Fondata su una bugia? Alcune considerazioni in margine sull’articolo 1 della nostra Costituzione

Alcune considerazioni in margine sull’articolo 1 della nostra Costituzione alla luce del saggio di Gustavo Zagrebelsky “Fondata sul lavoro”.

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di Gustavo Micheletti
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Cos’è un diritto? Si può ritenere che un diritto – in senso soggettivo, ovvero proprio di un soggetto, di un individuo, di un cittadino – sia quel potere che una comunità, attraverso le sue istituzioni, e quindi attraverso quel complesso di norme che va a costituire il «diritto oggettivo», conferisce a un individuo o a un gruppo d’individui rispetto ad altri individui, gruppi d’individui o all’intera collettività e alle sue istituzioni.

Questi diritti soggettivi possono essere stabiliti sulla base della natura (ma in questo caso si apre il dibattito su da chi essi debbano essere stabiliti e riconosciuti, e per quali ragioni), o su un’abitudine, o su un accordo o contratto (più o meno razionalmente giustificati rispetto a uno scopo). Nel linguaggio comune si parla anche del «diritto del più forte» e in questo caso il diritto si fonderebbe solo su una prerogativa personale, la forza specifica di un individuo.

A parte quest’ultimo caso, il godimento di qualche diritto implica che esso sia garantito da qualcun altro, o da qualcos’altro; per esempio, da un’istituzione abbastanza autorevole sotto il profilo politico o giuridico da poter tutelare chi ne è detentore. Nel caso di un diritto costituzionale, s’intende che il suo godimento sia garantito dalla Costituzione attraverso le istituzioni dello Stato, che avrebbe appunto anche l’obbligo di rendere effettivi i diritti stabiliti dalla stessa Costituzione attraverso leggi con essi coerenti.

Non è tuttavia evidente che alla Costituzione italiana si possa attribuire questa caratteristica per tutti i diritti in essa contemplati. Non tutti i diritti di cui in essa si parla sono infatti ritenuti pienamente attuabili, e questa circostanza la differenzia da molte altre Carte costituzionali.

Secondo Stefano Rodotà, per esempio, “il diritto è un apparato simbolico che struttura un’organizzazione sociale anche quando si sa che alcune sue norme sono destinate a rimanere inapplicate”.

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La poesia, l’amore. Autori italiani contemporanei versus Catullo

Vincenzo Guarracino (a cura di), Lunario dei desideri, Di Felice Edizioni, 2019, pp. 356, € 25,00

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di Stefano Lanuzza
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Supponendo di sapere di cosa si parla, accade alfine di parlare di poesia, questa espressione/interpretazione di un ‘certo sentimento della realtà’, magari identificandola non genericamente con, poniamo, i nostri amati Dante Petrarca Ariosto Pascoli D’Annunzio Montale… Allora si può parlare di poesia quasi come parlando d’amore?

Certo “la poesia” reputa un fin troppo trasvalutato Benedetto Croce “è stata messa accanto all’amore quasi sorella e con l’amore congiunta e fusa in un’unica creatura”. Senonché, “se la realtà tutta si consuma in passione d’amore”, può accadere che la poesia risulti “piuttosto il tramonto dell’amore”. Ne consegue, a evitare ciò, che “dentro la poesia deve lavorare e lavora la critica”; dove “la metaforica critica” può identificarsi con “la poesia medesima, che non compie l’opera sua senza autogoverno, senza interno freno, ‘sibi imperiosa’ (per adottare il motto oraziano), senza accogliere e respingere, senza provare e riprovare, operando ‘tacito quodam sensu’; finché non perviene a soddisfarsi nell’immagine espressa dal suono” (B. Croce, La poesia. Introduzione alla critica e storia della poesia e della letteratura, 1936). Così è vero che la poesia abbia un rapporto con la critica e si possa riconoscere al poeta una vera funzione critica: si pensi allora alla Commedia dantesca che, dopo avere svolto la più corrosiva critica politica e morale, tutti ci affida alla poesia dell’amor che move il sole e l’altre stelle” (Paradiso, XXXIII, v. 145).

Per Catullo, poeta ‘contemporaneo’ come contemporanea è ‘tutta’ la poesia, lirico alessandrino e primo tra quei Poetae novi o ‘neoteroi’ ostili ad ogni retorica epica, si può parlare di poesia e amore aderendo al ‘desiderio’ materiale-sensuale per qualcosa di cui si può godere come di un’epifania che intriga e vuole esprimersi nel verso. Apparirebbe proposto in tali termini e, appunto, intestato a Catullo l’almanacco antologico, prevalentemente elegiaco, Lunario dei desideri (Di Felice Edizioni, 2019, pp. 356, € 25,00) curato da Vincenzo Guarracino, poeta ed eccellente italianista e classicista.

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Verso una tana calda e buia. Il Sessantotto visto dal di dentro

Franco Petroni, Per misura d’igiene. Diario del 68, Morlacchi editore, Perugia, 2012

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di Gustavo Micheletti
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E se ci fosse davvero, l’inferno? No che non c’è. Non c’è nessun Dio e nessun Diavolo. Le favole sono favole, purtroppo; e la vita è la vita. Non esiste nessun vecchio saggio nella grotta sul monte; nessuna vecchina benefica nel folto della foresta. Non c’è nessuno a cui credere; nessuno a cui chiedere consiglio”. Per la protagonista e narratrice di Per misura d’igiene. Diario del 68. di Franco Petroni – recentemente (2012) riedito per l’editore Morlacchi (dopo una prima edizione per le edizioni “Il Lichene”, nel 1995) – non ci sono, più in generale, buone ragioni per confidare o sperare in qualcosa che vada al di là della distruzione dell’esistente: perché questo è contaminato da un male radicale, da un difetto d’origine.

Come recita una bella canzone di Francesco de Gregori, anche la protagonista di queste pagine, come tanti suoi coetanei di allora e di oggi, è una figlia “senza domani”, con una pena nel cuore che non sa dire, per cui non pensa di poter trovare le parole, perché “tutto è un inganno”, perché “nessuno, se è onesto, può attribuire alla propria persona un valore maggiore di zero”.

Una simile posizione anticipa come una premonizione il nihilismo che di recente è stato individuato come una condizione peculiare della gioventù contemporanea; questo “ospite inquietante” – così lo ha definito Umberto Galimberti in un suo saggio – avrebbe potuto tuttavia, anche in quelle circostanze storiche e culturali, essere sviluppato in maniera più feconda per favorire una trasformazione interiore. Basti pensare, ad esempio, alla congerie di posizioni critiche rispetto agli stessi modelli valoriali presi di mira dal movimento contestatario che trasparivano da alcune filosofie e opere letterarie proprio negli anni immediatamente precedenti al Sessantotto e che erano state uno dei nutrimenti, più o meno diretti, della Beat Generation. Ma dopo i primi tempi di libertarismo e di autentica rivoluzione culturale, in cui le contaminazioni furono variegate e polifoniche, il movimento – specialmente in Europa, e particolarmente in Italia – s’irrigidì nell’assimilazione di un orizzonte ideologico preclusivo, partendo dal presupposto che condizione di ogni sviluppo e trasformazione fosse la distruzione, o comunque il superamento perentorio, dell’ordine socio-economico esistente.

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“È questa la vita che puoi darmi?”. Vladimir Di Prima, “Avaria”

Vladimir Di Prima, Avaria, A&B, Acireale-Roma, 2020, pp. 112, € 10,00

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di Stefano Lanuzza
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Che fa il giovane siciliano Morando Carcò, scrittore scontento della sua professione di giornalista in un quotidiano di provincia e afflitto dai postumi d’una delusione sentimentale che, forse per sfuggire al rovello per un abbandono di cui non riesce a capacitarsi, si prende qualche giorno di vacanza in un’anonima località del centro Italia?

Accolto nella casa dell’amica Secondina come ospite, una condizione che lo mette in un singolare imbarazzo e gli provoca problemi di… stitichezza, è impaziente di ripartire in aereo verso la sua isola da cui non gli è mai riuscito di allontanarsi più di tanto.

