“Glosse per Sereni, tra rêverie e racconto”. Saggio di Domenico Carosso

Poesie e prose” di Vittorio SereniGlosse per Sereni, tra rêverie e racconto

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di Domenico Carosso

Nelle primissime pagine della sua prefazione alle Poesie di Sereni, Dante Isella precisa di essersi trovato, accingendosi al proprio lavoro, di fronte a «manoscritti labilissimi, con un carico di potenziali sviluppi che andavano in tutte le direzioni, con una visione fluida del mondo, che nella sua incessante deformazione, in senso etimologico, ha più lo statuto del sogno che della realtà»1.

Tale statuto è poi rinforzato, se così posso dire, dalla frequente, ossessiva presenza, nei versi per esempio degli Strumenti umani, ma non solo qui, dei luoghi retorici, nel senso alto, dell’iterazione o ripetizione e della specularità. Quasi che la poesia costituisse lo specchio mobile, in perenne dislocazione, di una realtà a sua volta imprendibile, multipla, in ogni caso (in ogni verso) non dicibile univocamente.

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I LIBRI DEGLI ALTRI n.5: Vitam impendere amori. Renzo Paris, “La banda Apollinaire”

Vitam impendere amori. Renzo Paris, La banda Apollinaire, Matelica (MC), Hacca Edizioni, 2011

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di Giuseppe Panella*


Guillaume Apollinaire (al secolo Guglielmo Vladimiro Alessandro Apollinaire de Kostrowitzky  – come annota con acribia proprio Renzo Paris) è tra i poeti più importanti della tradizione poetica del Novecento. Quello che conta nella sua produzione letteraria, in realtà, non è tanto quello che ha scritto ma il modo in cui l’ha fatto. Con la sua opera l’idea di una separazione possibile tra vita e poesia, tra esistenza e arte, già incrinata in modo radicale dai grandi poeti maudits della fine Ottocento (tra Verlaine e Mallarmè ma soprattutto attraverso Rimbaud) scompare nettamente portando finalmente il concetto di avanguardia letteraria al suo culmine. L’impatto che Apollinaire avrà sulla successiva storia della poesia del Novecento è straordinario e probabilmente non compiutamente analizzato e spesso difficilmente distinguibile da quello di altri autori a lui contemporanei (il caso di Picasso è certamente esemplare al riguardo ma anche autori come Aragon e Breton, poi approdati a posizioni politiche e culturali molto diverse e divaricate, gli debbono molto più di quanto avrebbero ammesso in seguito). Scrivendo delle Lettres à Lou (uno dei testi finali del corpus poetico di Apollinaire redatte tra il 28 settembre 1914 e il 18 gennaio 1916), proprio Paris dichiara  con grande autorevolezza che il ruolo dell’artista e dello scrittore è stato profetico:

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