QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.10: La ruggine e la polvere dei sentimenti del passato. Francesca Pellegrino, “Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni”

Francesca Pellegrino, Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni (2)Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

di Giuseppe Panella

 

La ruggine e la polvere dei sentimenti del passato. Francesca Pellegrino, Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni, con una Prefazione di Raimondo Venturiello e Una nota di lettura di Alfredo De Palchi, Patti (ME), Casa editrice Kimerick, 2009)

 

Albedo De Palchi è certamente un poeta non facile agli entusiasmi e alle parole di lode nei confronti degli autori a lui contemporanei – eppure ha voluto preporre al breve mannello di liriche di Francesca Pellegrino una breve nota di lettura in cui ne considera essenziale la freschezza e l’originalità, la capacità visionaria e la semplicità espressiva.

 

«Mi capita spesso di ricevere una raccolta di “poesie” in cui ritrovo l’abituale andazzo della mediocrità o peggio. Probabilmente una volta all’anno mi succede di leggere qualcosa di migliore in cui mi accorgo che l’autore non ha usato la fretta. E ogni dieci anni un autore sconosciuto brilla con un’opera che cattura subito la mia attenzione, che alle prime prove è di dare acqua alla siccità del mondo della poesia. Argomento di sempre del sottoscritto – difficile d’accontentare come lettore e autore – sulla situazione che l’esercito di parolieri presenta» (p. 11).

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