Cantore del silenzio e delle vertigini: Arthur Rimbaud

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Il secondo poeta della mia recente giovinezza: Arthur Rimbaud (1854-1891), una delle personalità più geniali e sconcertanti della letteratura.
Scrivo queste righe accompagnandole con una gran birra ghiacciata.
 

Fin dai suoi primi versi, composti a sedici anni, egli realizza una vera <<alchimia della parola>>, mirante alla penetrazione per via magica della natura delle cose e quindi della natura dell’essere. Procedendo dalla distruzione delle apparenze reali, Rimbaud costruisce una visione dell’universo che trova la sua ragione di essere nel canto del poeta.
Ma poiché questo canto è una sorta di strumento magico- affinato secondo i segreti di una particolare alchimia-, è inevitabile che quanto ne nasce faccia parte esclusivamente del mondo magico, inumano. E quindi l’intera visione del mondo, più viene cantata da Rimbaud, più lo abbandona in quanto uomo. Per questo, la produzione del Poeta è segnata da continui rifiuti di forme e immagini appena abbozzate, e già irraggiungibili. Si passa così dalle Illuminazioni a Una stagione all’inferno, istante-limite della creazione di Rimbaud, in cui egli si trova definitivamente abbandonato dalle immagini da lui create, e cotesto abbandono assume forme di Apocalisse. Terminata a vent’anni la Stagione all’inferno, Rimbaud, infatti, ahinoi, rinunciò in assoluto alla poesia, divenendo esploratore, negoziante coloniale, trafficante, a Cipro, a Aden, nell’ Arar. A trentasette anni, senza aver provveduto alla pubblicazione di quasi nessuna delle sue opere, egli moriva a Marsiglia. La sua fiducia nel potere della poesia di conoscere l’inesprimibile trovava in un certo senso conferma in quest’ultima parte della sua vita, durante la quale- se egli ebbe dinanzi a sé un’immagine lirica- fu in contatto unicamente con l’inesprimibile. Rimbaud è un esempio, che io sappia, pressoché unico di identità fra vita e poesia, anche nell’istante dell’abbandono di quest’ultima. Il suo disinteresse totale alla pubblicazione delle sue opere dipende probabilmente proprio dalla sua certezza d’aver raggiunto l’indicibile e di averlo detto, di aver <<cantato dei silenzi, espresso delle vertigini>>: convinzione, questa, che indubbiamente rende del tutto indifferenti ad un eventuale pubblico. 
f.s.

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