Marina Pizzi, “Un gerundio di venia” & Marina Pizzi, “La giostra della lingua il suolo d’algebra”

Marina Pizzi, Un gerundio di veniaMarina Pizzi, La giostra della lingua il suolo d’algebra

Marina Pizzi, Un gerundio di venia, postfaz. Alessandro Baldacci, Oèdipus, 2012, pp.44, € 8,00. Marina Pizzi, La giostra della lingua il suolo d’algebra, Prefaz. Alessandra Pigliaru, Postfaz. Enzo Campi, Smasher edizioni, 2012, pp.141, € 13,00

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di Francesco Sasso

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Sebbene queste note non pretendano a nessuna completezza, ci pare ingiusto passare sotto silenzio i due ultimi libri di Marina Pizzi: Un gerundio di venia (Oèdipus, 2012) e La giostra della lingua il suolo d’algebra (Smasher edizioni, 2012). L’impressione che si prova a leggere questi due volumi è di vedere confluire in essi e cristallizzarsi l’esperienza intima del poeta. Ho già scritto in una precedente recensione come l’Opera della Pizzi è un work in progress disperso in libri e e-book vari. Nella sua postfazione a La giostra della lingua il suolo d’algebra, Enzo Campi ha benissimo caratterizzato lo spirito con il quale Pizzi colleziona libri:

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Le impronte vuote del dolore. Marina Pizzi, “Il solicello del basto”

di Francesco Sasso

Nuova raccolta di Marina Pizzi dal titolo Il solicello del basto (Fermenti 2010). La poesia di Marina Pizzi è polimorfa. Ai nostri occhi, essa si presenta come fitto, intricato reticolo di percorsi che si sviluppano secondo linee talora divergenti e talaltra convergenti. Basta leggere, oltre a quest’ultima raccolta, il pur recente L’inchino del predone (2009). D’altronde constatiamo anche l’inevitabile parzialità e approssimazione di ogni tentativo di ricostruire l’Opera della Pizzi, work in progress disperso in libri e e-book vari. Sembra intanto plausibile riconoscere nell’esperienza poetica della Pizzi la fede nel privilegio etico-conoscitivo e nel carattere di totalità dell’esperienza poetica. La parola poetica di Pizzi si fa atto e rivelazione del disordine invisibile della vita, simbolo del Nulla. Eppure sembra che la parola poetica di Marina Pizzi non riesca a colmare l’abisso che separa la fragilità, la limitatezza della condizione umana dalla Morte. La parola poetica della Pizzi è perdita irreparabile perché di ciò che è stato trattiene unicamente le impronte vuote del dolore.

f.s.

[Marina Pizzi, Il solicello del basto, Fermenti, 2010, pp.51, € 12,00]

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“L’inchino del predone” di Marina Pizzi

l'inchino del predone

 

di Francesco Sasso

Ho letto la nuova raccolta poetica di Marina Pizzi, L’inchino del predone (2008-2009), pubblicato dalla casa editrice Blu di Prussia (Piacenza).

Poesia che si porge come sostanza densa e sfuggente. A ripercorrerla ci pone interrogativi ricorrenti, dubbi per nulla oziosi. Per esempio: che cosa c’è dietro e intorno a questa poesia? Nessun dubbio che le esperienze del dolore, dell’amore, della malinconia, del nulla, liberano forze che tornano a vantaggio della poesia di Marina Pizzi.

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