GLOSSA n.2: natura di Amore

GLOSSA 2

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a cura di Francesco Sasso

In un mondo scosso dalla violenza e dalla morte, la poesia afferma soltanto la propria solitudine. E nella solitudine si può parlar della natura di Amore, come fa Dante nella Vita Nuova. Prima di Dante, il tema della natura di Amore è dibattuto in una tenzone alla quale partecipano Pier della Vigna, Giacomo da Lentini e Iacopo Mostacci.

Pier della Vigna sostiene che Amore è, cioè è una sostanza, quantunque non sia percepibile ai sensi (Però ch’amore no si po’ vedere). Anzi tale natura di Amore viene dedotta dal fatto che esso si avverte nel cuore come potente forza di attrazione simile a quella della calamita.

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ESERCIZI DI LETTURA n.7: ETTORE MAJORANA. IL MITO DEL RIFIUTO DELLA SCIENZA

«Quali sono le radici che s’afferrano, quali i rami che crescono

Da queste macerie di pietra? Figlio dell’uomo,

Tu non puoi dire, né immaginare, perché conosci soltanto

Un cumulo d’immagini infrante, dove batte il sole,

E l’albero morto non dà riparo, nessun conforto lo stridere del grillo,

L’arida pietra nessun suono d’acque.

C’è solo ombra sotto questa roccia rossa,

(Venite all’ombra della roccia rossa),

E io vi mostrerò qualcosa di diverso

Dall’ombra vostra che al mattino vi segue a lunghi passi,

O dall’ombra vostra che a sera incontro a voi si leva;

In una manciata di polvere vi mostrerò la paura.»

T. S. Eliot, The waste land, 1922

Pensi: la scienza… L’abbiamo combattuta tanto! E infine, che scruti la cellula, l’atomo, il cielo stellato; che ne carpisca qualche segreto; che divida, che faccia esplodere, che mandi l’uomo a passeggiare sulla luna: che fa se non moltiplicare lo spavento che Pascal sentiva di fronte all’universo?

Leonardo Sciascia, Todo modo, 1974

ETTORE MAJORANA. IL MITO DEL RIFIUTO DELLA SCIENZA
I limiti della ricerca e delle applicazioni scientifiche

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di Francesca Vennarucci
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Dal 26 marzo 1938 si perdono le tracce del trentunenne fisico siciliano Ettore Majorana: fra la partenza e l’arrivo di un misterioso viaggio per mare da Palermo a Napoli scompare colui che Fermi non esiterà a definire un genio, della statura di Galileo e di Newton. Suicidio, come gli inquirenti dell’epoca vogliono credere e lasciar credere, o volontaria fuga dal mondo e dai terribili destini della scienza?

L’enigma irrisolto nasconde una verità che tenta l’immaginazione di Leonardo Sciascia: nel 1975 egli dedica al caso un breve romanzo, La scomparsa di Majorana, nel quale pur partendo dalla cronaca e dai documenti, giunge fin dentro l’anima del personaggio Majorana.

Sciascia ci fornisce un ritratto articolato dell’inquieta personalità del giovane scienziato e la inserisce nel contesto storico degli anni Trenta, anni ricchi di speranze e scoperte per la fisica atomica, ma anche densi di presagi funesti: anni che vedono l’affermazione dei regimi totalitari in molti Paesi europei e che sfoceranno nella seconda guerra mondiale, durante la quale molti scienziati saranno impegnati nella creazione di ordigni micidiali, tra cui la bomba atomica. Il fatto che Majorana sia scomparso alla vigilia di tali eventi rende più emblematica la sua figura: si può forse immaginare che egli prefigurasse quanto sarebbe successo?

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Una ‘trilogia’ di Leonardo Sciascia

Una ‘trilogia’ di Leonardo Sciascia

Ma egli è siciliano. E qui salta fuori la difficoltà.

D. H. Lawrence

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di Stefano Lanuzza
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La corda pazza (1970)

In principio è la Sicilia, e non c’è libro di Leonardo Sciascia su cui l’Isola non proietti la sua ombra, ora sfolgorante ora fosca, che si estende impregnando di sé, del suo multiculturale retaggio e del suo carattere irriducibile a formule definitive, l’Europa e il mondo.

Scrittore europeo rivolto al mondo, il maestro di Racalmuto, maestro dei suoi lettori e di empatici esegeti, Sciascia si sofferma dapprima sul tema dell’insularità foriera di “una specie di alienazione, di follia” (cfr. il paradosso pirandelliano circa la “corda pazza” che connoterebbe una “‘tipicità’ della vita siciliana”) o di “atteggiamenti di presunzione, di fierezza, di arroganza” che sono gli altri nomi dell’“insicurezza”, della “vulnerabilità” e d’una inveterata “tendenza al separatismo”. Se poi se ne distacca, lo fa ricordando come la cultura siciliana nel corso dei secoli abbia saputo esprimersi “in precisa sincronia ai movimenti culturali europei”.

Pertanto non è da condividere la tesi del filosofo Giovanni Gentile che, in nome del suo idealismo confluito in un “nazionalismo […] divenuto poi fascismo”, si rappresenta una Sicilia pressoché “sequestrata”, hortus conclusus emarginato e marginale o privo di conoscenza fuori di sé…

Ma allora – obietta Sciascia – “da quali ‘officine’ uscivano tutti quei quadri che nei secoli XV e XVI le dogane siciliane registrano in esportazione? E come mai nel Seicento poeti in dialetto siciliano vengono stampati a Venezia e a Firenze? […] perché e come gli architetti siciliani del barocco ebbero più contatti con Parigi che con Roma?”.

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La letteratura d’evasione (II): la nascita di nuovi generi

La letteratura d’evasione: nascita di nuovi generi.

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di Francesco Sasso

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Lo scrittore , non più mantenuto nelle corti, o da ricchi mecenati, come era accaduto ancora fino al Settecento, si mantiene attraverso la vendita dei suoi romanzi oppure esercitando il giornalismo, mentre l’attività letteraria tende a diventare una professione vera e propria.

In Inghilterra e in Francia gli editori abbassano fortemente il prezzo dei libri, stampando edizioni economiche. Inoltre si assiste alla nascita di piccole biblioteche individuali e familiari. All’interno di questi processi, le opere dotte rimangono interne a una circolazione molto ristretta, mentre i generi di successo come il romanzo hanno un mercato molto largo.

Alcuni dei romanzi più amati dai lettori di massa venivano da tradizioni antiche: le storie di cappa e spada, ambientate nel Medioevo, erano la continuazione del romanzo storico ottocentesco; in Italia, i romanzi di Salgari derivano dalla tradizione del romanzo esotico settecentesco. Molti altri generi, invece, hanno cominciato ad affermarsi proprio a partire dalla fine dell’Ottocento e godono ancora di grande fortuna.

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Remainders n.18: Silvio Pellico, “Le mie prigioni”

Silvio Pellico, Le mie prigioni, Ed. Mursia, 1981, pp. 226.

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di Francesco Sasso

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Silvio Pellico (1789-1854), autore della Francesca da Rimini e di parecchie altre tragedie, aderente alla Carboneria, fu arrestato e condannato a morte, ma poi inviato allo Spielberg, dove maturò quel suo splendido libro, Le mie prigioni, che pubblicò due anni dopo la liberazione dal carcere. In carcere per dieci anni, l’autore ritrova la fede cattolica.

L’esperienza di dieci anni di carcere politico è decisiva per il nuovo orientamento spirituale del Pellico (si converte la fede cattolica), ma anche per il suo destino di artista, giacché dal racconto di essa derivò il capolavoro della letteratura memorialistica del nostro primo Ottocento: Le mie prigioni.