Ora se ne va in giro vagando a caso per le strade del luogo guardandosi intorno: quanta lontananza e indifferenza nelle espressioni distratte di passanti frettolosi, quale squallore in certe anonime stazioni di autobus e desolati portici accoglienti l’umanità degli ‘avariati’ ed espulsi da un sistema sociale senza pietà che lo fissano con sguardi perduti dove l’orrore e la rassegnazione lasciano appena balenare qualche guizzo di speranza.

Dosando un ductus narrativo sospeso tra referto, puntigliose riflessioni e improvvisi straniamenti del reale, in questo suo ultimo romanzo, Avaria (A&B, Acireale-Roma, 2020, pp. 112, € 10,00) – seguìto a Gli Ansiatici (2002), Facciamo silenzio (2007), Le incompiute smorfie (2014) e alla raccolta narrativo-aforistica Pensieri in faccia (2015) –, Vladimir Di Prima conferma le sue qualità di talentoso affabulatore oggettivando il proprio discorso con l’aggirare i modi del monologo biografico che alluderebbero retoricamente alla possibilità che narratore e personaggio possano identificare un’unica persona. Scrive, a tale proposito, Carlo Cassola in un suo insolito libro di saggi: “Un’opera di fantasia ci tocca solo nella misura in cui l’autore ci mette a parte dei fatti propri. Può sembrare paradossale e non lo è. Perché in un’opera di fantasia vogliamo trovare la vita: e la vita è esclusivamente individuale” (Il romanzo moderno, Rizzoli, Milano, 1981)… È comunque in filigrana col soliloquio, strutturato per ampi frammenti, del suo personaggio che Di Prima costruisce un romanzo distinto da un lessico piano e terso dove Morando ‘parla’ al suo interprete in continuo ‘ascolto’.

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ESERCIZI DI LETTURA n.9: A scuola da Lev Nikolaevič, con nostalgia e gratitudine

Pietro Citati, Tolstoj, Adelphi, Milano, 1996 (ed. cit. 2007)

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di Gustavo Micheletti

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A scuola da Lev Nikolaevič, con nostalgia e gratitudine. Qualche nota in margine al libro di Pietro Citati su Tolstoj

Non è semplice scrivere un libro su uno scrittore come Lev Nikolaevič Tolstoj senza scadere nel già detto o nello specialismo critico-letterario. La sua personalità e la sua opera sono già state più volte rivoltate e analizzate e dire qualcosa di nuovo, o anche il voler proporre rielaborazioni semplicemente interessanti di quanto già scritto, potrebbe rivelarsi un’impresa vana o troppo ambiziosa.

È vero che Pietro Citati è solito cimentarsi in maniera programmatica con simili imprese (basti pensare, tanto per fare solo qualche esempio, alle monografie su Goethe, Kafka e Leopardi) ma l’impressione è che un progetto tanto impegnativo possa essersi originato in lui solo grazie a un sentimento simile a quello che Vas’ka Morozov, uno degli alunni di Lev Nikolaevič nella scuola di Jasnaja Poljana, nutriva verso il suo vecchio maestro: un sentimento composito di ammirazione, nostalgia e gratitudine. Il ricordo delle giornate trascorse da Vas’ka ad ascoltare i suoi racconti, il giocare con lui a pallate di neve, le passeggiate nei boschi e le lunghe conversazioni sulla terrazza dopo tanti anni risplendevano ancora luminose nelle sua anima e rischiaravano la sua vita.

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L’infinito Leopardi per la contemporaneità. Vincenzo Guarracino, “Poeti per l’infinito”

Vincenzo Guarracino, Poeti per l’infinito, Di Felice Edizioni, 2019, pp. 186, € 20,00

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di Stefano Lanuzza
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Sempre caro mi fu quest’ermo colle, / E questa siepe, che da tanta parte / Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”…: è l’incipit che contrassegna e fa volare i quindici endecasillabi sciolti dell’Infinito, dodicesimo dei Canti inclusi nella raccolta degli Idilli (1826) leopardiani dove la tendenza lirica romantica si fonde con una volontà realistica che contraddice l’introspezione puramente contemplativa e perfino arcadica troppo a lungo attribuita al poeta dalla critica idealistica.

L’Infinito, nella sua versione originale marcato con una I maiuscola che tuttavia non vuole suggerire un’interpretazione metafisica del testo, è composto negli anni 1818-’19 dal ventenne Giacomo Leopardi, “giovane” detto “favoloso”, prima del regista cinematografico Mario Martone nel 2014, da Anna Maria Ortese: “Così ho pensato di andare verso la Grotta, in fondo alla quale, in un paese di luce, dorme, da cento anni, il giovane favoloso” (Pellegrinaggio alla tomba di Leopardi. In Da Moby Dick all’Orsa Bianca. Scritti sulla letteratura e sull’arte. A cura di Monica Farnetti, Adelphi, 2001).

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Poema degli Dei clandestini

Isabella Horn, Gli Dei clandestini, Aletti, 2019, pp. 62, € 12,00

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di Stefano Lanuzza
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Poema o romanzo in versi è Gli Dei clandestini (Aletti, 2019, pp. 62, € 12,00), dove, in un monologante ductus con rari ‘versi sciolti’ e in un esteso reticolo di assonanze, s’avvicendano distici, terzine, rime incrociate, interne o ‘nascoste’. L’autrice, Isabella Horn, d’origine tedesca, è filologa, traduttrice e poetessa in lingua italiana con all’attivo, negli ultimi anni, alcuni libri caratterizzati da una costante coerenza stilistico-tematica. Tra essi: Codice barbaro, 2013; La Stanza della Luce, 2015; Impermanenze, 2016, Lunae Antiquae, 2017; Ballate dei sudditi felici, 2018; Per terre oscure, 2018…

Cosmologia erudito-visionaria e, insieme, narrazione autobiografica vocata a farsi ‘canto generale’, il libro della Horn, svolto in versi che per intrinseca chiarezza costituiscono la propria stessa parafrasi, muove a partire da una franca trasvalutazione delle metafisiche confessionali. Metafisiche o proterve ideologie che, imponendo il monoteismo (il dio ebreo, cristiano, musulmano; con altre fedi conniventi o tra loro avverse), obliterano la Madre Terra nonché lo spinoziano Deus sive Natura (“Dio ossia la Natura”). Un’entità, questa, significante non già l’antropomorfico ‘Dio unico’ del Primo Comandamento, “un dio geloso, / sitibondo d’onnipotenza” e delirante quel “Non avrai altro Dio all’infuori di me” adottato da ogni potere assoluto, ma quanto compendia le origini e la vicenda d’un vivo, mutevole universo di miti o simboli sciolto da vincoli superstiziosi e relativamente sacrale.

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Il “Sempre” e il “di là di quella” del pensiero leopardiano

Ed è probabile che qui ci sia

qualche segreto da scoprine.

C. S. Peirce

Gaspare Polizzi e Giuseppe Mussardo, L’infinita scienza di Leopardi, Scienza Express, Trieste, 2019

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di Antonino Contiliano

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Il mondo speculativo, il retroterra scientifico-culturale e la stessa produzione poetica (complessiva) di Giacomo Leopardi non finiscono mai di incuriosire (del resto la curiosità è una passione della conoscenza e non ha limiti). Questa volta, la passione esploratrice prende corpo visibile nell’opera L’infinita scienza di Leopardi (Scienza Express, Trieste, 2019). Del volume sono coautori Gaspare Polizzi e Giuseppe Mussardo. G. Polizzi, leopardista (all’attivo già altri lavori pubblicati su Leopardi), storico della filosofia e della scienza. G. Mussardo è prof. di fisica teorica alla “SISSA” – Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati – di Trieste. Di questo fortunato incontro cooperativo dei due sulla formazione e l’opera di Leopardi nella postfazione del libro (p. 188) ne parla Andrea Gambassi, altro “fisico teorico e direttore del Laboratorio interdisciplinare per le scienze naturali e umanistiche della Sissa”. Polizzi e Mussardo, mettendo in parallelo il tempo delle letture (antiche e moderne) e quello delle riflessioni evolutive del pensiero filosofico-poetico del Recanatese, seguono il concetto di infinito e di indefinito.

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Una ‘trilogia’ di Leonardo Sciascia

Una ‘trilogia’ di Leonardo Sciascia

Ma egli è siciliano. E qui salta fuori la difficoltà.

