La lotta di classe in lockdown. L’iocrazia dei padroni: Il godimento del plusvalore capitalistico (parte II)

Il godimento del plusvalore capitalistico

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di Antonino Contiliano

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E il plus-valore come godimento ripetitivo, nell’iterazione dei meccanismi del valore ciclico dell’economia capitalistica, viene usato come “astuzia”. Un’astuzia, questa, però diversa dalle astuzie individuate da Bertol Brecht. Un’astuzia cioè di tipo “pulsionale” o attinente alle relazioni inconsce e consce della psiche dell’animale umano, e strutturante sia il linguaggio socio-individuale tout court che le forze economiche e politiche.

Già Karl Marx (per non andare a Platone e Aristotele…) scriveva che è un’assurdità pensare «al formarsi di una lingua senza che esistano individui che vivano e parlino insieme. […] La produzione in generale è un’astrazione, […] che, astraendo (corsivo nostro) l’elemento comune, lo fissa e ci risparmia una ripetizione. Tuttavia questo elemento generale, ovvero l’elemento comune […] è esso stesso qualcosa di complessamente articolato, che si dirama in differenti determinazioni. Di queste, alcune appartengono a tutte le epoche; altre sono comuni solo ad alcune. […] Senza di esse sarà inconcepibile qualsiasi produzione; salvo che, se le lingue più sviluppate hanno leggi e determinazioni comuni con quelle meno sviluppate, allora bisogna isolare proprio ciò che costituisce il loro sviluppo, ossia la differenza da questo elemento generale, mentre le determinazioni che valgono per la produzione in generale devono essere isolate proprio affinché per l’unità – che deriva già dal fatto che il soggetto, l’umanità, e l’oggetto, la natura, sono i medesimi – non venga poi dimenticata la diversità essenziale»1. Ma le diversità (espunte dall’astrazione), in funzione di parti escluse, vengono dimenticate o manipolate per dimostrare l’eternità e l’armonia dei rapporti sociali e politici esistenti e di potere.

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ESERCIZI DI LETTURA n.11: Un ipotetico kantiano dionisico. Sette conversazioni utili per comprendere meglio Lacan

Sergio Benvenuto, Antonio Lucci, Lacan, oggi. Sette conversazioni per capire Lacan; Mimesis edizioni, Milano-Udine, 2014, pp. 215.

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di Gustavo Micheletti

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Un filosofo competente in cose psicoanalitiche pone delle domande a uno psicoanalista con una formazione filosofica e dal loro dialogo nasce un libro, effettivamente utile per capire Lacan. Le sette conversazioni tra Sergio Benvenuto e Antonio Lucci hanno il grande merito di sottrarsi a due tipi di approcci fino a poco tempo fa predominanti: quello di fornire una ricostruzione del pensiero dello psicoanalista francese tutta dall’interno, per così dire di scuola, pur con tutte le numerose e sottili variazioni che nell’ambito di quella lacaniana è stato fino ad oggi possibile registrare; e un approccio esterno, talora massivamente critico e frettolosamente intransigente nell’argomentare le proprie riserve.

Per quanto questa contrapposizione sia stata negli ultimi anni mitigata dall’avvento di una seconda generazione di discepoli di Lacan, che anche in Italia stanno intraprendendo un prezioso lavoro di tessitura tra l’opera del maestro e le sue implicazioni o relazioni filosofiche operando così una sorta di “urbanizzazione della provincia lacaniana”, queste “sette conversazioni” sono comunque uno dei pochi testi in grado di porre anche un lettore poco esperto in condizione di comprendere alcuni snodi cruciali del pensiero di Lacan, fornendo nel contempo al medesimo lettore gli strumenti idonei per valutarlo secondo altre prospettive teoriche.

Nel libro, uscito nel 2014 per le edizioni Mimesis, s’insiste infatti su un doppio registro di lettura, uno interno e uno esterno all’impianto teorico in oggetto: in entrambi i casi Sergio Benvenuto riesce a fornire non solo delucidazioni utili per una migliore comprensione dei temi proposti da Lucci, ma anche per porre in comunicazione orizzonti culturali diversi e spesso ritenuti incompatibili. Lacan può apparire così come un punto di riferimento irrinunciabile anche per coloro che non condividano aspetti della sua teoria o della sua tecnica, che vengono in questo modo posti in condizione d’interagire con punti di vista filosofici diversi.

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La sovversione dell’arte e della poesia. “L’arte della sovversione” – a cura di Marco Baravalle e “Il miracolo della forma. Per un’estetica psicoanalitica” di Massimo Recalcati

 di Antonino Contiliano

Il rapporto dell’artista col tempo in cui si manifesta è
sempre contraddittorio. È contro le norme vigenti, norme
politiche per esempio, o persino schemi di pensiero,
è sempre controcorrente che l’arte cerca di operare
il suo miracolo.
 J. Lacan (L’etica della psicoanalisi)

 

Arte e poesia possono ancora oggi contrastare l’ordine della realtà o lo stato di cose presente organizzatoci dal biopotere attorno ai suoi significati di comodo e di comando?