Le mie prigioni, pubblicato a Torino nel 1832 e poi accresciuto di dodici nuovi capitoli nell’edizione francese del 1843, non nacquero dal proposito polemico di segnalare all’esecrazione del mondo civile la tirannia austriaca e la barbarie dei suoi sistemi carcerari, e neppure mossero dall’intento di fare del recluso dei “Piombi” e dello Spielberg un’esemplare figura di martire ed eroe, ma ebbero per fine quello di edificare religiosamente il lettore attirandolo sulla vicenda di un’anima che dall’esperienza del dolore s’innalza alla conquista della fede e s’apre umanamente alla comprensione e al perdono. Da qui il respiro pacato del racconto, e quella luce mite e serena che avvolge anche i suoi tratti più mesti e li colora di una trepida speranza cristiana. È da questi processi che deriva il rilievo umano e poetico delle figure di Schiller, della Zanze, di Maddalena, del piccolo sordomuto, di Maroncelli, e dell’Orboni. Continua a leggere

Clemente Rebora: storia di un’anima

Clemente Rebora: storia di un’anima

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di Domenico Carosso

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I Frammenti lirici (1913) sono tali, cioè frammenti, perché ripetono tutti uno stesso orientamento, mentre il motivo, l’explicit, cioè i versi, svolgono motivi sempre diversi e nuovi. Sono inoltre, i Frammenti, il riflesso pensoso e inquieto, non scolastico né cattedratico, d’una condizione morale diffusa, che nella Lombardia del secolo è il riflesso, pragmatico e teorico, cioè di teoria applicata alle cose di quel mondo, dell’illuminismo che ha influenzato a suo tempo, prima il Parini, facendolo totalmente irreligioso, e pienamente illuminista, poi, con diversa intensità, Manzoni e il Porta.

La sua prima attività poetica tende a coincidere, in Rebora, più che con se stesso o con una individualità disprezzata e odiata, con l’aspirazione ad un clima, sia storico che extrastorico, cioè “soprannaturale”. E il suo poema sarà scritto, ma è in primo luogo vitale, e vissuto, perché è la storia dell’anima dell’uomo. E l’idea o l’ideale non si distingue dal lavoro: perché «rivivi / Nell’atto la fede / Simile a chi luce non vede / Mentr’essa schiara le fatiche assorte… / Nelle faccende è l’idea» (Fr. LXIII).

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Una città di pianura – Cinque storie ferraresi.

Una città di pianura – Cinque storie ferraresi

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di Domenico Carosso

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Storia di Debora è il racconto più lungo della raccolta dal titolo complessivo Una città di pianura, pagine e versi che risalgono al 1940, e dunque sono la prima opera pubblicata da Bassani; in particolare la Storia è poi desinata a diventare, con sviluppo diverso, più ampio e articolato, una delle Cinque storie ferraresi (1956).

L’amore di Deborah e David si presenta come una di quelle «storie di poveri amanti», dove poveri non è una connotazione economica, assume bensì un senso morale equivoco e ambiguo, segnalando per la prima volta l’autore la fiacchezza d’animo, quel tanto di vita giovane e insoddisfatta, che cova in sé un odio forte ma impotente contro lo squallore degli anni, che si deposita nella vicenda personale e nella storia europea.

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SUL TAMBURO (extra): Ugo Fracassa, “Per EMILIO VILLA. 5 referti tardivi”

Ugo Fracassa, Per EMILIO VILLA. 5 referti tardivi, con una nota di Aldo Tagliaferri, Roma, Lithos, 2014

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di Giuseppe Panella

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Su Emilio Villa non c’è molto nella letteratura secondaria relativa alla poesia italiana del secondo Novecento e quello che si può leggere tende a unificare tutta la sua attività di artista, in uno sforzo certo meritevole (la monografia di Aldo Tagliaferri, per l’editore Skira di Milano, ad es. è un’analisi assai rilevante sotto il profilo metodologico e umano così come la ricostruzione di Elena La Spina per il catalogo della mostra di Reggio Emilia a lui dedicata). La monografia “per saggi” di Ugo Fracassa, invece, privilegia aspetti significativi dell’opera poetica di Villa pur senza perdere di vista la sua prospettiva artistica. I 5 referti tardivi contenuti nel libro rappresentano, invece, un’ “opera di carotaggio” (come li definisce Aldo Tagliaferri in Dell’ordine e/o della fuga, la sua cospicua nota finale al volume, che chiarisce e ribadisce alcuni dei punti centrali nel discorso di Fracassa).

Va chiarito fin da subito che l’equazione che vede Villa discepolo del futurismo paroliberistico non trova nei saggi contenuti in questo libro nessuna conferma (nonostante la vulgata lo voglia figlio tardivo del movimento di Marinetti) dato che la matrice plurilinguistica di molta della sua opera di mezzo trova in altri modelli e altre fonti un possibile appiglio (ma Villa non risparmiava i suoi distinguo critici anche nei confronti di Pizzuto, ad es. , o del Finnegans Wake di Joyce).

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Carlo Cassola, “Troppo tardi”. Il Realismo «nella luce della Resistenza»

Carlo Cassola, Troppo tardi. Il Realismo «nella luce della Resistenza»

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di Giovanni Inzerillo

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Pochi oggi leggono romanzi di Cassola, certamente assai meno rispetto al ventennio ’60-’80 in cui la sua fervida produzione narrativa è pure motivata da un successo di pubblico e di critica (basti ricordare l’assegnazione nel 1960 del Premio Strega a La ragazza di Bube; nel 1973 del Premio Selezione Campiello a Monte Mario e nel 1978 del Premio Bagutta a L’uomo e il cane). Un ventennio dunque di riconoscimenti e di successi editoriali che, nonostante il poco lusinghiero giudizio espresso da Pasolini il quale, criticando la “restaurazione dello stile” di alcuni scrittori, accusava Cassola di un maldestro recupero del Realismo negli anni in cui il “Fascismo era vinto”, ha permesso di inserire a pieno titolo lo scrittore romano tra i classici letterari italiani per poi escluderlo a posteriori dal canone del Novecento, canone che continua a suscitare discussioni, fastidi e malumori ma che, inutile negarlo, condiziona più o meno indirettamente le scelte didattiche, critiche ed editoriali italiane. Così, rispetto alla vasta produzione narrativa dell’autore ed escludendo La ragazza di Bube, sono poche le recenti ristampe ed è più facile trovare un suo romanzo tra le bancarelle dei mercatini di strada piuttosto che tra gli scaffali di una qualsiasi pur assortita libreria. Probabilmente a Cassola oggi questo interesserebbe poco se prendiamo per autentico, e non come una artificiosa captatio benevolentiae, quanto scrive nella Nota dell’autore che apre il romanzo Troppo tardi, ultimato nel 1971 e pubblicato nel 1975:

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Attilio Bertolucci, “Viaggio d’inverno”

Attilio Bertolucci, Viaggio d’inverno

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di Domenico Carosso

Nel Viaggio d’inverno (1971), un poemetto che è già un romanzo semifamigliare1, diviso in sei sezioni, una delle quali, la II, ha per titolo Verso Casarola, e seguito da una composizione dal titolo Verso le sorgenti del Cinghio (1993), la natura dell’Appennino gode, nella considerazione del poeta, di una sua oggettività, per quanto condita, come vedremo, di stratagemmi e sotterfugi tendenti a far passare in seconda linea l’io ansioso del poeta e far emergere un paesaggio per es. «ricco di asini di castagni e di sassi» (Viaggio, cit., pag. 202).

In B. una passione disperata per il tempo («Mio cuore batti all’unisono con il tempo / che avanza verso l’inverno») si volge ad una richiesta di tregua, «un’argentea situazione / d’incertezza e d’abulia» (Viaggio, cit., p.179).

Dal «Lasciate che m’incammini per la strada in salita», l’inizio, «all’uscita dal folto vedendo con meraviglia / mischiarsi fumo e stelle su Casarola raggiunta» (Viaggio, cit., pp. 201-202), l’itinerario del viandante è compiuto, e può soddisfarsi nell’unione di anima e corpo nell’amore giovane («amarsi e amare il frutto dell’amore»).

La natura, in B., non è mai generica, bensì affollata di erba alta e ancora da tagliare, poi di papaveri («la nostra / terra ne traboccava / poi che vi tornai / tra maggio e giugno, e m’inebriai / d’un vino così dolce così fosco») su cui indugiano le farfalle (Viaggio, cit., p. 177).

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‘TRASPOSIZIONE’ DI UN CAPOLAVORO. Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo in lingua tedesca

Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca, Frankfurt, S. Fischer Verlag, 2015, traduzione di Moshe Kahn

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di Isabella Horn

Dal 19 febbraio 2015, a quarant’anni dalla sua pubblicazione in lingua originale (Milano, Mondadori, 1975), campeggia nelle librerie tedesche, stampato dall’editore Fischer, il monumentale romanzo di Stefano D’Arrigo Horcynus Orca, romanzo tra i maggiori della letteratura novecentesca.

