Verso una tana calda e buia. Il Sessantotto visto dal di dentro

Franco Petroni, Per misura d’igiene. Diario del 68, Morlacchi editore, Perugia, 2012

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di Gustavo Micheletti
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E se ci fosse davvero, l’inferno? No che non c’è. Non c’è nessun Dio e nessun Diavolo. Le favole sono favole, purtroppo; e la vita è la vita. Non esiste nessun vecchio saggio nella grotta sul monte; nessuna vecchina benefica nel folto della foresta. Non c’è nessuno a cui credere; nessuno a cui chiedere consiglio”. Per la protagonista e narratrice di Per misura d’igiene. Diario del 68. di Franco Petroni – recentemente (2012) riedito per l’editore Morlacchi (dopo una prima edizione per le edizioni “Il Lichene”, nel 1995) – non ci sono, più in generale, buone ragioni per confidare o sperare in qualcosa che vada al di là della distruzione dell’esistente: perché questo è contaminato da un male radicale, da un difetto d’origine.

Come recita una bella canzone di Francesco de Gregori, anche la protagonista di queste pagine, come tanti suoi coetanei di allora e di oggi, è una figlia “senza domani”, con una pena nel cuore che non sa dire, per cui non pensa di poter trovare le parole, perché “tutto è un inganno”, perché “nessuno, se è onesto, può attribuire alla propria persona un valore maggiore di zero”.

Una simile posizione anticipa come una premonizione il nihilismo che di recente è stato individuato come una condizione peculiare della gioventù contemporanea; questo “ospite inquietante” – così lo ha definito Umberto Galimberti in un suo saggio – avrebbe potuto tuttavia, anche in quelle circostanze storiche e culturali, essere sviluppato in maniera più feconda per favorire una trasformazione interiore. Basti pensare, ad esempio, alla congerie di posizioni critiche rispetto agli stessi modelli valoriali presi di mira dal movimento contestatario che trasparivano da alcune filosofie e opere letterarie proprio negli anni immediatamente precedenti al Sessantotto e che erano state uno dei nutrimenti, più o meno diretti, della Beat Generation. Ma dopo i primi tempi di libertarismo e di autentica rivoluzione culturale, in cui le contaminazioni furono variegate e polifoniche, il movimento – specialmente in Europa, e particolarmente in Italia – s’irrigidì nell’assimilazione di un orizzonte ideologico preclusivo, partendo dal presupposto che condizione di ogni sviluppo e trasformazione fosse la distruzione, o comunque il superamento perentorio, dell’ordine socio-economico esistente.

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