D. H. Lawrence

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di Stefano Lanuzza
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La corda pazza (1970)

In principio è la Sicilia, e non c’è libro di Leonardo Sciascia su cui l’Isola non proietti la sua ombra, ora sfolgorante ora fosca, che si estende impregnando di sé, del suo multiculturale retaggio e del suo carattere irriducibile a formule definitive, l’Europa e il mondo.

Scrittore europeo rivolto al mondo, il maestro di Racalmuto, maestro dei suoi lettori e di empatici esegeti, Sciascia si sofferma dapprima sul tema dell’insularità foriera di “una specie di alienazione, di follia” (cfr. il paradosso pirandelliano circa la “corda pazza” che connoterebbe una “‘tipicità’ della vita siciliana”) o di “atteggiamenti di presunzione, di fierezza, di arroganza” che sono gli altri nomi dell’“insicurezza”, della “vulnerabilità” e d’una inveterata “tendenza al separatismo”. Se poi se ne distacca, lo fa ricordando come la cultura siciliana nel corso dei secoli abbia saputo esprimersi “in precisa sincronia ai movimenti culturali europei”.

Pertanto non è da condividere la tesi del filosofo Giovanni Gentile che, in nome del suo idealismo confluito in un “nazionalismo […] divenuto poi fascismo”, si rappresenta una Sicilia pressoché “sequestrata”, hortus conclusus emarginato e marginale o privo di conoscenza fuori di sé…

Ma allora – obietta Sciascia – “da quali ‘officine’ uscivano tutti quei quadri che nei secoli XV e XVI le dogane siciliane registrano in esportazione? E come mai nel Seicento poeti in dialetto siciliano vengono stampati a Venezia e a Firenze? […] perché e come gli architetti siciliani del barocco ebbero più contatti con Parigi che con Roma?”.

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ESERCIZI DI LETTURA n. 4: La purezza del sorriso e il divertimento del nulla

Anna Maria Ortese, Da Moby Dick all’Orsa Bianca, Piccola biblioteca Adelphi, 2011, pp.187

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di Gustavo Micheletti

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La purezza del sorriso e il divertimento del nulla. Gli esercizi di lettura suggeriti – con affetto e gratitudine – da Anna Maria Ortese

L’orsa bianca dello zoo ha appena avuto un figlio e Anna Maria Ortese non riesce a staccare gli occhi di dosso dalla scena, da quell’“immagine sacra”, dalla “cieca grazia del figlio” e dal modo in cui la madre lo accudisce offrendogli un rifugio. Il sospetto che però subito l’attraversa è che noi siamo tutti orfani di quell’orsa, di quella premura così assoluta e avvolgente, prede di un ingranaggio sinistro che rende sempre più automatici e inconsapevoli i nostri gesti e i nostri pensieri, quasi fossimo ormai dei “creditori del nulla” perduti “nel sistema senza orizzonte dell’utile”. E infatti quel bianco dell’orsa le ricorda il bianco di Moby Dick, il placido presagio di morte che incombe sulla vita di Achab, “uomo pieno di rumore e insieme taciturno, ignoto alla Parola, come un insetto, una gigantesca formica. Un uomo – del – Futuro solo in apparenza: in sostanza, Anti-Uomo, Anti-Universo, Anti-Dio”.

Nella visione della Ortese, Achab sarebbe infatti l’anticipatore dell’uomo d’oggi, irrigidito e ossessivo, capace di un odio senza limiti e per questo non più capace di produrre segreti, ma incarnazione di un unico segreto immobile e vorace.

Ma questo è solo uno dei tanti spunti contenuti in questa breve rassegna di ricordi letterari, di recensioni, di schizzi e ritratti a memoria, che ha il solo privilegio di conferire il titolo alla raccolta (Anna Maria Ortese, Da Moby Dick all’Orsa Bianca, Adelphi). Non è facile individuare in essa un filo rosso ulteriore rispetto allo sguardo dell’autrice, uno sguardo che rivela una sensibilità rispettosa verso ogni forma di vita e che s’incarna in uno stile limpido, penetrante e lieve. Le opere e gli autori che in questo libro si legano in un ordito sottile sono i più disparati, tanto che potrebbe risultare assai problematico il vederli comparire insieme all’interno di in uno stesso testo. Qui la Ortese ci parla di Hemingway e De Amicis, di Melville e del Vangelo, e poi ancora di Buzzati e Anna Frank, di Edoardo De Filippo – i cui personaggi le ricordano talora quelli di Gogol – e di Leopardi, di Thomas Mann, di Wilde, della Morante, di Cechov e di molti altri scrittori da lei amati o ammirati con una singolare modulazione d’affetto o di stima, per motivi diversi ma forse anche per una stessa ragione di fondo, che potrebbe consistere in una sorta di trasparenza della loro scrittura, in una piena aderenza della loro vita alla qualità e al timbro della loro prosa o della loro poesia.

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ESERCIZI DI LETTURA n. 3: Un’anima è nella mia anima… e non si ricorda d’esser morta

Cees Nooteboom, Tumbas. Tombe di poeti e pensatori, trad. it. Iperborea, Milano, 2015.

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di Gustavo Micheletti

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La tomba di Chateaubriand si affaccia sul mare della Bretagna. A SaintMalo, patria dei corsari, una croce di pietra, piuttosto tozza e massiccia, se ne sta in alto, quasi a strapiombo, come assorta a contemplare l’orizzonte, forse a ricordare. Albert Manguel scrive che per Chateaubriand “il mondo che vediamo è già memoria: di cose passeggere, effimere, perdute, che pure non vogliono abbandonarci del tutto. Il passato non se ne andrà: quello che sperimentiamo esiste soltanto nel momento che fugge,” ma nulla va perduto, nulla discende nella tomba, perché tutto ciò che abbiamo conosciuto continua a vivere intorno a noi e “la morte, toccandoci, non ci distrugge, ci rende solo invisibili”.

Come in un gioco di scatole cinesi, il poeta e scrittore olandese Caes Nooteboom ha raccolto in questo suo libro itinerante e nostalgico scritti e memorie di altri scrittori e poeti, che a loro volta ricordano e condividono con lui il gusto del non lasciar svanire, del voler far riaffiorare dal passato quanto si lascia solo levigare dal tempo. Pellegrinando di tomba in tomba, l’autore coltiva il sapore di pagine che ha amato e lascia presagire la compagnia vaga e pungente dei loro estensori.

Sono molti i poeti e i pensatori che si succedono in questa variegata teoria di pietre sonore visitate da Nooteboom. Alcuni di loro, come Goethe e Schiller, sembrano rimasti amici dopo la morte. A Weimar stanno uno accanto a l’altro, nelle rispettive urne, tanto da suggerire l’idea che la loro amicizia ignori le loro rispettive morti. Altri, invece, non solo sembrano credere pienamente nella morte, ma ne hanno una visione implacabile e algida, come della fine del tempo e di tutto. Ionesco, per esempio, immagina, in maniera scientificamente plausibile, che il mondo un giorno gelerà. Un’insensibilità polare si stenderà sopra di noi e poi “un gran sole farà sciogliere i blocchi di ghiaccio, e poi ci sarà un vapore, e anche la bruma si dissiperà nella luce azzurra”. Alla fine, “non resterà più alcuna traccia”.

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AVVICINANDOMI A UN LIBRO CHE SENTO AFFINE. Cosimo Marco Mazzoni, “Quale dignità. Il lungo viaggio di un’idea”

Cosimo Marco Mazzoni, Quale dignità. Il lungo viaggio di un’idea, Firenze, Olschki («Ambienti del diritto», 1), 2019, VII-128 pp., 18 euro.

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di Luciano Curreri (ULiège)
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Aperto e suggestivo il titolo di una nuova collana di Olschki: «Ambienti del diritto». In effetti, in molti ambienti, circola ancora l’idea che il diritto sia chiuso nel suo, di ambiente, e a doppia mandata. Quando invece il diritto, e non dovrei certo dirlo io, fa parte a pieno titolo, e dalle sue origini quanto meno, di una vasta storia delle idee (o della cultura) che di ambienti ne infila uno dopo l’altro: dalla filosofia, morale e non, alla psicologia, dall’antropologia culturale alla sociologia politica, dalla teologia etica alla critica artistica e letteraria a un tempo, dalle filosofie dell’educazione, dei diritti alle politiche comunitarie europee, dalla letteratura alla saggistica più avvertita et j’en passe.