Quasi dimenticato in un’Italia che legge poco e, se e quando legge, preferisce letture facili e veloci, il libro di D’Arrigo – fonte di poesia per una ristretta cerchia di lettori ‘forti’ – è stato a lungo considerato scoraggiante se non addirittura disperante per chiunque avesse voluto tentare l’impresa di ‘traghettare’ l’opera verso le sponde di un’altra lingua. Con le sue innumerevoli innovazioni, locuzioni gergo-dialettali, creazioni, rivisitazioni e reinvenzioni lessicali, suggestioni onomatopeiche, periodi ondeggianti e spesso baroccamente dilatati, Horcynus Orca presentava ostacoli insormontabili: appariva, insomma, un’opera intraducibile.

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SUL TAMBURO n.42: Giovanni Papini, “Soliloqui di Betlemme” & Luigi Pirandello, “La messa di quest’anno e altre novelle di Natale”

Giovanni Papini, Soliloqui di Betlemme, con una nota di lettura di Franco Ferrarotti, Bologna, EDB, 2016;

Luigi Pirandello, La messa di quest’anno e altre novelle di Natale, con una nota di lettura di Massimo Naro, Bologna, EDB, 2016

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di Giuseppe Panella

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In questi due agili volumetti antologici, due dei maggiori intellettuali del Novecento italiani vengono “interrogati” sul loro rapporto con la festività del Natale e più generalmente con il sacro e la sacralità nelle scelte umane riproponendo alcuni loro testi narrativi erroneamente definiti come minori o laterali alla loro produzione più nota. In entrambi i casi si tratta di un risultato significativo e capace di portare a un giudizio critico su di essi tale da mettere a tacere qualche pregiudizio invalso sulla loro produzione. Papini mostra nei testi qui antologizzati grande empatia umana nei confronti di uomini e animali tanto da rendere questi ultimi i protagonisti di alcuni di questi scritti. Pirandello si rivela tutt’altro che cinico e spietato nei confronti delle miserie e delle stupidità umane anche se non rinuncia alla sua vena grottesca e talvolta “candidamente” cattiva (come Massimo Bontempelli definì l’opera del grande scrittore siciliano nel suo discorso emblematicamente intitolato Pirandello o del candore).

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“Sergente nella neve” e “Ritorno sul Don”: nutrirsi in guerra e in pace. Saggio di Domenico Carosso

Sergente nella neve e Ritorno sul DonSergente nella neve e Ritorno sul Don: nutrirsi in guerra e in pace

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di Domenico Carosso

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Il limite intrinseco, invalicato e invalicabile, delle mie paginette, è che non ho mai incontrato Rigoni, né visto o visitato i suoi luoghi, i luoghi della Grande Guerra, e della Seconda. Per tutto ciò rinvio alle osservazioni di Eraldo Affinati, nel «Meridiano» dedicato al classico che è non da ora, ma fin dal primo libro, Il Sergente nella neve Mario Rigoni Stern.

Il Sergente nella neve, uscito la prima volta (anno 1953) nei famosi Gettoni curati da Vittorini, con un giudizio che lo accoglie e insieme lo respinge («MRS non è uno scrittore di vocazione») è il racconto sobrio e testimoniale, la cronaca quasi, della vicenda degli alpini in Russia, nel corso della Seconda guerra mondiale. Diviso in due parti, dai titolo rispettivamente de “Il caposaldo” e “La sacca”, cioè la postazione prima tenuta, poi perduta dai soldati chiusi in un cerchio di neve, gelo e fuoco.

Il libro di MRS, pubblicato con straordinario successo da Einaudi e ancora a disposizione dei lettori, è ormai un classico, per la lingua forte e concreta, priva di qualsiasi retorica, che lo attraversa e lo colma di esempi attivi e solidali, tra amici e anche coi nemici.

Dunque, «le pallottole battevano sui reticolati mandando scintille. Improvvisamente tutto ritornò calmo, proprio come dopo la sagra tutto diventa silenzioso e nelle strade deserte rimangono i pezzi di carta che avvolgevano le caramelle e i fiocchi delle trombette. Solo ogni tanto si sentiva qualche fucilata solitaria e qualche breve raffica di mitra come le ultime risate di un ubriaco vagabondo».

Un paragone, un confronto tra il fuoco micidiale degli spari e le innocue trombette, tra le scintille e i pezzi di carta della festa ormai giunta al termine – un confronto che propone, in modestia e quasi sottovoce, l’inevitabile distanza tra il lettore col libro in mano e i soldati presi nel morso tenace della neve e del gelo.

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“Il Portolano” e le riviste letterarie fiorentine del ‘900

riviste fiorentineIl Portolano” e le riviste letterarie fiorentine del ‘900

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di Stefano Lanuzza

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Chi se la ricorda la stagione novecentesca delle riviste letterarie fiorentine, quando Firenze era una capitale culturale non solo italiana?…

Ora, proveniente dal tardo-secondonovecento, c’è “Il Portolano” – rivista fondata nel 1995 da Francesco Gurrieri, Piergiovanni Permoli, Arnaldo Pini –, che dal 2016 supera il suo ventesimo anno di vita; e, come sancito dall’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca, viene annoverata nella “Serie A” delle scienze filologico-letterarie, storico-filosofiche, ecc….

Ma, bando alle omologazioni, soprattutto importa, come scrive Gurrieri nel numero 80-81 di gennaio-giugno 2015, che “‘Il Portolano’ [sia] cresciuto [e sia] ormai apprezzato in ambito nazionale”, continuando “a svolgere il suo imperativo originario: la fedeltà alla letteratura” (fedeltà che vuole resistere a una tecnologia informatica che nei suoi effetti smaterializza la parola e la disperde nell’entropia del web che dilaga mettendo in crisi libri, giornali, riviste e tutto quanto sia cartaceo). Allora, quella del “Portolano”, è una fedeltà da intendere anche come ostinazione a esprimersi – a scrivere e a farsi leggere – sul supporto di carta e nella forma collaudata d’un periodico che raccoglie il testimone delle tante testate letterarie fiorentine del Novecento, a cominciare dalle primonovecentesche “Il Regno” (1903-1906), “Leonardo” (1903-1907), “Hérmes” (1904-1906): tre riviste caratterizzate dalla breve esistenza – oltre che da un nazionalismo antidemocratico, dall’influenza dannunziana, da una morale individualistica e da prospettive guerrafondaie.

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“Glosse per Sereni, tra rêverie e racconto”. Saggio di Domenico Carosso

Poesie e prose” di Vittorio SereniGlosse per Sereni, tra rêverie e racconto

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di Domenico Carosso

Nelle primissime pagine della sua prefazione alle Poesie di Sereni, Dante Isella precisa di essersi trovato, accingendosi al proprio lavoro, di fronte a «manoscritti labilissimi, con un carico di potenziali sviluppi che andavano in tutte le direzioni, con una visione fluida del mondo, che nella sua incessante deformazione, in senso etimologico, ha più lo statuto del sogno che della realtà»1.

Tale statuto è poi rinforzato, se così posso dire, dalla frequente, ossessiva presenza, nei versi per esempio degli Strumenti umani, ma non solo qui, dei luoghi retorici, nel senso alto, dell’iterazione o ripetizione e della specularità. Quasi che la poesia costituisse lo specchio mobile, in perenne dislocazione, di una realtà a sua volta imprendibile, multipla, in ogni caso (in ogni verso) non dicibile univocamente.

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“Ofelia” di Luigi Capuana (a 100 anni dalla morte): parapsicologia e… gelosia

J. E. Millais, Ophelia, 1851-‘52

J. E. Millais, Ophelia, 1851-‘52

Ofelia di Luigi Capuana (a 100 anni dalla morte): parapsicologia e… gelosia

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di Stefano Lanuzza

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È proprio e sempre il normativo teorico del Verismo positivista illustrato dalle crestomazie letterarie quell’eclettico Luigi Capuana (Mineo, 1839 – Catania, 1915) che, ancora prima di pubblicare il romanzo parapsicologico Il marchese di Raccaverdina (1901), introducendo la raccolta di fiabe C’era una volta… (1882) smentisce i fondamenti veristi, fissati sul finire del 1870 e prossimi al Naturalismo francese, dichiarando certa sua predilezione per un “mondo meraviglioso di fate, di maghi, di re, di regine, di orchi, di incantesimi”?
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“Piero Chiara: lingua e stile”. Saggio di Domenico Carroso

Piero_Chiara_autografoPiero Chiara: lingua e stile

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di Domenico Carosso

«A raccontarsi mi tira una novella di cose cattoliche e di sciagure e d’amore in parte mescolata»: questo l’exergo, dal Decameron II, 2, che apre e giustifica, col trinomio cattolicesimo-amore-sciagura, il romanzo o racconto lungo di Piero Chiara La spartizione.

