I LIBRI DEGLI ALTRI n.4: Parlare in un’altra lingua, vivere in un altro corpo. Anna Vincitorio, “Il limo di Eva”

Parlare in un’altra lingua, vivere in un altro corpo. Anna Vincitorio, Il limo di Eva, Cagliari, La Riflessione – Davide Zedda Editore, 2010

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di Giuseppe Panella*


Giuseppe, il protagonista assoluto, del testo narrativo di Anna Vincitorio vive in un corpo che non sente essere il suo. Vorrebbe essere Lucia, avere la possibilità di sentirsi una donna, fare la sua vita, non essere costretta a un nome e a una condizione che non sente propria. Soprattutto vorrebbe parlare con la lingua di una donna. Gilles Deleuze e Felix Guattari hanno mostrato, in un loro celebre libro su Kafka, che il grande scrittore praghese ha composto i suoi capolavori linguistici in una lingua che non era quella parlata dalla maggioranza dei suoi compatrioti boemi ma apparteneva ad una “letteratura minore”, il tedesco utilizzato dalla comunità ebraica della capitale della Cecoslovacchia. Anche Lucia-Giuseppe parla in un’altra lingua – vorrebbe che fosse liscia e delicata come quella di una donna, è costretta ad avere le forme spezzate e sporgenti della loquela maschile. Vorrebbe avere un corpo di donna ma è limitata dall’anatomia di un maschio e dalle sue attribuzioni sessuali secondarie  e deve fare ricorso all’elettrocoagulazione per poter evitare la barba e altre pelosità tipiche di un uomo maturo. Nonostante questo, il suo fisico è delicato e dolcissimo (così viene definito nel libro) e attira l’attenzione degli amanti del “terzo genere”.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.46: “Temi la morte per acqua” (William Shakespeare, Enrico VI). Anna Vincitorio, “Il richiamo dell’acqua”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

“Temi la morte per acqua” (William Shakespeare, Enrico VI). Anna Vincitorio, Il richiamo dell’acqua, con una prefazione di Sandro Gros-Pietro, Torino, Genesi, 2009

«AL LIMITARE DEL GIORNO. Al limitare del giorno / quando scende opaco il silenzio / restano schegge di parole / non dette, pensate, forse / Ricompattate creano calore / Nasce un piccolo sole, / quello del ricordo / Lontano le ombre / nei meandri dell’acqua / che fu madre all’inizio / Il sipario è calato / Sopra, un tetto di stelle» (p. 48).

Nella poesia finale della sua raccolta, Anna Vincitorio congela in frase semplici e naturali tutto l’impatto estetico riconducibile alla sua scrittura. La memoria poetica produce schegge di parole, ansiose, inquiete, mai rivelate all’esterno che si raggrumano e si rastremano in costellazioni di ricordi. La loro luminosità allontana le ombre del disappunto e del dolore presenti in quegli stessi momenti e ne fanno uno strazio dolente ma addolcito dalla pienezza della vita cui rimandano. Tutto si fa languida onda d’acqua e affonda lentamente nell’immenso alveo materno cui il tutto da sempre rimanda e ritorna e anela. Quel che resta del giorno qui diventa quel che resta del verso.

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