Ecco, tra archetipi dei diritti umani e visioni giusnaturaliste, il diritto si dà e si dice nella realtà tutta, in seno a quel «lungo viaggio di un’idea» che non proprio a caso è evocato nel sottotitolo del libro di Cosimo Marco Mazzoni; libro cui provo ad avvicinarmi, pur non avendo particolari competenze, perché lo sento affine.

Due, comunque, i numi tutelari: Giovanni Pico della Mirandola e Immanuel Kant, presenti dall’inizio alla fine del libro e veri fautori, tra Umanesimo e Modernità, del principio della dignità umana. Quasi tutto il discorso di Mazzoni ruota attorno al pensiero di questi grandi personaggi. E solo per fare un esempio e accennare così a un altro concetto su cui ritorneremo in chiusura, direi che non è un caso che Pico introduca il discorso sulla «responsabilità», tesa a chiarire il senso della parola «dignità». Ma proviamo a procedere con ordine, perché il rischio di una recensione a un libro molto denso (e pure molto chiaro) è proprio questo: inanellare subito troppi concetti-parole intorno alla «dignità», con cui molti discorsi quotidiani (quello cattolico per esempio e per tacere del politico) vanno a nozze, infilandola dappertutto.

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ESERCIZI DI LETTURA n.1: La vocazione di chi pensa senza esistere? Non scrivere. La letteratura del «No» e il fantasma dell’inazione

Con questa nuova rubrica, esercizi di lettura – titolo liberamente ispirato a quello di un’opera omonima di Gianfranco Contini – s’intende qualcosa di più di una recensione e qualcosa di meno di un saggio, e cioè lo sviluppo di una serie di note in margine o di considerazioni critiche, di risonanze o d’implicazioni che qualsiasi testo significativo suggerisce e rende possibile. (Gustavo Micheletti)

Enrique Vila-Matas, Bartleby e compagnia, Feltrinelli, 2002

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di Gustavo Micheletti
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L’idea di scrivere un libro su Bartleby e i suoi ideali compagni di viaggio nella storia della letteratura nacque nella fantasia di Enrique Vila-Matas un martedì in ufficio, quando a un certo punto ebbe l’impressione che la segretaria del capo dicesse al telefono: “Il signor Bartleby è in riunione”. Poiché gli risultò difficile immaginare Bartleby in riunione con qualcuno, “immerso nell’atmosfera tesa di un consiglio d’amministrazione”, al solo pensiero si mise a ridere da solo.

Sul tema della sindrome di Bartleby – scrive Vila-Matas – “ci sono due racconti fondamentali, inventori oltretutto della sindrome e della sua possibile poetica. Si tratta di Wakefield di Nathaniel Hawthorne e Bartleby lo scrivano di Herman Melville. In questi due racconti compaiono delle rinunce (alla vita coniugale nel primo, e alla vita in generale nel secondo), e, sebbene tali rinunce non siano in rapporto con la letteratura, il comportamento dei protagonisti prefigura i futuri libri fantasma e altri ripudi della scrittura che non tardarono poi a inondare la scena letteraria”.

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Marco Mondini, “Fiume 1919. Una guerra civile italiana”

Marco Mondini, Fiume 1919. Una guerra civile italiana, Roma, Salerno («Aculei», 35), 2019, 129 pp., 14 euro.

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di Luciano Curreri (ULiège)
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Un esperimento di recensione.

Una guerra non finisce mai quando vogliamo – magari nutriti delle migliori intenzioni del mondo – che finisca. Non basta, come dovrebbe essere ormai noto, un trattato di pace, sia perché quest’ultimo può nascondere le origini di un’altra guerra, sia perché una guerra è come un grosso autotreno sparato ai cento all’ora in autostrada: pur frenando, non si ferma subito e, spesso e volentieri, sbanda e travolge non pochi mezzi e non poche persone presenti sul suo ormai irregolare percorso. Se poi la guerra si chiama Prima guerra mondiale o, addirittura, Grande Guerra…

Dice subito Mondini: «All’Italia andò anche peggio. Convinti di aver vinto la guerra sul campo, ma di aver perduto la pace, molti italiani non deposero mai né le coscienze né (quel che è peggio) le armi, e il paese scivolò quasi senza interruzione dalla guerra mondiale alla guerra civile» (p. 10). E qui sta anche una certa novità, che già campeggia, peraltro, nel sottotitolo del libro-anniversario di Marco Mondini, Fiume 1919. Una guerra civile italiana, uscito da un paio di mesi, nella collana della Salerno diretta da Alessandro Barbero, «Aculei», di cui mi era capitato di dire qualcosa, non proprio a caso, tempo fa, all’altezza delle prime, pungenti uscite (http://domani.arcoiris.tv/il-fascismo-e-stato-e-rimane-antisemita-e-razzista-non-date-retta-alla-bugia-italiani-brava-gente/).

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Il primo giorno della luna nuova. Elia Malagò, “Calende”

Elia Malagò, Calende, Manni, 2018, pp. 174, € 18,00

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di Stefano Lanuzza
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Dopo Incauta solitudine (2010), riflessivo percorso nel cuore di una realtà entropica sorvegliata da un dio barbaro e muto verso cui non esistono preghiere, dopo Golena (2014), diario in versi di un sogno di fuga da una pervasiva musica di acufeni secernente parole come “lacrime invisibili”, ecco, nell’opera ormai cospicua di Elia Malagò, un libro di vera eccellenza qual è Calende (Manni, novembre 2018 ma 2019, pp. 174, € 18,00), alacre raccolta di versi (2012- 2018) accordati con l’innata vocazione narrativa di questa autrice che esordisce all’età di vent’anni pubblicando il talentoso Dieci racconti – gente del fiume (1968)… Quanto alla parola Calende, che per i latini sarebbe il primo giorno della luna nuova di ogni mese dell’anno, essa viene adattata alle atmosfere di Felonica Po, paese-metafora e ‘luogo dell’anima’ cui la nativa scrittrice ispira esplicitamente molta parte della sua opera.

Muovendo da affabulazioni tutte autobiografiche (quasi refertali nel romanzo di un ritorno all’infanzia L’ombra ripresa, 1988), con pagine sospese tra realismo e codici linguistico-lessicali carichi di risonanti gerghi, dialettalità e neoconiazioni o neologismi come clausole psicologico-esistenziali, la Malagò aduna reminiscenze crepuscolari e frantumi memoriali che, volti in strofe di vario schema metrico, altresì adombrano una serie di microracconti e quanto potrebbe costituire materia di una vicenda ricca di episodi incombenti, distolti dalla loro anonimia e vivificati entro inconsueti rapporti sematici.

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Silvana Turzio, “Il fotoromanzo. Metamorfosi delle storie lacrimevoli”

Silvana Turzio, Il fotoromanzo. Metamorfosi delle storie lacrimevoli, Milano, Meltemi, «Biblioteca / Estetica e culture visuali» (n. 16), 2019, 214 pp. (con illustrazioni), 24 €.

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di Luciano Curreri (ULiège, Traverses)
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Una recensione (quasi un tentativo di micro-saggio)

«Il restringimento istituzionale della letteratura nel XIX secolo non tiene conto del fatto che, per chi legge, ciò che legge è sempre letteratura, che si tratti di Proust o di un fotoromanzo, e trascura la complessità dei livelli della letteratura (come esistono livelli della lingua) nell’ambito di una società». Cito dall’edizione italiana, a cura di Monica Guerra, di un famoso libro del 1998: Antoine Compagnon, Il demone della teoria. Letteratura e senso comune, edito nella «PBE» di Einaudi nel 2000 (p. 28), due anni dopo la prima edizione, in francese, per Seuil (pp. 33-34).

Presa a sé e assolutizzata, tale citazione, potrebbe essere un esempio de la «mauvaise réputation» del fotoromanzo. Letta come parte integrante di quel paragrafo di quattro pagine dedicato a L’estensione della letteratura (pp. 26-29; pp. 31-35), è anche un modo brillante e certo un po’ provocatorio per mettere sotto gli occhi di tutti quanto la «letteratura (il confine tra letterario e non letterario)» possa «variare notevolmente a seconda delle epoche e delle culture» (p. 26; p. 32).