Il vero tema su cui nasce la novella è la popolarità, nel Medioevo, di san Giuliano, della sua leggenda, che si legge anche nella Legenda aurea di Jacopo da Varazze, 30, di cui si trovano già tracce nello Speculum historiale di Vincenzo di Beauvais.

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Remainders n.16: Giorgio Bassani, “Il giardino dei Finzi-Contini”

Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-ContiniGiorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini, Mondadori, 1991, pp.241.

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di Francesco Sasso

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Giorgio Bassani, nato a Bologna nel 1916 da famiglia ebrea ma vissuto fino al 1943 a Ferrara, intraprende gli studi classici, poi conclusasi con la laurea in Lettere all’Ateneo bolognese. Subì, come molti altri intellettuali di origine ebraica, a persecuzione del Regime.

Poeta e romanziere, una delle sue opere più bella è Il giardino dei Finzi-Contini (1962), che qui ricordiamo a oltre cinquant’anni dalla pubblicazione. In questo libro il prevalere della componente intimistica non esclude l’impegno etico-civile, che, precisandosi nella condanna della violenza razzistica, fa qui da sottofondo al racconto della vicenda ambientata in una comunità israelitica al tempo della dittatura fascista. Per questo motivo, Ermanno e Olga Finzi-Contini, ebrei ricchi e da tempo estraniatesi dalla vita comunitaria ebrea di Ferrara, decidono di aprire il proprio parco, con annesso il campo da tennis, ad alcuni giovani scacciati da un circolo tennistico dopo le leggi razziali. Fra questi giovani c’è l’io narrante e i figli del padrone di casa, Alberto e Micòl.

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Remainders n.14: Alessandro Manzoni, “I promessi sposi”

i promessi sposiAlessandro Manzoni, I promessi sposi

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di Francesco Sasso

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Alessandro Manzoni (1785-1873) nasce a Milano dal conte Pietro e da Giulia Beccarla, figlia di Cesare. Della vita del Manzoni sappiamo molto e tante sono le biografie a riguardo. Eppure egli è forse uno degli scrittori italiani in cui è più difficile ricostruire la vita interiore.

Tra il 1821 e il 1823 il Manzoni attese alla stesura del suo romanzo storico I promessi sposi, che, unendo fantasia e storia, rispondeva ai canoni dell’arte romantica e, sempre nel ’23, scrisse la Lettera sul romanticismo per rispondere al marchese Cesare d’Azeglio, che si stupiva del fatto che un grande poeta come lui aderisse alla scuola romantica; nel 1827 pubblicò il suo capolavoro, che però rivide accuratamente negli anni successivi per dargli la miglior forma linguistica e che ripubblicò in forma definitiva a Milano, in dispense, dal 1840 al 1842.

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Remainders n.13: Nicolò Machiavelli, “Il Principe”

Machiavelli, Principedi Francesco Sasso

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Le tristi condizioni politiche dell’Italia sul finire del secolo XV favoriscono il sorgere della scienza politica, alla quale Machiavelli legò la sua fama. Nato a Firenze nel 1469, scrisse Il Principe, opera nella quale, per usare le sue stesse parole «che cosa è principato, di quali spezie sono, com’è si acquistano, com’è si mantengono, perché si perdono». Il principe dovrà, per mantenere il potere, costituirsi prima di tutto un forte esercito, ostentare il culto della virtù, ma essere pronto a sacrificarla, se necessario, all’interesse dello Stato, essere avaro e non generoso, più spesso crudele che clemente, prudente al punto da saper anche mancare la parola data, ma conservare sempre l’apparenza della moralità: il mondo giudica solo dai risultati e se questi sono buoni passano in seconda linea i mezzi con cui si sono ottenuti.

 

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Leonardo Sciascia, Una storia semplice: ombre nella luce della verità

Leonardo Sciascia, Una storia sempliceLeonardo Sciascia, Una storia semplice: ombre nella luce della verità

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di Giovanni Inzerillo

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La assai ricca ed eterogenea produzione letteraria di Leonardo Sciascia si conclude col romanzo Una storia semplice pubblicato, per volere dello stesso autore, il giorno della sua morte, avvenuta il 20 novembre del 1989, e ispirato al furto del celebre dipinto di Caravaggio, Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi, trafugato nell’ottobre del 1969 dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo e da allora mai più recuperato.

Una sorta di testamento letterario, di epigrafe culturale, data l’essenzialità del romanzo, dove confluisce (e forse si comprende) l’intero e certamente complicato percorso narrativo di uno degli autori a furor di critica più rilevanti della seconda metà del ventesimo secolo. Nonostante la brevità che lo ha reso, al di là di qualsivoglia concettualizzazione culturale, uno dei testi più letti e conosciuti, specie tra i più giovani, dell’autore siciliano, Una storia semplice, come recita la quarta di copertina, è «una storia complicatissima». Un tipico giallo sciasciano che, tramite il rapidissimo susseguirsi di eventi e di colpi di scena, e la fugace apparizione di comparse (il prete, il professore, l’autista della Volvo, la moglie e il figlio della vittima), si risolve, come da protocollo, con la scoperta del colpevole dell’omicidio che apre la vicenda. Con una narrazione rapidissima e una prosa fluida e scorrevole Sciascia fissa, come a comporre disordinate tessere di un puzzle, piccole parti (i paragrafi in cui è diviso il testo) in un tutto ben definito ed omogeneo. È un racconto per immagini, non è un caso che la vicenda ruoti attorno a un misterioso dipinto scomparso (non citato sebbene se ne conosca l’ispirazione), che non lascia spazio a psicologie criminali o a complicate indagini investigative. Una storia semplice è, piuttosto, uno straordinario esercizio di bravura letteraria, una formula scientifica, un quesito aritmetico, un gioco di intelligenza che il lettore, ancor più che il brigadiere o il questore protagonisti delle vicenda, è chiamato a risolvere nel più breve lasso di tempo possibile. Recita ancora la quarta di copertina:

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Remainders n.10: Un modello di repubblica da non imitare. Tommaso Campanella, “La Città del Sole”

Tommaso Campanella, La Città del Sole, a cura di Massimo Baldini, Newton & Compton editori, 2002, pp.123, € 3,00

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di Francesco Sasso


Tommaso Campanella nasce in una povera famiglia di contadini calabresi nel 1568 a Stilo (in Calabria). Entra nell’ordine dei domenicali subendo processi e condanne per le proprie idee. Più volte torturato, per sopravvivere, finge d’esser pazzo. È condannato al carcere perpetuo dove scrive gran parte delle sue opere. È forse questa la vera pazzia: scrivere di filosofia dentro una cella umida, fredda e sporca. Campanella scrive per riepilogare il suo pensiero e per ripartire verso nuovi orizzonti. Scrive perché si sente investito di una missione politica e sociale. Chiuso in una cella, pensa e immagina.

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L’INTRODUZIONE AL “RICORDO DELLA BASCA” DI ANTONIO DELFINI. Saggio di Domenico Carosso

 L’Introduzione al Ricordo della Basca di Antonio Delfini

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di Domenico Carosso

Il mondo e la vita nascono, in Delfini, con la parola e nella parola. La parola, poi, si rivela nel discorso, nel desiderio amoroso, sicché il linguaggio finisce per presentarsi come un intreccio inestricabile di amore e conoscenza. Un intreccio che nel tempo si afferma come ricordo, e sempre propone una ricerca del tempo perduto, consegnata alla parola scritta, alla scrittura. Così il cerchio si chiude:

«Scrivevo nei miei carnets che avevo incontrato una donna, ch’era la più bella donna del mondo, e non era lei, perché se fosse stata lei non avrei potuto scriverlo. Perché non si scrive mai di ciò che esiste, ma soltanto di ciò che non esiste […] E credo perciò che in tutte le mie note di quegli anni non si trovi mai il nome di Margherita Matesillani, e mai nemmeno una parola che accenni ad un incontro con lei, ad una visione di lei [..]. Se ho scritto di lei è stato indirettamente e senza che io me ne accorgessi. Il che, per me, sarebbe una prova dell’esistenza e della realtà di margherita Matesillani, e un poco anche della mia. […] Il ricordo che ho dei ricordi che sopraggiunsero allora intorno al mio cuore smarrito in una comoda amnesia, servirono a farlo ritrovare nell’ansia, nella speranza e nell’infatuazione sentimentale.»[1]

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MORTE DI UNO SCRITTORE DI NOTTURNI. Scrittura e ricerca letteraria in Antonio Tabucchi

«L’inazione consola di ogni cosa. Non agire ci dà tutto. Immaginare è tutto, purché non tenda all’azione. Nessuno può essere re del mondo se non in sogno. E ognuno di noi, se si conosce veramente, vuole essere re del mondo. Non essere e pensare è il trono. Non volere e desiderare è la corona. Avremo ciò a cui rinunciamo perché, sognando, lo conserviamo intatto»
(Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares)

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di Giuseppe Panella*


Volevo molto bene ad Antonio Tabucchi al di là della stima che provavo per lui come romanziere e come studioso di letteratura portoghese e mi dispiace non averlo potuto dire prima che si imbarcasse per il suo ultimo viaggio verso Lisbona e la terra lusitana. Ma i suoi ultimi libri (a partire da Gli zingari e il Rinascimento del 1999 uscito per Feltrinelli fino agli ultimi racconti mescolati ad immagini di Racconti con figure pubblicati da Sellerio nel 2011) mi erano piaciuti meno dei suoi primi, straordinari romanzi degli anni Settanta e Ottanta.

