“Miles gloriosus” e “Amphitruo” di Plauto

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di Francesco Sasso

Le opere degli scrittori latini sono bagliori di una lontananza che non si può raggiungere, ma che si può scrutare. E’ di questi giorni la lettura di due opere teatrali di Tito Maccio Plauto (nato intorno al 255 a.C., morto nel 184 a.C.), autore latino che si dedicò particolarmente alla commedia. Tutte le notizie su di lui sono vaghe, incerte e probabilmente messe insieme tardi: a lui furono perfino attribuite centotrenta commedie, dalle quali poi Varrone ne trasse ventuno sicure, le stesse che sono giunte fino a noi.

 

Prima di conversare intorno alle due opere lette (Amphitruo e Miles gloriosus), desidero divagare un poco su alcuni aspetti del teatro antico.  Per prima cosa, sappiate che esisteva una espressione giuridica che considera le opere letterarie come res nullius; di conseguenza, quando un testo letterario diventava di proprietà del regista (in quel tempo non esisteva la figura del regista come la intendiamo oggi, ma era il capocomico) questi poteva introdurre tutte le modifiche desiderate: né Plauto né altri autori di teatro vi avrebbero trovato alcunché da ridire. Quindi il manoscritto dell’autore aveva una destinazione scenica e l’autore si disinteressava di una diffusione “letteraria” delle sue opere.

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