Nei tre decenni precedenti, dai Sessanta agli Ottanta (ma già i Cinquanta non ne sono digiuni e i Novanta non stanno a guardare), un ruolo importante aveva avuto la riflessione sulla paraletteratura o letteratura di consumo, maturata nell’alveo di una cultura popolare che – se declinata in maggior misura sul versante politico e culturale ancora gramsciano – era filtrata da un discorso ideologico e sociologico e produceva libri come quello edito, non a caso, per Savelli, nel 1979, da Maria Teresa Anelli, Paola Gabbrielli, Marta Morgavi, Roberto Piperno (e con Gramsci in quarta di copertina come non superato ammonitore): Fotoromanzo: fascino e pregiudizio. Storia, documenti e immagini di un grande fenomeno popolare (1946-1978).

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Tra l’estraneo e il familiare, l’aurora. Dove coabitano la vita e il vuoto, il silenzio e la parola

Bonifazio Mattei, L’estraneo e il familiare. Spaesamenti e luoghi del cuore nella poesia del Novecento, Asterios editore, 2019.

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di Gustavo Micheletti

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Il titolo di questo libro – L’estraneo e il familiare – fornisce una chiave di lettura della poesia italiana del Novecento a un tempo originale e illuminante. Probabilmente quanto Bonifazio Mattei vi argomenta, talora in una maniera lucidamente lirica, potrebbe essere esteso anche ad altri poeti coevi di quelli italiani presi in esame, (quali Ungaretti e Montale, Caproni e Sbarbaro, Penna e Saba, per menzionarne solo alcuni) ma la sua narrazione permette comunque di scorgere distintamente nella poesia italiana del secolo appena trascorso quella peculiare “tensione morale” che testimonia ogni volta il “riverbero dell’io in una realtà estranea”, come se la poesia fosse nella sua essenza “un’esperienza di marginalità e annullamento, che coincide tuttavia intimamente con una condizione di rinascita, di riappropriazione del sé”.

Una simile vocazione della poesia risulta per esempio ben evidenziata dalla dimensione dell’aurora, del chiasmo ciclico e fatale cui allude, ovvero quello che si realizza allorché la vita svanisce ogni giorno nel nulla, e poi rimane in qualche modo sospesa in una radura aurorale per riemergere ogni volta dal suo eterno svanire.

Nel 1964, in occasione delle lezioni tenute alla Columbia University sui temi della propria poetica, Ungaretti si soffermò sull’importanza che in essa rivestiva il tema dell’aurora – “un’aurora non edenica, non di perfetta felicità, in qualche modo contaminata dalla storia; il tema del desiderio a un ritorno dello stato edenico; il tema della morte, del nulla”.

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IL TERZO SGUARDO n.58: Giuseppe Rensi, “Su Leopardi”

[Pubblico l’ultima recensione inviatomi tempo fa da Giuseppe per RETROGUARDIA. (f.s.)]

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Giuseppe Rensi, Su Leopardi, a cura di Raoul Bruni, Torino, Nino Aragno, 2018

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di Giuseppe Panella*

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Giuseppe Rensi è stato uno dei pensatori più lucidi e significativi del Novecento italiano. Fortemente inviso al fascismo che interdisse la lettura dei suoi libri ai fruitori delle pubbliche biblioteche, nel dopoguerra è stato parzialmente dimenticato dagli studiosi di cose filosofiche e recuperato alla fine del secolo ad opera di suoi ammiratori come Augusto Del Noce, Sergio Givone o Leonardo Sciascia che, nel 1987, curò l’edizione delle sue Lettere spirituali per Adelphi.

Anche se non ha mai scritto (come pure fece Adriano Tilgher nel 1940) un intero libro sul pensiero filosofico di Leopardi, va detto che lo studio e l’analisi del pensiero leopardiano ha inciso moltissimo sulla sua visione del mondo e sulla sua filosofia della vita. Inoltre il carattere non sistematico e frammentario del pensiero leopardiano ben si confà all’indole critica di Rensi che ha sempre rifiutato l’idea della filosofia come prospettiva sistematica e come concezione totalizzante del mondo:

«La rivalutazione di Leopardi come pensatore è, quindi, in linea con il radicale anti-idealismo di Rensi. In questo senso non è casuale che nel primo scritto in cui Rensi prende nettamente le distanze dall’idealismo, La metafisica del terremoto, affiorino echi ben riconoscibili della Ginestra, laddove si allude alle catastrofi naturali che testimoniano la precarietà della condizione umana» (p. 3).

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SUL TAMBURO n.80: Leandro Piantini, “Il poeta non deve tacere”

Leandro Piantini, Il poeta non deve tacere, Fucecchio (Firenze), Edizioni dell’Erba, 2018

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di Giuseppe Panella

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Ma perché poi dovrebbe? Il poeta non lo spiega né desidera farlo e infatti parla, racconta, descrive, rigira il coltello nella piaga. Egli parla di sé e analizza la propria poesia:

«La poesia più bella è sempre l’ultima. Lo dico ad alta voce / quello che mi spinge all’espressione / è forte e se trova ostacoli / non s’arresta / ed ecco arrivano i soccorritori / e domani mi vedrete scalpitante / con le parole che / fanno a gara ad agghindarsi / a dimostrare la loro fedeltà / la loro vocazione ad essere / nei casi estremi il rimedio migliore» (p. 73).

Scrivere poesia è una vocazione irrefrenabile e non si contenere facilmente: le parole urgono e vanno usate per esprimere ciò che si prova e si sente in maniera assoluta. L’ansia di scrivere poesia non si arresta facilmente sulla soglia della pagina bianca. La poesia è qualcosa che non si può né si deve arginare: il poeta non deve tacere perché non può tacere. Ma di cosa parla però? Quali sono gli argomenti che mette sul tavolo quando si cimenta con la scrittura? Il poeta essenzialmente parla della poesia:

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Filippo La Porta «disorganico»

Filippo La Porta, Disorganici. Maestri involontari del Novecento, Edizioni di Storia e Letteratura («Civitas», 22), Roma 2018 (ottobre), 208 pp., 12 euro.

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di Luciano Curreri (Université de Liège)

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Ci ho messo un po’ a decidermi come scrivere questa recensione. L’avevo già in testa ma in un’altra forma, e non mi piaceva. Volevo scrivere un’altra cosa.

Volevo scrivere che questo è un libro, giunto a seconda vita in questa edizione, che entusiasma se avete avuto il coraggio di essere giovani, ovvero di leggere a 360° e non solo quello che vi mettevano sotto gli occhi i prof, dalle medie al liceo e all’università. Volevo scrivere che, nonostante l’intento dell’Introduzione (e di diversi passaggi del volume) sia lodevole, questo libro non è «ad uso delle nuove generazioni» naturaliter. Presuppone invece una generazione di lettori che preparava gli esami universitari anche con libri diversi da quelli in programma, insomma una generazione che non doveva né si voleva perdere — oserei dire: esaurire — in conti meticolosi di crediti e pagine. Filippo La Porta è del 1952, e si forma a Roma. Io sono del 1966, e mi formo a Torino. Ci sto ancora dentro, e senza venire al mondo in un luogo in cui a colazione si parlasse di Euripide o di Shakespeare. Dubito tuttavia che un ragazzo di oggi, un giovane universitario, per dire, un ventenne, riesca a starci dentro, a sentire la passione che vi circola.

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Comparazioni e omologie nel Tao filosofico-poetico di Massimo Mori

Massimo MORI, Tai Chi (Tàijí). Poematica del Principio, Castel Maggiore, Edenica, 2018, pp. 232, € 27, 50.

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di Stefano Lanuzza

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La poesia è chiara e oscura: tra una parola scritta e l’altra vi sono spazi vuoti nell’alternanza nera e bianca di Yin e Yang” (M. Mori).

Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere” scrive Wittgenstein nella settima e ultima proposizione del suo Tractatus logico-philosophicus (1921). Tale frase, che segnala un limite delle possibilità del linguaggio ed esorta a ‘stare ai fatti’, non significa ‘Non parlare’ ma invita a non pretendere d’identificare quanto trascenda il linguaggio.