Non mi era sembrato opportuno dirglielo (e poi a che cosa sarebbe servito?) e avevo da tempo smesso di sentirmi con lui anche epistolarmente, dopo un periodo di intensa frequentazione culturale, di costante lettura e recensione delle sue opere e di contatti personali. D’altronde, il suo pensionamento precoce dall’Università lo aveva fatto trasferire quasi in permanenza nell’amatissima Lisbona e a Firenze (come pure a Vecchiano dove preferiva andare) Tabucchi veniva sempre di meno, forse per disaffezione, forse per il maggior radicamento suo e della moglie nella città capitale del Portogallo. Ma queste sono, ovviamente, questioni del tutto secondarie.

La sua repentina scomparsa può essere però l’occasione per una prima, parziale riflessione sulla sua opera letteraria e sulla sua attività di studioso.

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Morte di un poeta sperimentatore: Elio Pagliarani

 «Piove. Mercoledì. Sono a Cesena, /  ospite della mia sorella sposa, / sposa da sei, da sette mesi appena. / Batte la pioggia il grigio borgo, lava / la faccia delle case senza posa, /  schiuma a piè delle gronde come bava. // Tu mi sorridi e io sono triste. Forse / triste è per te la pioggia cittadina, / il nuovo amore che non ti soccorse, // il sogno che non t’avvizzì, sorella, / che guardi me con occhio che si ostina // a dirmi bella la tua vita: bella, /  bella! Oh bambina, sorellina, o nuora, / o sposa, io vedo tuo marito, sento / a chi dici ora mamma, a una signora; // so che quell’uomo è il suocero dabbene che dopo il lauto pasto è sonnolento, / il babbo che ti vuole un po’ di bene»
(Marino Moretti)

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di Giuseppe Panella


Dopo la morte improvvisa e inopinata di Antonio Porta nel 1989,  la scomparsa di Alfredo Giuliani nel 2007 e la fine improvvida di Edoardo Sanguineti nel 2010, la figura di Elio Pagliarani era rimasta a stagliarsi, quasi ne fosse stato il nume tutelare, sullo sfondo di una stagione poetica ormai tramontata, eppure ancora in grado di insegnare molto agli scrittori e ai lirici della presente generazione. Se Giuliani aveva praticamente inventato, traendola dalle prospettive personali ancora incerte e indecise dei suoi protagonisti, una  scuola di poetica e una nuova prospettiva di scrittura nata insieme alla sua antologia dei Novissimi [1], il ruolo di Pagliarani era stato singolare, in bilico com’era il suo progetto poetico tra la ricerca di una via d’uscita dalla tradizione lirica del Novecento e il simpatetico  appello alle ragioni di un timbro realistico e piano nel dettato narrativo.

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IL TERZO SGUARDO n.38: Chi ha paura di Guido Piovene? Franco Cordelli, “L’ombra di Piovene”

Chi ha paura di Guido Piovene? Franco Cordelli, L’ombra di Piovene, Firenze, Le Lettere, 2011

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di Giuseppe Panella*

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Perché Guido Piovene è stato dimenticato dagli editori, dai lettori e anche dai critici e sopravvive stentamente in qualche tesi di laurea? Secondo Franco Cordelli, la prima ragione per cui nessuno oggi legge più le sue opere (romanzesche e diaristiche) è dovuta al fatto che lo scrittore è sempre rimasto il grande giornalista che fu, anche nell’opera di finzione. La seconda è più complessa:

«La seconda ragione per cui Piovene non viene più letto è anch’essa duplice, letteraria e filosofica. In questo senso Pampaloni ha ragione. Piovene fu mostruosamente intelligente. Ma l’intelligenza, l’essere stato uno scrittore per così dire francese (alla Constant, alla Sènancour, tutto analitico, privo di quella divina facoltà, diventare plastico, se non corporeo) è sempre, in Italia, percepito come limite, come colpa. In questo caso, una colpa in più. L’altro aspetto dell’intelligenza di Piovene è lo stesso che condanna Flaiano. Se Flaiano si salva è per i suoi meriti comici, cioè extra-letterari. Ma egli fu uno dei grandi scrittori nichilisti del Novecento italiano. Un altro fu Piovene» (p. 10).

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Remainders n.7: Carlo Michelstaedter, “Poesie”, a cura di Sergio Campailla

Carlo Michelstaedter, Poesie, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, 1999 (6°ed.), pp.112, €6,20
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di Francesco Sasso

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In Carlo Michelstaedter, nato nel 1887 a Gorizia, e quivi morto suicida nel 1910, è difficile distinguere in modo netto l’opera dalla vita. Nelle Poesie, pubblicate postume nel 1912-13, egli esprime con immediato stile il concetto della morte come approdo di verità al vano tormento dell’esistere. Perlopiù, le liriche hanno una forma incompiuta e spontanea, nate non per una dimensione pubblica, ma per un uditorio ristretto (una donna, la sorella ecc). Difficile, quindi, definire il valore delle sue composizioni. Ma nelle ultime poesie, tuttavia, siamo investiti da versi che illuminano spazi di umanità inconsueta.

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[Leggi tutti gli articoli di Francesco Sasso pubblicati su RETROGUARDIA 2.0 ]

Remainders n.6: Salvatore Di Giacomo, “Tutte le novelle”

Salvatore Di Giacomo, Tutte le novelle, Newton & Compton editori, 1997 (2°ed.), pp.345, € 4,00

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di Francesco Sasso

Poeta, narratore, drammaturgo, giornalista e storico della sua città, nacque nel 1860 a Napoli e qui morì nel 1934. Il volume della Newton & Compton raccoglie l’intera produzione novellistica del Di Giacomo: Pipa e boccale, L’ignoto, Novelle napoletane.

Assai meno importanti di quella poetica, i racconti offrono la visione di una Napoli popolare: la Napoli dei vicoli cupi, dei poveri, delle prostitute per miseria, dei regolamenti di conti a lama di coltello; ma anche la Napoli del sole, della vita operosa, della gioventù in amore. Insomma, la vita della povera gente di Napoli, osservata nel ritmo delle passioni elementari. A questa materia il Di Giacomo si accosta con intima commozione. Tuttavia, molte novelle sono calchi monotoni di un certo gusto folklorico, ma è pur vero che alcuni dei racconti sono fra i più belli dei primi del Novecento, per efficacia stilistica e sincerità di adesione umana.

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Francesco D’Assisi, “Cantico di Frate Sole” e “Della vera e perfetta letizia”

Francesco D’Assisi, Cantico di Frate Sole e Della vera e perfetta letizia,  in Gli scritti di Francesco e Chiara d’Assisi

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di Dianella Bardelli

 

Avevo voglia di scrivere qualcosa sul Natale, e non so perché mi è venuto in mente Francesco D’Assisi e il suo Cantico di Frate Sole. Apparentemente c’entra poco con il Natale, ma nessuno più di lui evoca in me la santità come qualità prettamente umana che deriva però da quel qualcosa di divino che è nel mondo e nelle sue creature. Ma non avevo questo testo e così sono  andata dal parroco del mio paese per farmelo prestare. Lo scritto si trova all’interno di un libro antologico che contiene, per quando riguarda Francesco, tra l’altro, la Regola, il Testamento, molte lettere e le Laudi e preghiere, tra cui il Cantico di Frate Sole.
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ZANZOTTO COME IO ME LO IMMAGINO, di Giuseppe Panella

 «Significasti allungano le dita, / sensi le antenne filiformi. / Sillabe labbra clausole / unisono con l’ima terra. / Perfettissimo pianto, perfettissimo»

(Andrea Zanzotto, Ecloga I da IX Ecloghe, Milano, Mondadori, 1962»

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di Giuseppe Panella*

Come Blanchot ha fatto con Foucault (sul quale pure ha scritto un libretto splendido), neppure io ho conosciuto di persona Andrea Zanzotto. Lo conosco solo attraverso la sua opera poetica e letteraria (Zanzotto è stato anche autore di magnifici saggi sulla letteratura del Novecento non soltanto italiana  – Aure e disincanti del Novecento Letterario, Milano, Mondadori, 1994, tanto per citarne uno) e attraverso le traduzioni che in epoca più giovanile aveva pubblicato traendole dalla propria vasta conoscenza della letteratura francese (Età d’uomo di Michel Leiris, Nietzsche. Il culmine e il possibile di Georges Bataille – ancora solo un esempio).

