ESERCIZI DI LETTURA n.8: Dostoevskij e la fede in un Dio assente. Pietro Citati, “Il male assoluto”

Pietro Citati, Il male assoluto, Adelphi, Milano, 2013

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di Gustavo Micheletti

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Dostoevskij e la fede in un Dio assente

Sull’impossibile morte di Dio in Dostoevskij, tra Delitto e castigo e I Demòni, ne Il male assoluto di Pietro Citati.

Ne Il male assoluto Pietro Citati si sofferma sull’opera di alcuni scrittori del XIX secolo, tra i quali, tanto per citarne solo alcuni, Goethe, Manzoni, Dickens e Hawthorne, sul cui rapporto con la Legge e il Peccato avanza considerazioni particolarmente incisive e illuminanti.

Sebbene tutti gli scrittori di cui si parla nel libro siano accomunati dal non aver mai rinunciato a riflettere, attraverso alcuni dei loro personaggi più significativi, sull’inconfutabile presenza del male nel mondo, la parte del saggio dalla quale sembra di poter desumere il senso del titolo è quella dedicata a Dostoevskij, e in particolare all’autore di Delitto e Castigo e dei Demòni.

Su Rascol’nikov e Sonia, sul loro rapporto e su quello che entrambi hanno rispettivamente con Dio, scrive quanto segue: “Cosa è allora il Cristo predicato appassionatamente da Sonja? Un punto lontanissimo che non si manifesta mai sulla terra, e sta nascosto tra i veli del più lontano futuro. La prova della sua esistenza sta nella sua assoluta irrealtà, nella sua inesistenza visibile. Il regno di Cristo, che avviene non sappiamo dove, forse nemmeno nel cielo, troppo limitato per contenerlo, affonda le sue radici nella disperata disarmonia di questo mondo” (P. Citati, Il male assoluto, Adelphi, Milano, 2013, p. 277).

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ESOTERISMO E COSPIRAZIONE POLITICA NEI ROMANZI DI ROBERTO ARLT: UN CONFRONTO CON CURZIO MALAPARTE E PIER PAOLO PASOLINI (Parte 2/6). Saggio di Primo De Vecchis

ROBERTO ARLTEsoterismo e cospirazione politica nei romanzi di Roberto Arlt: un confronto con Curzio Malaparte e Pier Paolo Pasolini.

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di Primo De Vecchis

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Vita e opere di Roberto Arlt

I.5. Dal romanzo al teatro

El amor brujo esce nel 1932 con la promessa di un seguito, El pájaro de fuego (L’uccello di fuoco), che non realizzerà mai: la ricezione infatti dell’ultimo romanzo arltiano è desolante; critica e pubblico (fatte le debite eccezioni) semplicemente lo ignorano o rifiutano la visione pessimistica dell’amore borghese (il matrimonio, la famiglia) che ne emerge. Alcuni critici, come Aníbal Ponce e Lázaro Liadro, la considerano l’opera peggiore di Arlt. Secondo loro il talento narrativo pare affiochirsi, la parabola sarebbe ormai discendente. Il romanzo forse è davvero troppo iconoclasta e inusuale per l’epoca e cade come un sasso nello stagno non risvegliando minimamente l’attenzione del pubblico.

Arlt, che è sensibile alle reazioni del pubblico e del mercato, decide quindi di cambiare rotta; non ha perduto il suo entusiasmo, quella passione che lo risolleva dai plumbei pensieri metallici di aspirante suicida; ha già identificato una nuova valvola di sfogo creativa, un modo per riavvicinarsi al grande pubblico, al ‘popolo’ al quale anela spasmodicamente: il teatro.

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