Anche dell’illimitato, incommensurabile, immateriale Tao non c’è, secondo Lao Tzu, modo di parlare. Causa e custode dell’universo, l’eterno, sconosciuto, preverbale Tao, abissale, assoluto e senza forma, resta una questione metafisica intorno all’origine delle cose: “C’è qualcosa di caoticamente completo in sé / nato prima del cielo e della terra. / … / Non conoscendone il nome, lo chiamo Tao” (Lao-tzu). Secondo René Guénon, se “il Tao ‘senza nome’ è il Non Essere, […] il Tao con un nome è l’Essere”. Volendo dare, sia pure in astratto, un nome all’intraducibile Tao, “lo si chiamerà (come equivalente approssimativo) la Grande Unità” (La Grande Triade, 1946)… Nel dettato dell’antica tradizione, Tao è vivere in armonia con le leggi e i flussi della Natura: chi vi riesce, trova se stesso.

Ciò premesso, risultano praticabili un ‘senso Tao’, un ‘atteggiamento Tao’, un ‘sentiero Tao’ nel percorso artistico testimoniato da Jack Kerouac (Sulla strada, 1953), l’ispirato scrittore americano votato a coniugare Beat con un’agnostica Beatitudine, e il Tao con un eterodosso Underground.

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Massimo Onofri, “Fughe e rincorse. Ancora sul Novecento”

Massimo ONOFRI, Fughe e rincorse. Ancora sul Novecento, Roma, INSCHIBBOLETH Edizioni («Assaggi», 1), 2018, 248 pp.

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di Luciano Curreri (Université de Liège)

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Di quale Novecento parla il nuovo libro di Massimo Onofri che inaugura un’elegante collana d’Inschibbolet Edizioni diretta da Giorgio Ficara e Raffaele Manica? Non di quello in poesia, nonostante quest’ultima (sempre ‘a tirare gli ultimi’) sia spesso e da più parti evocata come la vera eccellenza del suddetto secolo.

Se escludiamo la resa spettacolare di teatro e cinema, che pure fa significativo capolino, o quella dell’arte, che emerge nell’Appendice dedicata a Guttuso scrittore e pittore (pp. 221-245), resta, in termini non necessariamente oppositivi, la prosa; quella prosa che a livello di luoghi comuni storiografici si porta dietro, minimo minimo, il ritardo del romanzo e la sua conseguente e costitutiva debolezza (come se, per dire, un uomo, facciamo un narratore, non potesse dare il meglio di sé a cinquant’anni, per un difetto congenito); e per non parlare del risalto dato alla prosa d’arte, alla tradizione dell’elzeviro, a quel saggiare che ne veniva in parte fuori e che poteva essere a un tempo studio e svago, magari intuito tra una lettura vera e propria e una camminata, un andamento (finanche un ritmo) narrativo.

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Tra la donna-sole e la donna-pesco, la “Noe Itō” di Franciso Soriano

Francisco Soriano, Noe Itō. Vita e morte di un’anarchica giapponese, Mimesis, Milano-Udine 2018, pp. 116, € 13,00

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di Antonino Contiliano

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Di “Noe Itō- Vita e morte di un’anarchica giapponese” (Mimesis, Milano – Udine, 2018) autore è Francisco Soriano. Opera composita, il libro, ripercorrendone alcune tappe, ricostruisce il tempo geo-storico complessivo e complesso del Giappone. È il Giappone visto e raccontato attraverso un intreccio che, contemporaneamente, incrocia le sue stazioni feudo-patriarcali, le lotte di successione tra identitarismo e spinte modificanti, il destino dell’anarchica e femminista Noe Itō e le dinamiche di reazione e controreazione.

Un complesso sistema di elementi che muove le trasformazioni della società e dei suoi habitus. Un processo, è possibile dire, a cui confini, tra il sommovimento tellurico (noto come il “Grade terremoto del Kantō” del 1923) e le correnti dei rivolgimenti di fine Ottocento e inizio del Novecento (in genere sono le correnti dei movimenti culturali e le traduzioni europei, come gli stessi sommovimenti rivoluzionari politici generati dalla rivoluzione sovietica), premono forze e tendenze che respirano tensioni e orizzonti diversi rispetto allo status dell’ordine di fatto. In giro, anche sotto l’ascolto delle “tra-duzioni” culturali europee, ad opera di minoranze culturali-politiche si respirava e si aspirava a legittimi cambiamenti.

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AMORE E TENEBRA. Il passaggio in terra di Amos Oz

AMORE E TENEBRA. Il passaggio in terra di Amos Oz

«”Tel Aviv non era abbastanza radicale”, “solo il kibbutz era abbastanza radicale“»

(Amos Oz)

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di Giuseppe Panella

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Amos Oz (ed è quasi ovvia) non si chiamava così. Il suo cognome era Klausner ma fu cambiato in OZ per effetto di una forte controversia con il padre con il quale la rottura intervenne dopo il suicidio della madre cui Oz era molto legato (aveva solo dodici anni). OZ in ebraico si traduce forza e fu adottato all’epoca del trasferimento dello scrittore da Tel Aviv al kibbutz di Hulda. Ma nulla mi toglie dalla testa che quell’Oz oltre che una parola che indica combattività non sia che un omaggio a quel Mago di Oz che fondeva la funzione fantastica e creativa della letteratura a una volontà di accettare la realtà della vita. Oz era un intellettuale (la sua incapacità nei lavori agricoli divenne leggendaria) che voleva confrontarsi con la dimensione autentica dell’esperimento politico-sociale di Israele. Nel suo libro forse più bello, Una storia di amore e di tenebra (insieme alla parabola dolce amara di Giuda) il racconto della morte della madre si intreccia con le storie del kibbutz e della formazione umana, politica e letteraria di Oz. Quest’ultima avviene nel momento in cui si forma la struttura futura del nuovo Stato israeliano.

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Poesia dell’immagine. Giovanni Tesio, “Piture parolà”

Poesia dell’immagine. Giovanni Tesio, Piture parolà. Arte in poesia, Novara, Interlinea, 2018, pp. 108, € 12.

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di Stefano Lanuzza

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Maestro del colore e della forma è il poeta (O. Wilde)

Al pari del siciliano e del lombardo, l’idioma piemontese non appare propriamente un dialetto e, pur condividendo con l’italiano diversi segni grafici, per la varietà e la precisione del suo vocabolario risulta essere una lingua autonoma. Il fatto è confermato anche dalla raccolta poetica in piemontese di Giovanni Tesio, Stantesèt sonèt (2015), ispirati sonetti dove il codice dialettale, finemente tessuto nelle sue molteplici possibilità espressive, rivela indubbie qualità letterarie. Allora, in questo libro, l’autore vuole confermare, intanto nel suo piemontese, una rigorosa idea del sonetto: L’è pròpe vera che ‘l sonèt l’ha ‘n color sol. Idea già anticipata nel 1985 allorché, pubblicando con un editore catanese il libro di versi in italiano In punto di svolta, segnala la sua predilezione per lo schema ritmico della forma chiusa inventata nella prima metà del XIII secolo da Jacopo da Lentini alla corte palermitana di Federico II di Svevia.

È una predilezione divenuta virtuosistica maestria con i versi di Vita dacant e da canté (2017), cospicuo florilegio sul ‘vivere riservati’; e predilezione, oggi vieppiù affinata, in questo Piture parolà, pitture cui ‘dare la parola’ o canzoniere di esemplari sonetti dedicati a una sequela di artisti figurativi maggiori e minori, di varia epoca e dislocazione geografica: tutti, affrancati da cronologie o storicizzazioni e resi immanenti come, per esempio, un Antonello da Messina con la sua secondoquattrocentesca Annunciata e il Raffaello della primocinquecentesca tavola della Madonna dei garofani. Essi – sembra suggerire Tesio mediante classiche ekphrasis – annunciano un persistente umanesimo beatificante il corpo che Francis Bacon contraddice coi suoi còrp ëscarvajà, “corpi scamozzati”, tragiche fenomenologie d’un primonovecento di guerre, massacri e sterminio.

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Stefano Lazzarin, Pierluigi Pellini (a cura di), “Un «osservatore e testimone attento». L’opera di Remo Ceserani nel suo tempo”

Stefano Lazzarin, Pierluigi Pellini (a cura di), Un «osservatore e testimone attento». L’opera di Remo Ceserani nel suo tempo, Modena, Mucchi, «Lettere Persiane» (12), 2018, 762 pp., 30 euro.