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“Il Serpente” di Luigi Malerba: una ipotesi surrealista

Il Serpente di Luigi Malerba: una ipotesi surrealista

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di Giovanni Inzerillo

In un articolo apparso su «Repubblica» l’8 ottobre 2009 intitolato La geniale arte della menzogna, Umberto Eco, pur creando una curiosa corrispondenza con la musica dei Beatles, in merito al Serpente utilizza la assai efficace metafora del «pesce che a poco a poco divora se stesso sino a svanire del tutto».

Siamo nel 1966, agli esordi della carriera letteraria di Malerba – di poco precedenti erano i bizzarri e secchi racconti della Scoperta dell’alfabeto pubblicati nel 1963 – e immediatamente dopo la Neoavanguardia che, come sostenuto dal compianto Alfredo Giuliani, già nell’anno della sua istituzionalizzazione palermitana in un cento senso si esaurì, sgretolando il suo consolidamento e decretando la sua fine.

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IL TERZO SGUARDO n.35: Sondaggi leopardiani e ritrovamenti (veri o presunti). Lorenza Rocco Carbone, ““L’Italia agli Italiani”. Versi inediti veri o presunti di Giacomo Leopardi” & Novella Bellucci, “Il “gener frale”. Saggi leopardiani”

Sondaggi leopardiani e ritrovamenti (veri o presunti). Lorenza Rocco Carbone, “L’Italia agli Italiani”. Versi inediti veri o presunti di Giacomo Leopardi, con una prefazione di Pasquale Maffeo, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2011; Novella Bellucci, Il “gener frale”. Saggi leopardiani, Venezia, Marsilio, 2010

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di Giuseppe Panella*

Saranno davvero di Giacomo Leopardi (e scritti nel 1836 poco prima della morte) i versi riportati nel cuore del saggio ad essi dedicati da Lorenza Rocco Carbone? Probabilmente non si saprà mai con certezza in assenza di una documentazione filologicamente corretta e adeguatamente commisurata all’oggetto che li concerne. Sarebbe tuttavia magnifico se questi versi scritti sull’onda della notizia di una sottoscrizione (Leopardi o chi per esso dice “soscrizioni”) in favore della costruzione di un monumento in onore della grande soprano francese Maria Malibran da poco deceduta a Manchester il 23 settembre 1836 fossero effettivamente del poeta di Recanati. L’autore dei versi si dice costernato da questa prospettiva quando, invece, uomini ben superiori per cultura e per importanza nazionale sono stati affidati all’incuria sepolcrale delle fosse comuni:

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Arcadie e disincanti. Sebastiano Vassalli poeta della Neoavanguardia. Saggio di Giovanni Inzerillo

Arcadie e disincanti.  Sebastiano Vassalli poeta della Neoavanguardia

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di Giovanni Inzerillo

Dire non significando nulla, dunque;

ma dire, appunto, per necessità di significare.

 

Pochi sanno, ad oggi, che Sebastiano Vassalli uno dei maggiori scrittori in prosa della nostra letteratura contemporanea, conosciuto esclusivamente per i suoi romanzi, abbia esordito nella veste di poeta. L’esordio vero e proprio avviene nel 1965 con Lui (egli) a cui segue, nel 1968 Disfaso, raccolta di poesie di chiara impronta neoavanguardistica. L’epigrafe, tratta dalla citazione di Franco Cavallo alla raccolta, ben sintetizza lo stile poetico del primo Vassalli, fortemente attratto dai giochi funambolici della Neoavanguardia e da uno sperimentalismo capace di sfruttare tutte le potenzialità della parola.

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SPECIALE GUIDO MORSELLI n.8: BIBLIOGRAFIA MORSELLIANA, a cura di Domenico Mezzina

[In Italia la riflessione critica su Guido Morselli sta lentamente maturando nonostante i criteri di valutazione sono ancora fondati su poche monografie. Tuttavia, il lavoro critico procede. Per esempio, è di prossima uscita per le edizioni Stilo (Bari) il saggio Le ragioni del fobantropo. Studio sull’opera di Guido Morselli di Domenico Mezzina.

Proponiamo qui l’esauriente e aggiornata bibliografia morselliana tratta dal lavoro di Domenico Mezzina. Nei limiti di una bibliografia ben precisa, si confida di aver fornito un punto di partenza, essenziale ma tutt’altro che povero di indicazioni, utile a tracciare percorsi di studio e di ricerca.

A Domenico Mezzina va dunque il mio ringraziamento più vivo per averci offerto il suo lavoro (francesco sasso)]

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A cura di Domenico Mezzina

OPERE DI GUIDO MORSELLI

Proust o del sentimento

Garzanti, Milano 1943, Prefazione di A. Banfi (la prefazione, con il titolo redazionale Esemplarità di Marcel Proust, si legge anche in A. Banfi, Scritti letterari, a cura di Carlo Cordiè, Editori riuniti, Roma 1970, pp. 235-7)

Ananke, Torino 2007, a cura e con una Introduzione di M. Piazza, Note al testo di M. Francioni (l’Introduzione di M. Piazza, con il titolo redazionale Una lettura dimenticata: il Proust filosofo di Guido Morselli, è anche in «Quaderni proustiani», 4 [2007])

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UNA PASSIONE LUNGA TUTTA LA VITA. Per Vittorio Vettori studioso e poeta (Parte II). Saggio di Giuseppe Panella

[QUI] la prima parte del saggio UNA PASSIONE LUNGA TUTTA LA VITA. Per Vittorio Vettori studioso e poeta

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di Giuseppe Panella

 

4. Da Campaldino patria ideale a Eleusis forma di esperienza spirituale: nascita dello “stile etrusco”

La prima raccolta di versi veramente significativa di Vettori come poeta è Poesia a Campaldino del 1950. Sono versi legati alla tradizione novecentesca ermetica e non (in particolare alla versione cristiana di questa corrente letteraria con riecheggiamenti di autori quali Betocchi e Lisi, poeti e scrittori amati poi fino alla fine, anche se meno presenti in seguito e sostituiti nelle scelte di scrittura da altri – e certo più prestigiosi – modelli).  Nella seconda delle liriche presenti in Versi per l’Italia (del 1960) è forte l’eco di una delle poesie meno “ermetiche” di Salvatore Quasimodo (la Lettera alla madre):

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UNA PASSIONE LUNGA TUTTA LA VITA. Per Vittorio Vettori studioso e poeta (Parte I). Saggio di Giuseppe Panella

[Immagine: Carlo Carrà, Le figlie di Loth (1919)]

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di Giuseppe Panella

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«Non so se tra roccie il tuo pallido / Viso m’apparve, o sorriso / Di lontananze ignote / Fosti, la china eburnea / Fronte fulgente o giovine / Suora de la Gioconda: / O delle primavere / Spente, per i suoi mitici pallori / O Regina o Regina adolescente: / Ma per il tuo ignoto poema / Di voluttà e di dolore / Musica fanciulla esangue, / Segnato di linea di sangue / Nel cerchio delle labbra sinuose, / Regina de la melodia: / Ma per il vergine capo / Reclino, io poeta notturno / Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo, / Io per il tuo dolce mistero / Io per il tuo divenir taciturno / Non so se la fiamma pallida / Fu dei capelli il vivente / Segno del suo pallore, / Non so se fu un dolce vapore, / Dolce sul mio dolore, / Sorriso di un volto notturno: / Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti / E l’immobilità dei firmamenti / E i gonfii rivi che vanno piangenti / E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti / E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti / E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera»

(Dino Campana, La Chimera)

