QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.38: Sapere salem (et sapientiam). Aldo Roda, “Figure del sale”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

_____________________________ 

di Giuseppe Panella

 

Sapere salem (et sapientiam). Aldo Roda, Figure del sale, con un’ Introduzione di Massimo Donà, Firenze, Gazebo, 2008

E’ un nuovo capitolo di un lungo poema in fieri questo pubblicato da ultimo da Aldo Roda.

«”Io, / zolla di sale”, dice di sé il poeta. Quasi… fiore che viene tra rovi; ma, nello stesso tempo, anche “animale chiuso in / cassa di pietra / gettato in mare”. Eppure, il suo volto è simile al fiore; che “nasce aperto calice”. Come il sale che l’acqua scioglie e fa suo; trasfigurandone in qualche modo la durezza. Quella stessa che contraddistinguerebbe anche una cassa di pietra; la quale, gettata in mare, rinascerebbe comunque a nuova vita. D’altro canto, ogni vero poeta “depone il proprio guscio di noce”. Durezza necessaria era infatti quella che, sola, gli avrebbe consentito di risolvere ogni desiderio in fiore. Durezza che ogni grano di sale restituisce nella propria falsa opacità; menzognera, dunque… eppur necessaria. Necessaria, cioè, a potersi fare “riflesso di vetro”; vera e propria trasparenza che tutto in sé riuscirebbe ad accogliere, sotto la maschera che, del “vero”, sa esser sempre nello stesso tempo anche custode. Così il poeta, dunque; che conduce le cose dal non essere all’essere come sapeva bene già Platone. Per un gesto comunque sacrilego. Così, d’altro canto, “parla anche la natura”»

Continua a leggere