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 di Luciano Curreri

È la seconda volta che mi capita di recensire, senza pensarci su, un libro sulla critica co-curato da Stefano Lazzarin. Ma questa occasione, forse più della prima, mi fa muovere al di là della simpatia e della stima che ho nei confronti suoi (e del co-curatore del nuovo libro, Pierluigi Pellini). Perché questa volta si tratta di Remo Ceserani (1933-2016), cioè di un critico che a 23 anni, in una lettera al maestro Mario Fubini (1900-1977) per la tesi, ha il coraggio di scoprirsi «dispersivo e centrifugo», dimostrando una maturità di sguardo (anche in altre missive) che, come puntualizza subito Lucia Rodler, «segnala precocemente quel desiderio di allargare i confini della ricerca che diviene la cifra interpretativa del Ceserani critico» (p. 27).

Al tempo stesso, pur allargando di continuo la mappa grazie a quella «curiosità sempre in viaggio» di cui parla Giulio Ferroni (pp. 503-509), il Nostro sarà, più di altri, in grado di «raccontare»: di raccontare la letteratura e tanti altri, convergenti saperi (su cui si veda il saggio di Simona Micali, pp. 271-286), e non solo in seno al famoso libro del 1990, edito da Bollati Boringhieri, di cui Lazzarin, nell’esemplare Bibliografia (pp. 533-762), non fa fatica a dire che si tratta «dell’indagine e del bilancio più sistematici che Ceserani abbia prodotto su un argomento, la storia letteraria, da sempre al centro dei suoi interessi» — fin dalle lettere giovanili a Fubini — e «di una costellazione che comprende [una ventina di] scritti sul tema» (p. 624), i primi dei quali risalgono all’inizio degli anni Settanta.

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Stefano Lanuzza, “Argotier”

Stefano Lanuzza, Argotier. Louis-Ferdinand Céline, l’argot, il Novecento, Milano, Jouvence, 2018, pp. 86, € 9,00

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di Marco Fagioli

Argotier: un saggio di letteratura comparata che ha come spunto emblematico il Louis-Ferdinand Céline innovatore ‘argotico’ del linguaggio letterario posto a confronto con altri autori e con le vicende storiche novecentesche riflesse nel nostro tempo. Céline non è quel tipo di romanziere che narrando dimentica se stesso. Piuttosto, valorizzando in funzione stilistica le possibilità espressive del linguaggio, i neologismi e gli argotismi, le assonanze o gli echi prodotti dalle parole, egli vuole attirare i lettori dentro la propria soggettività delimitatrice dell’orizzonte d’un reale che lo stesso autore – velleitario ideologo e imperfetto politico, moralista paradossale, filosofo anomalo e mistico ateo, ma, alla fine, scrittore inarrivabile – non affabula bensì “presenta” a tutto tondo.

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Argotier. Louis-Ferdinand Céline, l’argot, il Novecento (Milano, Jouvence, 2018, pp. 86, € 9,00) di Stefano Lanuzza è un piccolo libro, ma è destinato a occupare un posto di rilievo nella più estesa bibliografia critica céliniana degli ultimi anni. All’autore si devono anche altri libri sul grande scrittore francese (Maledetto Céline, 2010; Céline della libertà, 2015; Louis-Ferdinand Céline. La parola irregolare, 2015; Céline testimone dell’Europa, 2016), oltre alla curatela e alla traduzione nel 2013 del libro del 1938 di Hanns-Erich Kaminski Céline in camicia bruna.

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Remainders n.18: Silvio Pellico, “Le mie prigioni”

Silvio Pellico, Le mie prigioni, Ed. Mursia, 1981, pp. 226.

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di Francesco Sasso

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Silvio Pellico (1789-1854), autore della Francesca da Rimini e di parecchie altre tragedie, aderente alla Carboneria, fu arrestato e condannato a morte, ma poi inviato allo Spielberg, dove maturò quel suo splendido libro, Le mie prigioni, che pubblicò due anni dopo la liberazione dal carcere. In carcere per dieci anni, l’autore ritrova la fede cattolica.

L’esperienza di dieci anni di carcere politico è decisiva per il nuovo orientamento spirituale del Pellico (si converte la fede cattolica), ma anche per il suo destino di artista, giacché dal racconto di essa derivò il capolavoro della letteratura memorialistica del nostro primo Ottocento: Le mie prigioni.

Le mie prigioni, pubblicato a Torino nel 1832 e poi accresciuto di dodici nuovi capitoli nell’edizione francese del 1843, non nacquero dal proposito polemico di segnalare all’esecrazione del mondo civile la tirannia austriaca e la barbarie dei suoi sistemi carcerari, e neppure mossero dall’intento di fare del recluso dei “Piombi” e dello Spielberg un’esemplare figura di martire ed eroe, ma ebbero per fine quello di edificare religiosamente il lettore attirandolo sulla vicenda di un’anima che dall’esperienza del dolore s’innalza alla conquista della fede e s’apre umanamente alla comprensione e al perdono. Da qui il respiro pacato del racconto, e quella luce mite e serena che avvolge anche i suoi tratti più mesti e li colora di una trepida speranza cristiana. È da questi processi che deriva il rilievo umano e poetico delle figure di Schiller, della Zanze, di Maddalena, del piccolo sordomuto, di Maroncelli, e dell’Orboni. Continua a leggere

SUL TAMBURO n.79: Paolo Marati, “Gli indecenti”

Paolo Marati, Gli indecenti, Siena, Melville, 2017

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di Giuseppe Panella

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Perché Gli indecenti come titolo di un romanzo di costume? Perché l’in-decenza come categoria centrale in una riflessione sulla deriva della società contemporanea? Marati riprende alcuni personaggi del suo precedente L’intrusione delle onde anomale (Siena, Barbera, 2014) per raccontare una società in declino che non riesce più a trovare un centro, una direzione, un “centro di gravità permanente”. Soprattutto non riesce più a capire dove vuole andare a parare con i suoi stili di vita, i suoi tic, le sue mode, la sua ricerca di qualcosa di nuovo che la faccia uscire dalle asfittiche pareti del già visto. Federico Galbiati è un anti-eroe, un “inetto” – si sarebbe detto ai tempi di Verga e di Svevo. Divorziato ma felicemente accoppiato con una ragazza svedese, Harriet, conosciuta in circostanze avventurose nel primo romanzo, in procinto di volare a Stoccolma come fa ogni due settimane, viene bloccato da una perentoria richiesta di sua madre: l’anziana donna vuole rivedere Claudia, la figlia primogenita, l’un tempo severissima professoressa di latino protagonista di vicende sentimentali molto sfortunate narrate in L’intrusione delle onde anomale e apparentemente scomparsa quattro anni prima. La madre è radicale nelle sue richieste: se non rivedrà la figlia entro domenica, sicuramente il suo cuore si schianterà.

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SUL TAMBURO n.78: Marino Magliani, “Prima che te lo dicano altri”

Marino Magliani, Prima che te lo dicano altri, Milano, Chiarelettere, 2018

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di Giuseppe Panella

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Questo romanzo si basa su un desiderio rimasto inesausto: mettere in parole la nostalgia di una patria nella quale non si è potuto vivere come si sarebbe voluto. I personaggi della storia si ritengono tutti esuli (molti, come Christel, la matura mediatrice di immobili per i “russi” di cui Leo si invaghisce e che vorrebbe portarsi a letto) e il loro soggiorno sulla riviera ligure Magliani è un narratore nato e la sua ricerca linguistica non è mai disgiunta dalla volontà di raccontare storie, di illuminare con la luce radente dello stile vicende umane di grande spessore e di dolorosa potenza. Questo suo ultimo romanzo racconta un durissimo apprendistato di vita ma anche la struggente riconquista di un passato. Leo Vialetti di Sorba (Imperia), ligure come quasi tutti i protagonisti dei romanzi di Magliani, nasce e appartiene a una Liguria scabra, rocciosa, poco generosa con i suoi abitanti che pure la amano, costruita su baluardi montuosi, intervallati da brevi tratti di pianura, da salite erte e difficili, popolata di cinghiali e di uomini spesso più testardi e duri di quegli stessi animali selvatici cui danno la caccia.