1. Un filosofare pallido e assorto

La produzione culturale (letteraria, poetica, filosofica, storico-politica, storico-artistica, finanche utopistica) di Vittorio Vettori è stata sterminata. Analizzare tutte le opere da lui prodotte nei più svariati campi del sapere umanistico è probabilmente impossibile per ora. Anche chi si è posto il compito improbo e meritorio di antologizzare le sue opere più significative non ha potuto che selezionare proficuamente i suoi testi più noti e probabilmente più duraturi. Di se stesso Vettori avrebbe scritto per interposto personaggio in un romanzo, L’amico del Machia, che forse avrebbe meritato maggior fortuna sia critica che di lettori avvertiti (1):

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UN LETTORE DI PROVINCIA. Serra, la letteratura e altro. Saggio di Giuseppe Panella

Un lettore di provincia. Serra, la letteratura e altro (Renato Serra, Esame di coscienza di un letterato, a cura di Vincenzo Gueglio, Palermo, Sellerio, 1994; Renato Serra, Mio carissimo. Un carteggio con Luigi Ambrosini (1904-1915), a cura di Andrea Menetti, Parma, Monte Università Parma, 2009)

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di Giuseppe Panella

Quando Renato Serra muore sul monte Podgora il 20 luglio del 1915, meno di due mesi dopo l’inizio della Grande Guerra, è ormai un critico letterario abbastanza conosciuto. La sua fama, però, sarà in gran parte postuma e alimentata dagli amici della “Voce” con i quali era in dimestichezza non solo culturale. La prima edizione degli Scritti venne, infatti, curata da Giuseppe De Robertis (in collaborazione con Alfredo Grilli), uno degli interlocutori primari dell’ Esame di coscienza di un letterato, pubblicato il 30 aprile 1915 proprio su “La Voce” e, quasi subito dopo la morte, ristampato insieme ad altri testi e lettere per le edizioni dei fratelli Treves di Milano nel 1916. Nonostante la grande fortuna di questo testo, tuttavia, e nonostante l’utilizzazione fattane da una generazione intera di critici italiani di grande spessore e qualità, il rischio di una sua (sotto)valutazione in chiave storicistico-biografica è ancora grande. Un testo come l’Esame…, infatti, può essere considerato una sorta di testamento spirituale (alla luce di quanto sarebbe accaduto di lì a poco) mentre, invece, non lo è affatto a meno di non credere in misteriose qualità medianiche del suo autore e le diatribe per anni succedutesi sulla religiosità o il laicismo di Serra poco aggiungono a un sistema di lettura dei testi che è realmente in anticipo rispetto ai risultati migliori della critica letteraria a venire (stilistica o meno).

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Raymond B. Waddington, “Il satiro di Aretino. Sessualità, satira e proiezione di sé nell’arte e nella letteratura del XVI secolo”

di Francesco Sasso

Mentre in molti centri italiani del Cinquecento la tradizione umanistica si evolve nelle forme auliche del classicismo, Venezia diventa un importante centro editoriale e rappresenta spesso il rifugio di quanti desiderano dedicarsi ad un’attività culturale libera dal potere politico e religioso. L’impulso, dunque, che proprio Venezia diede alla diffusione del volgare letterario con l’edizione di Dante e del Petrarca, grazie all’editore Aldo Manuzio con la collaborazione di Pietro Bembo, e la diffusione delle opere dell’umanista olandese Erasmo da Rotterdam furono tappe fondamentali per la cultura italiana del Cinquecento.

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Un mondo naturale che tende a travolgere le sue creature. Antonio Pizzuto, “Sinfonia (1927)”

di Francesco Sasso

Diamo notizia della pubblicazione di Sinfonia (1927) di Antonio Pizzuto, a cura di Antonio Pane, edito da Lavieri. Il libro ha lo stesso titolo di quello scritto nel 1923 e di quello del 1964-66:

«la composizione del libro contempla tre fasi distintive: la prima stesura manoscritta, allestita fra il giugno 1927 e il settembre 1928; la campagna correttoria manoscritta (ad inchiostro stilografico viola) nel settembre-ottobre 1928; la successiva redazione dattiloscritta, conclusa il 19 novembre 1928» (Nota al testo, p.120)

Sinfonia (1927) non ha ancora perduto i suoi connotati narrativi, come invece accadrà nei successivi libri di Pizzuto. In Sinfonia il “raccontare” è allucinazione verbale, richiamo metaforico della vita che balena sulla pagina in frammenti misteriosi e sotterranei.

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Renato Serra – Luigi Ambrosini, “Mio carissimo”

di Francesco Sasso

I rapporti intercorsi tra Renato Serra e Luigi Ambrosini, giornalista di talento e amico intimo, sono ben noti. In particolare la collaborazione intellettuale e la partecipazione alla vita letteraria in alcune riviste agli inizi del Novecento.

Ad ampliare la prospettiva di questo fortunato sodalizio, i cui esiti segnarono positivamente la storia personale dei due intellettuali, giunge ora questo nuovo, prezioso contributo a cura di Andrea Menetti che ci presenta il carteggio intercorso tra Renato Serra e Luigi Ambrosini in un volume curato con rigore filologico e con un apparato di note informative che ricostruiscono con esattezza il percorso di un sodalizio lungo nel tempo. Il volume raccoglie sessantanove lettere e cartoline postali che i due giovani letterati vennero scambiandosi tra il 1904 e il 1915 (l’ultima lettera di Serra fu scritta otto giorno prima di morire sul fronte), quindi negli anni decisivi della loro formazione intellettuale. Le lettere fanno parte dell’archivio di Casa Serra e il Fondo della Biblioteca Malatestiana di Cesena.

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SPECIALE GUIDO MORSELLI n.5: “Lettere ritrovate”, a cura di Linda Terziroli

di Francesco Sasso

Scrittore anomalo, sentimentale e razionale allo stesso tempo, Guido Morselli è anche filosofo, sceneggiatore, teologo, autore teatrale, dietologo, ambientalista. Ha svolto ogni attività culturale all’insegna del dilettantismo, intesa, questa, come condizione intellettuale disinteressata, all’insegna del piacere della ricerca e della viva curiosità. Per tali motivi, dopo una lunga frequentazione critica, mi accorgo che tener dietro al suo percorso intellettuale/artistico, occorrono molti specialisti.

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Dissacrazione del romanzo. Antonio Pizzuto, “Testamento”

di Francesco Sasso

La narrativa di Antonio Pizzuto (Palermo, 1893 – Roma, 1973) è complessa e, credo, senza un vasto pubblico di lettori. Gran merito, quindi, l’aver ripubblicato Testamento (Polistampa 2009).

In quest’opera, Pizzuto realizza una sistematica e radicale demolizione degli istituti del romanzo tradizionale. Lo scrittore siciliano sottopone ad una impietosa dissacrazione lo statuto conoscitivo della tradizione romanzesca, adottando un sincretismo linguistico in cui il vocabolario della comunicazione si mescola a un lessico raffinato, limpido, e a filamenti di idiomi stranieri o neologismi. In Testamento il personaggio è abolito, mentre la struttura è formato da venti “lasse” che, insistendo sulla scansione atemporale della parola, fonde il flusso verbale con l’annotazione dei moti di vita.

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Patrizia Vicinelli, “Non sempre ricordano”

di Francesco Sasso

Poeta della generazione successiva allo sperimentalismo tematico e stilistico dei Novissimi e del Gruppo ’63, amica e discepola di Emilio Villa e Adriano Spatola, Patrizia Vicinelli (1943-1991) si impone per l’originalità, coerente persistenza ed esistenza, e per una ricerca poetica, nei modi e nelle misure variate, delirante, nutrita di una ossessiva, autobiografica, cercata esistenzialità.

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Il piacere di leggere ovvero la scrittura impossibile. “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino

 

di Giovanni Inzerillo

 

Il piacere di leggere ovvero la scrittura impossibile. Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino.

 

     Pubblicato nel 1979 e presto diventato un caso letterario internazionale, il testo di Calvino non può essere facilmente definito come un romanzo in senso stretto. Sebbene il Novecento ci abbia abituato alla frammentarietà -fu la Coscienza sveviana il primo vero romanzo moderno in netto contrasto con la tradizione-, alla metaletteratura, allo sperimentalismo e al citazionismo, questo testo sembra andare oltre.

