Filippo La Porta «disorganico»

Filippo La Porta, Disorganici. Maestri involontari del Novecento, Edizioni di Storia e Letteratura («Civitas», 22), Roma 2018 (ottobre), 208 pp., 12 euro.

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di Luciano Curreri (Université de Liège)

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Ci ho messo un po’ a decidermi come scrivere questa recensione. L’avevo già in testa ma in un’altra forma, e non mi piaceva. Volevo scrivere un’altra cosa.

Volevo scrivere che questo è un libro, giunto a seconda vita in questa edizione, che entusiasma se avete avuto il coraggio di essere giovani, ovvero di leggere a 360° e non solo quello che vi mettevano sotto gli occhi i prof, dalle medie al liceo e all’università. Volevo scrivere che, nonostante l’intento dell’Introduzione (e di diversi passaggi del volume) sia lodevole, questo libro non è «ad uso delle nuove generazioni» naturaliter. Presuppone invece una generazione di lettori che preparava gli esami universitari anche con libri diversi da quelli in programma, insomma una generazione che non doveva né si voleva perdere — oserei dire: esaurire — in conti meticolosi di crediti e pagine. Filippo La Porta è del 1952, e si forma a Roma. Io sono del 1966, e mi formo a Torino. Ci sto ancora dentro, e senza venire al mondo in un luogo in cui a colazione si parlasse di Euripide o di Shakespeare. Dubito tuttavia che un ragazzo di oggi, un giovane universitario, per dire, un ventenne, riesca a starci dentro, a sentire la passione che vi circola.

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