Il coraggio di Cion. Intervista a Daniele La Corte

daniele-la-corte-il-coraggio-di-cionDaniele La Corte, Il coraggio di Cion, Fusta Editore, 2016, pp.208, € 16
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di Marino Magliani
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Magliani: La letteratura della Resistenza è un po’ strana, come per certi aspetti lo è la Resistenza. Si scrivono migliaia di libri sull’epopea dell’esercito scalzo, mostrandola da ogni angolatura, quota, marginalità, e poi occorre aspettare il 2016 per veder sulla copertina di un libro Il coraggio di Cion (Fusta Editore) di Daniele La Corte. Cosa c’è di strano? Una sola cosa: Cion, nome di battaglia di Silvio Bonfante, nato nel 1921 e morto nel 1944, è quanto di più leggendario, assieme a Felice Cascione, ha combattutto nazisti e fascisti sulle montagne e sulle colline imperiesi. Le battute che lasciano il tempo che trovano sarebbero pronte come i mortai partigiani piazzati contro la cima di Montegrande: Cion è il Che Guevara di noialtri. Ringraziandoti per aver colmato questa lacuna, mi chiedo perché si è atteso così tanto? Era così difficile recuperare le testimonianze, i documenti, o quella sua morte, il colpo di pistola che si è sparato davanti a sua madre per non cadere in mano al nemico nasconde ancora qualcosa? Inoltre, uno dei meriti di questo libro – assieme al pericolo di incorrere nel «sensazionale» da cui sei sfuggito – sta proprio nel non essere stato concepito come la solita narrazione di una morte annunciata.

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PAULU PIULU. Intervista a Giorgio Morale di Sebastiano Aglieco

[Pubblico qui l’intervista rilasciata da Giorgio Morale a Sebastiano Aglieco, pubblicata su Scritture in attesa (il blog è stato cancellato). A suo tempo segnalai l’intervista perché mi parve bella. Ringrazio Giorgio Morale per avermi inviato il testo. Inoltre, tra non molto, Manni editori pubblicherà il nuovo romanzo di Morale: Acasadidio (collana Pretesti). f.s.]

di Sebastiano Aglieco

1. Nel tuo romanzo di recente pubblicazione PAULU PIULU, pubblicato da Manni, emerge chiaramente quanto dobbiamo, nella nostra vita, ai padri, agli insegnanti, agli avi. O quanto non dobbiamo, a seconda dei punti di vista.

A volte ancora adesso guardandomi allo specchio cerco in me i tratti delle persone a cui somiglio; allo stesso modo a volte faccio il gioco di dirmi: “Cosa devo a questo e cosa a quello?”, cominciando da mio padre e mia madre, da insegnanti e conoscenti, e trovo cose di cui sono debitore, riconoscibilissime. Ad esempio, devo a mio padre, mi dico, la pazienza e l’accettazione della fatica, a mia madre una certa inclinazione sentimentale… e così via. Altre cose invece sono nate, in modo altrettanto evidente, come reazione agli altri, come una correzione di quanto ho visto o mi è stato proposto e che più o meno coscientemente ho rifiutato. Ad esempio, ho rifiutato la chiusura della mia famiglia di origine e ho cercato a mio modo di volgerla in apertura, e chi sa, forse anche questo lo devo a mio padre e a mia madre, il sentire l’apertura non come un dato di fatto ma come un bisogno e una conquista.

Perciò direi che il mondo in cui nasciamo è comunque il nostro riferimento, nel bene e nel male; alla fine però ognuno trova la sua strada, senza che l’esito possa essere prevedibile. Sempre più vivere mi pare infatti un’avventura, sulla cui conclusione non trovo altro da dire che le parole antiche di Erodoto: “Di tutte le cose bisogna vedere come vanno a finire”.

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