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SPECIALE GUIDO MORSELLI n.4: INTRODUZIONE A “REALISMO E FANTASIA” DI GUIDO MORSELLI. Saggio di Valentina Fortichiari

[Per gentile concessione dell’autore Fortichiari e dell’editore, pubblichiamo  l’introduzione al volume Guido Morselli, Realismo e fantasia, Nuova editrice Magenta, 2009. (f.s) ]

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di Valentina Fortichiari

 

Nel 1947, anno in cui Heidegger pubblica la Lettera sull’umanismo, il Nobel per la letteratura viene assegnato ad André Gide; nasce il Premio Strega, che incorona Ennio Flaiano con Tempo di uccidere; il Premio Viareggio lo vince un libro postumo: Lettere dal carcere di Antonio Gramsci. Escono, fra gli altri, Cronache di poveri amanti di Vasco Pratolini, La romana di Alberto Moravia. Il trattato di pace di Parigi sanziona perdite territoriali per l’Italia; viene promulgata la Costituzione della Repubblica Italiana. Gandhi pronuncia il discorso sulla non violenza. Charlie Chaplin gira il film Monsieur Verdoux. Sono dello stesso anno Il diavolo in corpo di Autant-Lara, con Gérard Philipe, La Signora di Shangai di Orson Welles, con Rita Hayworth. Nasce con la Polaroid la fotografia istantanea. Fausto Coppi vince il giro d’Italia; Lucia Bosè è incoronata Miss Italia.

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ALBERTO ARBASINO E LA “VITA BASSA”. Indagine sull’Italia degli Ottanta in cinque mosse. Saggio di Giuseppe Panella

di Giuseppe Panella

«Ma quelle stesse parole che non sono comprensibili, che agiscono isolate, che danno luogo a una specie di figura acustica, non sono rare o nuove, inventate dalle creature che mirano alla loro singolarità: sono le parole che vengono usate più di frequente, frasi comunissime per tutti, ripetute centomila volte; e di questo, proprio di questo si servono per dimostrare la loro caparbietà. Parole belle, brutte, nobili, comuni, sacre, profane, capitate tutte in questo tumultuoso serbatoio; e ciascuno ne trae fuori ciò che si addice alla propria inerzia; e lo ripete finché le parole non sono più riconoscibili, finché dicono tutt’altro, il contrario di ciò che una volta significavano. La deformazione della lingua conduce al caos delle figure separate. Karl Kraus, estremamente sensibile agli abusi della lingua, aveva il dono di captare in statu nascendi e di non lasciarsi più sfuggire i prodotti di questi abusi. Per chi lo ascoltava si apriva così una dimensione nuova della lingua, che è inesauribile e alla quale prima si faceva ricorso solo sporadicamente, senza l’opportuna coerenza»

(Elias Canetti, “Karl Kraus, scuola di resistenza”,  in Potere e sopravvivenza)

 

1. Quel che è successo in Italia…

«In questo stato, e poi Un paese senza, obbedivano al dovere civile delle testimonianze ‘dal vivo’ nelle congiunture epocali, in seguito utili ai ricercatori e agli archivisti del ‘post’ e del ‘propter’, del perché e del percome, del prima e del dopo. “E se domani…” canticchiavano al piano-bar gli storici futuri anche involontari, nel corso degli eventi. Poi, ogni storiografia o iconografia o commemorazione finirà per registrare soprattutto due serie parallele di icone inevitabili, per quegli anni Settanta. Pasolini, Moro, Feltrinelli, e i tanti altri assassinati. Una pletora, si deplorò. Accanto, un’altra pletora di indimenticabili successi e cult forever: Mina, Celentano, Morandi, Battisti, Baglioni, De André, De Gregori, Dalla, Paoli, Guccini, e tanti altri miti e riti regolarmente estremi e duraturi e ‘live’. Anche alle esibizioni attempate di Keith Jarrett e moltissimi altri, a tutt’oggi, quante migliaia di junior e senior si eccitano e commuovono sinceramente dopo aver sborsato cento euro dai bagarini o sopportato fatiche ‘bestiali’ in coda. Così, anche questo nuovo libretto “sui fatti del 2008” si proporrà (ancora una volta) come una obiettiva ‘deposizione’ testimoniale a caldo su un altro snodo o svincolo o scivolo di eventi italiani probabilmente epocali, nel mesto corso del loro svolgersi»(1). 

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Renato Serra, “Esame di coscienza di un letterato”

di Francesco Sasso

Renato Serra (1884-1915) visse appartato, da «lettore di provincia» (così amò definirsi), ma fu un lucido interprete del suo tempo. Straordinario esempio di scrittura artistica è Esame di coscienza di un letterato (Sellerio 1994), scritto nell’imminenza della guerra e pubblicato postumo nel ’16. Il saggio è sorretto dalla disperata lucidità del disincanto, in cui l’amore per la letteratura si unisce alla consapevolezza della sua vanità. Serra traccia nell’Esame il bilancio morale di un’intera generazione di intellettuali di inizio secolo. Lo scrittore esibisce con sofferenza e fermezza il fallimento delle loro illusioni, svelando i loro abili, i loro miti, le debolezze. Alla letteratura Serra contrappone la caducità della storia, la realtà esterna della natura, in cui germoglia il segreto del tempo e della vita: di quella terra che assorbirà il sangue dell’uomo ucciso, e sempre genererà dalle macerie la vita. In breve, pagine esemplari per limpidezza ed incisività di scrittura.

f.s. 

[Renato Serra, Esame di coscienza di un letterato, Sellerio editore, 1994, 96 pp., € 5,16]

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“Storicità e letterarietà nella poesia di Giuseppina Turrisi Colonna”. Saggio di Giovanni Inzerillo

turrisi colonna

di Giovanni Inzerillo

 

«Raccolta nelle domestiche pareti, con la coscienza de’ più tenaci, studia il passato, irrompe contro le prave usanze, ripudia le cure femminili, colla mente risale, infiammata di gloria, a’ più splendidi momenti della vita italica, ed evoca le memorie degli eroi, vedendo gli uomini del suo tempo tralignati ne’ conviti, ne’ balli e negli amori. Tali sentimenti erano in lei sedicenne».

Così Francesco Guardione traccia un breve profilo della Turrisi Colonna, una ragazza appena sedicenne ma dall’animo di donna, capace di dedicare la sua breve vita a due grandi amori: la poesia e la patria.

Le poesie della Turrisi Colonna scritte in un periodo compreso tra il 1836 (ad appena 14 anni pubblica infatti l’Inno a San Michele) e il 1846 (nel 1841, a soli 19 anni, pubblica il suo primo volume), hanno una interessante storia editoriale, che vale la pena di citare, tra le due diverse aree geografiche di Palermo e di Firenze.

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SPECIALE GUIDO MORSELLI n.3: “Una missione fortunata e altri racconti”

una missione fortunata- morselli

di Francesco Sasso

 

I racconti de Una missione fortunata e altri racconti di Guido Morselli (Nuova Editrice Magenta, 1999) abbracciano un arco ampio che va dal 1937 (il reportage Vecchia Francoforte) al 1972.

 Nella prospettiva di una ricostruzione accurata dell’opera di Morselli, non potevano mancare questi racconti. In loro rintracciamo i temi consueti della narrativa di Morselli, perlomeno nella produzione matura a partire dalla seconda metà degli anni cinquanta in poi, quali il tema della scoperta del male, il tema fondamentale del suicidio e del contrasto tra fede e ragione critica.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.9: Alla ricerca dei poeti dimenticati. Elpidio Jenco, “Betelgeuse. Antologia poetica”

Elpidio JencoIl titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

 

di Giuseppe Panella

 

Alla ricerca dei poeti dimenticati. Elpidio Jenco, Betelgeuse. Antologia poetica, a cura di Fabio Flego, con uno scritto raro di Ettore Serra e un ricordo di Giovanni Pieraccini, Viareggio (LU), Pezzini Editore, 2009

 

Elpidio Jenco appartiene oggi interamente alla condizione dei poeti dimenticati (non sempre deliberatamente, spesso solo malauguratamente o casualmente, per uno di quei giochi del destino che non sono soltanto il frutto della malignità degli uomini ma solo aspetti della condotta del mondo). Per questo motivo, riproporlo come autore in un’antologia ampia, ben impostata e ben coordinata come questa realizzata da Fabio Flego è merito non da poco.

Il fatto è che Jenco è stato facilmente confuso con i poeti della sua generazione e archiviato con una certa faciloneria come uno qualunque di essi (sic et simpliciter). Come scrive Flego nella sua Premessa al volume, il poeta di Caserta trapiantato a Viareggio è stato rapidamente assimilato agli altri scrittori di versi presenti negli stessi luoghi e nella stessa temperie in cui egli ha vissuto:

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