In memoria di Wisława Szymborska

«Se mi fa paura la morte? Per me la morte non esiste. Esiste un certo fatto penoso, nel senso del dolore. Quando penso alla morte, penso alla sofferenza, non alla morte come tale. La morte semplicemente non c’è. Non so… una volta sognai che ero morto. Somigliava molto alla realtà. Avvertii una liberazione, una leggerezza incredibile. Forse proprio questa sensazione di libertà e leggerezza mi diede l’impressione di essere morto, sciolto da tutti i legami con il mondo. Spesso l’uomo confonde la morte con la sofferenza. Forse, quando la incontrerò faccia a faccia, avrò paura, penserò diversamente… è difficile dirlo»
(Andrzej Tarkovskij)

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di Giuseppe Panella

E’ troppo presto ancora per fare un discorso generale sulla sua poesia (anche se la casa editrice Adelphi ha pubblicato tutte le sue poesie già dal 2009 (1) e una valutazione generale sulla sua opera sarebbe forse possibile).
Quando la Szymborska ricevette il Premio Nobel per la letteratura nel 1996, il suo era un nome quasi totalmente sconosciuto in Italia come annotò, con pochissima “carità poetica”, il “Corriere della Sera” dando notizia della sua vittoria (2). Le edizioni italiane delle sue opere poetiche sono, in realtà, praticamente tutte successive al Nobel (3) e il suo nome, popolarissimo in Polonia dove i suoi libri vendevano come i romanzi di successo (4), continua a essere noto soltanto agli iniziati.
Lei stessa lo ammetteva con la consueta fine e smaliziata ironia di sempre:

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