua […] senza temere di variarla con personali e azzardate invenzioni>>; questo desiderio di penetrare in un mondo perduto.

Con L’usignolo della chiesa Cattolica (1958) Pasolini abbandona la lingua materna, per approdare a quella italiana. Il nocciolo primo della raccolta va cercata nella scoperta, da parte del poeta, del dissidio individuale e interiore che lo travaglia, un contrasto in un’anima non ancora infettata dalla coscienza, che egli acquisterà negli anni a venire, della falsità e del vuoto insito nella società italiana.
La figura dell’usignolo, topos della tradizione lirica e simbolo dell’amore, è la chiave di lettura dell’intera raccolta. In esso vi scorgiamo la figura del poeta e della contraddizione da egli vissuto fra il desiderio d’infinito dei cieli e la coscienza della finitezza dell’uomo. E’ il dissidio che attanaglia ogni uomo, tra il cielo e la carne.
Nel succedersi delle liriche, scopriamo un Pasolini alla ricerca di se stesso attraverso la preghiera “all’immoto Dio”; o un Pasolini in rivolta e con un forte desiderio di celarsi agli occhi del Padre.
Forte è l’immagine, in una sua lirica, del Cristo morente, in croce, che si mostra nella sua interezza e nella sua verità. In quest’immagine, il poeta vede l’origine della sua lotta coi sensi e col sesso, che egli attraversa dolorosamente. In breve, questo è il periodo della scoperta di se come omosessuale che ama, di uomo colpevole e innocente allo stesso tempo. E’ il periodo dei turbamenti esistenziali, mentre il mondo contadino si staglia sullo sfondo. Il sentimento religioso si scontra con la felicità degli istinti amorosi.

Per concludere potremmo dire che La meglio gioventùè il libro della purezza e della felicità primordiale; L’usignolo della chiesa Cattolica è un libro di dolore e di scoperta del peccato.                             
 

f.s