È la domanda, direi anche l’atto, che alimenta il discorso e l’analisi che fanno il nucleo di fuoco centrale del libro L’arte della sovversione – a cura di Marco Baravalle, manifestolibri/uninomade, Roma, 2009 – e del libro di Massimo Recalcati, Il miracolo della forma. Per un’estetica psicoanalitica – Ed. Bruno Mondatori, Milano, 2007.

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La teoria della letteratura e la sua storia

 di Giuseppe Panella

La teoria della letteratura e la sua storia

A proposito di Giovanni Bottiroli, Che cos’è la teoria della letteratura? Fondamenti e problemi, Torino, Einaudi, 2006, pp. 472

«Dimmi, perché lo stilema / il sintagma e l’idioletto / compaiono col fonema / in ogni tuo articoletto? // Perché ami tanto Jakobson / la metonimia e il significante / Claude Lévi-strauss and Sons, / il diacronico e il commutante? // Perché t’angoscia la differenza / tra fonetica e fonologia / E non puoi vivere senza Barthes e la semiologia?»

(Ennio Flaiano, L’uovo di Marx. Epigrammi, satire, occasioni)

E’ certamente molto importante il fatto che ogni tanto, nonostante il proliferare degli studi settoriali di ricerca, almeno qualcuno ci provi: dopo la buona riuscita del grosso volume di Adriano Marino (Teoria della letteratura, Bologna, Il Mulino, 1994) Giovanni Bottiroli si propone di rimettere insieme le molti parti che vanno a ricomporre l’edificio dei suoi diversi momenti di intervento sulla realtà della fabbrica letteraria, convergendo nei “fondamenti” (e nei “problemi” – così recita il titolo) per costruire un edificio nuovo (o almeno parzialmente nuovo). Studioso soprattutto di retorica, teorico dello stile ed assai affilato interprete dell’opera di Jacques Lacan per quanto compete la pratica della letteratura (una dimensione quest’ultima investigata a lungo dallo psicoanalista francese in maniera assai più compatta e significativa di quanto di solito si creda), Bottiroli tenta l’affondo della sintesi in un volume di ampia e rilevante significatività. Ma non vuole che si definisca affatto una “sintesi” il suo libro, bensì ribadisce che il suo intento è stato quello di redarre un’introduzione:

«Ho scritto questo libro perché credo che esista una forte richiesta di teoria, soprattutto presso i giovani: però l’accesso alla teoria non è facile, e non è immediato. I testi divulgativi, almeno a mia conoscenza, commettono l’errore di presentare delle sintesi – e in genere una sintesi, nonostante le buone intenzioni, non rende affatto comprensibile l’autore; ne fornisce solo un’idea, più o meno vaga. A ciò si aggiunge il difetto già segnalato da Hegel relativamente ai manuali di storia della filosofia: senza una prospettiva concettuale, la successione delle teorie appare come una disordinata “filastrocca di opinioni” (G. W. F. Hegel, Lezioni sulla storia della filosofia, Firenze, La Nuova Italia, 1981, p. 20). Perciò ho deciso di scrivere un’introduzione e non una sintesi. Mi è sembrato indispensabile presentare, nella loro problematicità, i concetti che trasformano una visione in un programma di ricerca, e formano il terreno da cui nascono le tecniche. Non sarebbe stato possibile presentare  tutte le tecniche, cioè la ‘cassetta degli attrezzi’ della teoria letteraria; e in ogni caso sarebbe stato un errore dare la precedenza alle tecniche rispetto alle prospettive e ai problemi. Nella mia esposizione, ho scelto il tono della lezione universitaria, e ne ho mantenuto le caratteristiche: un filo conduttore sempre riconoscibile, una modularità evidenziata anche dall’indice tematico, il ricorso a schemi, talvolta ripresi e rielaborati, la frequenza degli esempi – non soltanto esempi didascalici, ma abbozzi di una possibile analisi testuale» (pp.XVII-XVIII).

 Il libro di Bottiroli vuole essere, quindi, un’introduzione alle teorie sulla letteratura piuttosto che una “nuova” interpretazione della stessa ma non rinuncia a cercare nelle pieghe della cultura novecentesca gli spunti adeguati a fornirla. Non è un caso che il volume si apra sotto il segno di Ferdinand de Saussure le cui teorie linguistiche sono fin troppo note perché sia necessario ripeterle o riassumerle nel contesto di una recensione. Il punto più  interessante riguardo questa scelta però è il fatto che le analisi del linguista ginevrino su langue e parole vengano accoppiate non solo alla ricostruzione linguistica dell’inconscio di Freud (e ovviamente di Lacan)  ma anche al pensiero estetico e linguistico-filosofico  di Heidegger.

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