Sulla traduzione di Laura Stortoni de “L’Oceano e il ragazzo” di Giuseppe Conte. Recensione di Roberto Rossi Testa

di Roberto Rossi Testa


Nella limpida premessa alla sua versione inglese de L’Oceano e il Ragazzo  di Giuseppe Conte, sulle tracce di Charles Simic Laura Stortoni pone il lavoro del traduttore alla stregua di quello del divulgatore dei Vangeli, e parla del proprio desiderio di rendere i lettori partecipi delle “rivelazioni” che nel libro di Conte ella ha ritenuto di cogliere. E davvero non c’è alcuna forzatura o enfasi nel giustificatissimo entusiasmo  della Stortoni: in effetti, a mano a mano che gli anni passano, disponendosi oramai in prospettiva storica, persino i più tiepidi nei confronti dell’opera di Conte devono riconoscere che è difficile esagerarne la portata, e che, nel contesto di tale opera, il libro in questione si staglia con una fisionomia e un’energia particolari; anche se certamente non è diffusa come dovrebbe la coscienza, di cui voglio dare testimonianza con animo memore e grato, che L’Oceano e il Ragazzo rappresenti forse il più rilevante e prezioso libro di versi dell’ultimo Novecento italiano.

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