Perché i morti non serbano rancore. Intervista a Nando Vitali.

Nando Vitali, I morti non serbano rancore, Gaffi, 2011, Pagg. 296, 15.50 €
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di Marino Magliani

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E’ possibile pensare a un romanzo sulle foibe senza farsi sfiorare dal pregiudizio: un libro sul revisionismo? Devo ammettere che io ci casco sempre, ed è la prima cosa che mi è venuta in mente: la solita corrente… Mi è successo lo scorso dicembre, a Roma, durante la Fiera dei libri. Presi il libro e non lo lessi subito, intendo in quei giorni. Eppure sarebbero bastate due pagine, tre, forse (cominciai a leggere e a pensarci su dopo una decina di giorni, distante qualche migliaio di chilometri) per capire che I morti non serbano rancore, di Nando Vitali (Gaffi, 2011) era un’altra cosa, era una cosa che faceva i conti con dell’altro, entrava nelle cicatrici carsiche ma non se ne serviva per… Forse se ne serviva solo per uscirne, una volta per tutte. Se ne serviva un figlio, Lorenzo Goretti, senza mai esserci stato, nel ventre dei carsi, eppure si può dire anche senza esserne mai uscito. Perché questa è la storia di una di quelle guerre che non finiscono mai, di un padre che l’ha combattuta e di un figlio che l’ha ricevuta come un’eredità, una disfunzione genetica, se mi si consente, un trauma. A volte si riesce solo a guarire, o a tentare almeno di capire, attraverso qualcosa… Ma cosa? Il racconto che proviene dal proprio sangue?

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