Nello stesso tempo, il romanzo di Magliani descrive un mondo che dovrebbe risultare radicalmente opposto a quello nativo del protagonista: la Liguria e l’Argentina appaiono nelle sue pagine due continenti diversi e lontanissimi, eppure simili nel loro rapporto con l’umanità dolente che le abita.

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Serena Vitale, “Il defunto odiava i pettegolezzi”

Serena Vitale, Il defunto odiava i pettegolezzi, 2015, Adelphi, pp. 284, €19

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di Francesco Sasso
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È lavoro raffinatissimo, dato da un ingegno e una esperienza letteraria come quelli di Serena Vitali. Il libro è allo stesso tempo un romanzo giallo, un saggio letterario, un’inchiesta giornalistica su Vladimir Vladimirovič Majakovskij, un saggio sociologico e storico. L’autrice ha scavato di buona voglia tra libri del poeta, le testimonianze dei contemporanei, i giornali dell’epoca, i documenti riemersi dagli archivi dopo il 1991, i verbali degli interrogatori, i «pettegolezzi» raccolti da informatori della polizia politica, i saggi letterari, le autobiografie dei protagonisti. Ha scovato incongruenze, bugie, mezze verità. Ha ipotizzato, immaginato, confutato.

Tutto ha inizio il 14 aprile 1930. Vladimir si suicida con uno sparo al cuore nella sua camera a Mosca. Con lui nella stanza c’è la sua amante Nora. Accorrono vicini, spie, amici e curiosi. La stanza si riempie. Da qui iniziano le bugie, gli omissis, nasce la leggenda e il mistero. Per alcuni la ragione della fine è da ricercare nella vita privata del poeta, altri ipotizzano la sifilide; alcuni riferiscono che Majakovskij era oppresso dalle tasse. Dal racconto emergono protagonisti affascinanti e terribili: i coniugi Brik (Lili e Osip), Veronika Polonskaja (Nora), Tat’jana Jakoleva e, naturalmente, Majakovskij. Su di essi aleggia la fosca vita ai tempi dell’Unione Sovietica.

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SUL TAMBURO n.77: Marco Fagioli – Stefano Lanuzza, “Marginalia intorno a Louis-Ferdinand Céline”

Marco Fagioli – Stefano Lanuzza, Marginalia intorno a Louis-Ferdinand Céline, Firenze, AION Edizioni, 2018

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di Giuseppe Panella*

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Non sono certo marginali i problemi, le connessioni e i rapporti intellettuali e letterari sollevati da Fagioli e Lanuzza a proposito dell’opera di Louis-Ferdinand Céline, soprattutto rispetto ai suoi scritti più controversi e combattuti come le Bagatelles pour une massacre o i romanzi “autobiografici” del grande scrittore francese. Così come non sono marginali gli interrogativi morali suscitati da questioni ancora scottanti come il “forsennato” antisemitismo di Céline o quelli estetici legati al suo rapporto con le altre arti (la pittura, il cinema, la musica, la canzone).

Céline è ancora tutto un continente letterario e storico da esplorare nonostante la gran quantità di inchiostro versato sulla sua vita e sulla sua opera e la grande battaglia critica e politica combattuta in suo nome. Forse per nessuno degli altri grandi scrittori del Novecento lo schieramento si è diviso in maniera così netta tra chi lo voleva relegato nell’enfer degli scrittori pericolosi e funesti, da evitare o da boicottare (si pensi alla severa quanto infondata condanna di Sartre che pure aveva attinto a piene mani dalla sua proposta letteraria e dal suo laboratorio stilistico) e chi, invece, tendeva a giustificare tutto di lui, ogni suo scritto compresi i pamphlet antisemiti più accesi, in nome della supremazia della scrittura e dello stile. Il fatto è che anche nel caso Céline, anche se ammetto che è molto difficile, bisogna distinguere tra le asprezze dell’uomo e le sue vicende personali e il risultato della sua proposta di scrittura e la sua rivoluzione stilistica.

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SUL TAMBURO n.76: Evaristo Seghetta Andreoli, “Il paradigma di esse”

Evaristo Seghetta Andreoli, Il paradigma di esse, prefazione di Carlo Fini e con una nota critica di Franco Manescalchi, Firenze, Passigli, 2017

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di Giuseppe Panella*

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Il destino poetico di Evaristo Seghetta Andreoli è tutto racchiuso in quell’esse, in quell’essere che non vuol decidersi a confondersi con l’avere o scivolare nell’esserci: un verbo che si fa sostantivo e si appoggia alla vita per continuare il suo percorso esistenziale.

Scrive Carlo Fini nella sua densa e intuitiva prefazione:

«In queste nuove liriche, tuttavia, l’autore approfondisce la sua consolidata vena poetica: il linguaggio, di affascinante creatività, si prosciuga, come attestano l’apparente naturalezza e la scorrevolezza. In questa rinnovata essenzialità lo stile si esalta nelle immagini, nelle riflessioni su se stesso e l’altro. Il ritmo dei versi acquista sicurezza e musicalità. Appare importante aggiungere a queste prime annotazioni un particolare innovativo: l’autore spazia ancora di più (e con maggiore aderenza) sulla vita reale, sulle incerte sue sorti e in quelle del mondo. Ecco, allora, nella parte finale della silloge, comparire – come antiche divinità ostili – Il Tempo, lo Spazio e il Caos» (p. 5).

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Dalle discrasie di Giovanni Fontana, insorgenze neghentropiche

Giovanni Fontana, Discrasie- sessioni metacritiche, Edizioni Novecento Libri, Roma, 2018, € 12,00, pp. 139

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di Antonino Contiliano

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Discrasie: un presupposto come sistema. Sessioni metacritiche: un campo di mutamenti e trasformazioni del/nel sistema. Un sistema di fasi che correlano in circolo il presimbolico – lo stato di mescolanza caotico del quid materico delle dis-crasie in brodo quantico – e le diramazioni analitiche della critica come campo di atti logo-linguistici differenziali in onda artistica ritmico-po(i)etica – separazione, distinzione, esame, giudizio, valutazione, giudizio. Atti che incidono la miscela delle discrasie e le mettono in frequenza enunciativa inscrivendone l’individuazione testuale significante differenziale.

Una significazione che per le vie del senso mette in gioco anche un certo plurilinguismo inter-mediale anti-controllo per dare battaglia al degrado dell’informazione psico-collettiva impiegando il Pegaso utopico quanto emarginato dell’arte e della poesia (non a caso Marcello Carlino nel testo che accompagna il libro – Discrasie – sessioni metacritiche – di Giovanni Fontana, identifica lo stesso come un poliartista che sfrutta l’inter-medialità quale arma antagonista che scompagina il monolinguismo della comunicazione medusatizzata del postmoderno).

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IL TERZO SGUARDO n.57: Adriano Tilgher, “La filosofia di Leopardi e altri scritti leopardiani”

Adriano Tilgher, La filosofia di Leopardi e altri scritti leopardiani, a cura e con un introduzione di Raoul Bruni, Torino, Aragno, 2018

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di Giuseppe Panella*

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Adriano Tilgher è certamente più famoso per i suoi studi sulla filosofia teatrale di Luigi Pirandello e le sue analisi del teatro contemporaneo (Studi sul teatro contemporaneo, Roma, Libreria di Scienze e Lettere, 1923 e sgg.) e per la sua grottesca e sconcertante liquidazione del pensiero di Giovanni Gentile (Lo spaccio del Bestione trionfante, Torino, Gobetti, 1926) che per la sua analisi del pensiero di Leopardi. Eppure è stato uno dei primi a valutare positivamente Leopardi come pensatore e a rifiutare la stroncatura che della sua poesia aveva fatto proprio Benedetto Croce (la celebre definizione di una “vita strozzata” che si trova in Poesia e non poesia del 1923, anno della sua prima edizione). Scrive Raoul Bruni nel suo intelligente saggio introduttivo a questo volume che raccoglie tutti gli interventi leopardiani del pensatore di Ercolano:

«Con La filosofia di Leopardi, Tilgher fornì un contributo fondamentale alla conoscenza del pensiero leopardiano. Eppure questo saggio viene quasi sempre ignorato o trascurato nei manuali di storia letteraria, che attribuiscono il merito di aver scoperto il valore filosofico dell’opera di Leopardi a Cesare Luporini, e al suo fortunatissimo saggio Leopardi progressivo» (p. IX).

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