Metello di Vasco Pratolini

Nel 2001 mi dedicai allo studio del realismo in letteratura. Lessi gli studi critici di György Lukács (Marxismo e la critica letteraria, Einaudi, Torino, 1953), Carlo Salinari (La questione del realismo, Parenti editore, Firenze, 1958), Carlo Muscetta e altri.

Seguii il duello culturale innescato dalla pubblicazione di Metello (alcuni protagonisti del dibattito: Fortini, Parronchi, Pampaloni, Cecchi, De Robertis, Bo, Piccioni, Salinari, Vigorelli, Cases). Mi spostai sulle tracce delle polemiche nate da Ragazzi di vita & Una vita violenta. Infine, mi dedicai a Moravia, Pasolini e Pratolini. Lessi alcune cose sul cinema neorealista.

Metello (1955), salutato da una parte della cultura di sinistra come snodo decisivo della transizione dal neorealismo al realismo, nell’accezione proposta dall’estetica di Gyorgy Lukàcs, la figura del protagonista, l’operaio edile Metello Salani, sembra esemplata sulla categoria della <<medietà tipica>> elaborata dal filosofo marxista; e l’educazione insieme sentimentale e politica dell’eroe pretende di farsi espressione paradigmatica del faticoso, drammatico processo di maturazione della coscienza di classe del proletariato a cavallo dei due secoli.

A prescindere da ogni valore di merito (a me il romanzo di Pratolini non dispiace), secondo molti critici a Pratolini non riuscì il tentativo di coniugare idillio ed epopea, vicenda individuale e storia collettiva.

Non v’è dubbio che Metello concluda più che inaugurare una lunga fase di impegno etico-politico della letteratura italiana.

f.s.

[Vasco Pratolini, Metello, Mondatori, Milano, 2003, pag. 282, € 7,40]
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