QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.75: L’avvento del Numinoso. Renzo Ricchi, “Eternità delle rovine”

L’avvento del Numinoso. Renzo Ricchi, Eternità delle rovine, con un’ Introduzione di Gualtiero De Santi, Borgomanero (NO), Giuliano Ladolfi Editore, 2011

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di Giuseppe Panella*


Eternità delle rovine è un libro malinconico e desolato ma non disperato. Già nella nozione stessa di eternità si dà spazio a un’illusione attiva e non rinunciataria – quella della possibilità sempre presente che ciò che perisce e transita in modo apparentemente irreversibile sia destinato a durare anche se in un’altra dimensione (un’altra vita forse). Inoltre è pur sempre  l’eternità (e quindi la sua non numerabile durata) a essere in primo piano rispetto alla pesante fragilità delle rovine.

Come recita la poesia che dà il titolo alla raccolta:

 

«Non c’è più rumore. / Uomini qui risero e piansero / bambini nacquero e giocarono / si guardarono attorno sorridenti / senza sospetti / pieni di fiducia / ragazze in fiore / illuminarono lo spazio. // Come lontano / l’urlo del cacciatore antico / che uccise il primo cervo / il grido che scosse la foresta / smorzò il brusio della natura. //  Niente più. / Solo il vento resta / i profili delle colline / l’orizzonte / il cielo aperto / gli alberi immoti. // Creature e cose / s’inoltrarono impotenti / nel silenzio. // Silenzio / sacro velo che occulti / le orme perdute della vita. // Oh l’eternità delle rovine !» (pp. 14-15).

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