Gustavo Micheletti, “La sventura e la grazia”

[Proponiamo l’Introduzione al volume La sventura e la grazia, appena uscito per i tipi di Asterios Editore, ad opera di Gustavo Micheletti. (f.s.)].

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Gustavo Micheletti, La sventura e la grazia. Come credere in un Dio assente. Un saggio su Simone Weil, Asterios Editore, 2019, pp.302, € 29,00

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di Gustavo Micheletti
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Il pensiero di Simone Weil ha un andamento musicale. Specialmente nei Quaderni, lo sviluppo della sua riflessione filosofica procede attraverso la proposta di temi e di variazioni in cui riaffiorano tracce di temi precedenti, in un succedersi di riproposizioni che delle sonate, dei concerti e delle sinfonie classiche simulano vagamente la struttura.1 Quest’aspetto diviene a poco a poco così evidente e significativo da non poterne prescinderne quando ci si accinge a scrivere l’ennesimo saggio su di lei. Di qui la scelta di procedere a nostra volta in maniera musicale, lasciando riaffiorare a più riprese gli stessi problemi e gli stessi argomenti all’interno di diverse strutture tematiche e problematiche. Così, ad esempio, l’idea centrale del libro, quella secondo cui il Dio in cui la Weil crede è un Dio assente, verrà più volte ripresa e modulata in relazione sia alle sue diverse implicazioni sia alle concezioni di quei pensatori che possono averla anche solo in parte condivisa.

Ci sono echi di molti pensatori <<classici>> e di alcuni <<santi>> nell’opera di Simone Weil: in ordine sparso, potremmo menzionare Platone, S. Agostino, S. Francesco, S. Caterina da Siena, S. Giovanni della Croce, Cartesio, Pascal, Spinoza, Kant, Hegel, Marx, oltre, naturalmente, ad Alain, forse il principale tra i suoi maestri diretti. Tutte queste influenze danno vita a una sintesi originale, che in uno stile di pensiero rigoroso e schietto nulla concede alla retorica, al sentimentalismo e all’approssimazione.

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Tra l’estraneo e il familiare, l’aurora. Dove coabitano la vita e il vuoto, il silenzio e la parola

Bonifazio Mattei, L’estraneo e il familiare. Spaesamenti e luoghi del cuore nella poesia del Novecento, Asterios editore, 2019.

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di Gustavo Micheletti

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Il titolo di questo libro – L’estraneo e il familiare – fornisce una chiave di lettura della poesia italiana del Novecento a un tempo originale e illuminante. Probabilmente quanto Bonifazio Mattei vi argomenta, talora in una maniera lucidamente lirica, potrebbe essere esteso anche ad altri poeti coevi di quelli italiani presi in esame, (quali Ungaretti e Montale, Caproni e Sbarbaro, Penna e Saba, per menzionarne solo alcuni) ma la sua narrazione permette comunque di scorgere distintamente nella poesia italiana del secolo appena trascorso quella peculiare “tensione morale” che testimonia ogni volta il “riverbero dell’io in una realtà estranea”, come se la poesia fosse nella sua essenza “un’esperienza di marginalità e annullamento, che coincide tuttavia intimamente con una condizione di rinascita, di riappropriazione del sé”.

Una simile vocazione della poesia risulta per esempio ben evidenziata dalla dimensione dell’aurora, del chiasmo ciclico e fatale cui allude, ovvero quello che si realizza allorché la vita svanisce ogni giorno nel nulla, e poi rimane in qualche modo sospesa in una radura aurorale per riemergere ogni volta dal suo eterno svanire.

Nel 1964, in occasione delle lezioni tenute alla Columbia University sui temi della propria poetica, Ungaretti si soffermò sull’importanza che in essa rivestiva il tema dell’aurora – “un’aurora non edenica, non di perfetta felicità, in qualche modo contaminata dalla storia; il tema del desiderio a un ritorno dello stato edenico; il tema della morte, del nulla”.

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IL TERZO SGUARDO n.3: Alla ricerca di una possibile verità. Gustavo Micheletti, “Lo sguardo e la prospettiva”

Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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di Giuseppe Panella

 

Alla ricerca di una possibile verità. Gustavo Micheletti, Lo sguardo e la prospettiva, Firenze, Clinamen, 2009

Lo sguardo e la prospettiva rappresenta un punto fermo nell’ampia e sostanziata ricerca di Gustavo Micheletti partita anni fa con una tesi dedicata al pensiero di Leibniz (discussa con Remo Bodei) e proseguita poi, da allora in avanti, utilizzando molti e diversi mezzi espressivi (tra cui il romanzo, la prosa narrativa, il saggio filosofico e l’intervento giornalistico).

L’intento espresso da Micheletti in questa sua ultima prova filosofica è molto ambizioso:

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