IL TERZO SGUARDO n.42: Le parole del tempo e la letteratura. Gualberto Alvino. “La parola verticale. Pizzuto, Consolo, Bufalino”

Le parole del tempo e la  letteratura. Gualberto Alvino. La parola verticale. Pizzuto, Consolo, Bufalino, con una prefazione di Pietro Trifone, Napoli, Loffredo, 2012

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di Giuseppe Panella*

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La poesia e la letteratura è composta della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni e gli stati d’animo. Ma, a parte l’aspetto affettivo e dei sentimenti espressi in ragione di essi, è intrinsecamente costituita di parole. Nell’analisi della scrittura letteraria non si può fare a meno di soffermarsi su di esse, sulla loro natura, sulla loro vita, sulla loro origine, sulla loro specificità. Di conseguenza, i poeti e gli scrittori possono usarle attingendole al parlato quotidiano, all’usuale composto utilizzato per comunicare ogni giorno con gli altri in tutte le situazioni concrete del vivere associato oppure attingere al grande patrimonio lessicale della tradizione culturale cui tutti partecipiamo ma di cui molto spesso ci dimentichiamo invece di usarlo. Gualberto Alvino ha deciso di dedicare la sua operosità erudita e la sua sapienza di studioso alla ricerca delle occorrenze linguistiche presente nelle opere di tre grandi autori meridionali (tutti siciliani, per l’esattezza) e di verificarne la puntualità, l’invenzione e, come dice il titolo della sua raccolta di saggi, la “verticalità”. Ma Alvino non solo ha portato a termine questa sua ricerca nella modalità sua propria di filologo (e cioè di “lettore lento” – come scrive Nietzsche nella sua Prefazione a La nascita della tragedia) ma l’ha anche arricchita con un saggio, un Dialogo tra lo Scettico e il Fautore, in cui giustifica more teoretico l’assunto della sua prospettiva di studi.

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Gualberto Alvino, “La parola verticale. Pizzuto, Consolo, Bufalino”

Gualberto Alvino, La parola verticale. Pizzuto, Consolo, Bufalino, prefazione di Pietro Trifone, Napoli, Loffredo Editore-University Press, 2012, pp. 174, € 16,80.

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di Antonino Contiliano

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Non sempre appaga lettori e critici leggere opere letterarie insolite, che sconvolgono i canali della scrittura consolidata e quelli dell’attigua comunicazione narrativa e critica orizzontale (lineare), in quanto – come scrive l’autore nella Premessa – sono irregolari e con, nel bagaglio, una variegata e complessa struttura linguistico-stilistica. Se poi l’urto avviene con la lingua liscia, semplificante e accuratamente deprivata di pieghe e “invenzione” – che la parola letteraria invece cerca, inseguendo la materia con opzioni formali tutt’altro che scontate e di facile accesso –, allora certa prosa letteraria e la parola verticale che le dà vita – geometria stilinguistica non lineare –, come scrive lo stesso Alvino, «fa saltare le sinapsi» (p. 90) e ne richiede di nuove. Qui i contenuti hanno la sostanza che la forma dell’autore ha costruito e coagulato in quel testo sicuramente particolare e non disponibile per un soggetto che non si muova con sensibilità, intelligenza e apertura all’ascolto e alla com-prensione dell’intera costruzione letterario-poetica, la quale si presenta e s’impone con un’architettura nuova e originale. Se non si sta in questo “fra”, nessuna spiegazione plausibile, o comprensione ragionata (non necessariamente seguita da un accordo) e interpretazione contestuale e attualizzante troverebbe passaggi di penetrazione praticabili (pur conflittuali) per la ricerca del senso.

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Un mondo naturale che tende a travolgere le sue creature. Antonio Pizzuto, “Sinfonia (1927)”

di Francesco Sasso

Diamo notizia della pubblicazione di Sinfonia (1927) di Antonio Pizzuto, a cura di Antonio Pane, edito da Lavieri. Il libro ha lo stesso titolo di quello scritto nel 1923 e di quello del 1964-66:

«la composizione del libro contempla tre fasi distintive: la prima stesura manoscritta, allestita fra il giugno 1927 e il settembre 1928; la campagna correttoria manoscritta (ad inchiostro stilografico viola) nel settembre-ottobre 1928; la successiva redazione dattiloscritta, conclusa il 19 novembre 1928» (Nota al testo, p.120)

Sinfonia (1927) non ha ancora perduto i suoi connotati narrativi, come invece accadrà nei successivi libri di Pizzuto. In Sinfonia il “raccontare” è allucinazione verbale, richiamo metaforico della vita che balena sulla pagina in frammenti misteriosi e sotterranei.

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Dissacrazione del romanzo. Antonio Pizzuto, “Testamento”

di Francesco Sasso

La narrativa di Antonio Pizzuto (Palermo, 1893 – Roma, 1973) è complessa e, credo, senza un vasto pubblico di lettori. Gran merito, quindi, l’aver ripubblicato Testamento (Polistampa 2009).

In quest’opera, Pizzuto realizza una sistematica e radicale demolizione degli istituti del romanzo tradizionale. Lo scrittore siciliano sottopone ad una impietosa dissacrazione lo statuto conoscitivo della tradizione romanzesca, adottando un sincretismo linguistico in cui il vocabolario della comunicazione si mescola a un lessico raffinato, limpido, e a filamenti di idiomi stranieri o neologismi. In Testamento il personaggio è abolito, mentre la struttura è formato da venti “lasse” che, insistendo sulla scansione atemporale della parola, fonde il flusso verbale con l’annotazione dei moti di vita.

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Pizzuto, Joyce di Sicilia di Franco Cordelli

siriparanobambole

di Franco Cordelli

Che ne è di Antonio Pizzuto? Coetaneo di Gadda (Pizzuto nacque a Palermo nel 1893), egli ebbe più travagliata vicenda. Quando nel 1959 Romano Bilenchi e Mario Luzi pubblicarono per Lerici Signorina Rosina, scoppiò il caso. Era un esordio tardivo. Aleggiava Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, lontano dall’ essere il classico che oggi è; non erano pervenuti all’ attenzione o alla conoscenza gli altri due stilisti siciliani, Stefano D’ Arrigo e Gesualdo Bufalino. Il caso Pizzuto ebbe risonanza mentre si affermava la neoavanguardia in Francia, in Germania e in Italia. Ma Pizzuto non fu riconosciuto come uno dei padri. Il primo a prendere atto di quell’ eccezionale debutto fu Luigi Baldacci, che dell’ avanguardia non era un compagno di strada. Grande interesse mostrarono, tra gli altri, Ruggero Jacobbi, Oreste Del Buono e Giuliano Gramigna. Ma quando Gianfranco Contini dichiarò la sua predilezione e poi amicizia per l’ ex questore siciliano, quello apparve il momento della consacrazione. Pure, non c’ è consacrazione che tenga.

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