Lavoro da fare di Biagio Cepollaro

di Francesco Sasso 

E’ on-line l’e-book Lavoro da Fare” di Biagio Cepollaro. Poema 2002-2005. Cinquanta pagine. Pagine levigate, bollite al fuoco lento del “fare”, sciogliere, digerire, psicoanalizzare, e neanche distillare; tentativo di mantenere intatto ciò che la comprensione del poeta tocca, guarda. Siamo dinanzi ad una laica invocazione, ad uno sdoppiamento che impone un ripensarsi ed un ricollocarsi nella vita quotidiana. Il poeta dialoga con la propria anima: “calmati e scrivi”, e le ricorda di essere se stessa: “ed è sempre questa la lotta/ e vale per ogni età: tra fissità/ e mutamento/ tra ciò che vorremmo valesse/ per sempre/ e l’acqua che scorre / che non è mai la stessa.” , tra il finito e l’infinito di ogni esistenza: “ ma noi dobbiamo svolgere/ un compito/- malgrado lui-/ che è fare dell’anima/ la nostra vita/ gettare un ponte/ tra ciò che siamo e ciò/ che comunque eravamo già/ prima/ anche senza saperlo. “
Durante la lettura dell’opera si avverte una forte tensione etica, un non volersi dare per vinto, neanche davanti alla solitudine e alla morte sempre incombente. La chiave di volta di tutta l’opera è la scoperta, oltre ogni ragionevole dubbio, che: “[…] noi non siamo/ nostri”, apparteniamo alla fine, al disfacimento, “l’importante è non restare / incistati in una vita / bloccata” , ma oltrepassare lo stallo “che vivemmo fin qui/ dimezzati/ che non c’è vita/ che non cuci insieme/ giorno e notte…”, insomma, tentare una piccola ricomposizione chirurgica della propria esistenza, dentro una visione cosmica ed orientale: “oggi non possiamo chiedere/ meno di questo/ al mondo/ che la vita di ogni singolo/ uomo/ sia felice/ tutto il resto è lungo/ giro che ci ha portati lontani/ dal centro”, ma questo è un salto che precipita immediatamente in terra “come quando credendo di far prima/ si resta fermi in tangenziale”.
Cepollaro getta uno sguardo nel buco nero della vita, “tu vai incontro/ all’origine/ invecchiando/ e ciò che col tempo/ hai imparato/ è stato solo parafrasi/ di versi/ all’origine ascoltati” e vi scorge follia e promesse inevasa.“Allora quale sarebbe/ questo senso che ci tiene?”, che spinge l’uomo a fare, lavorare, amare dentro uno scenario scelto da altri “ che non importa innanzitutto/ raffinatezza di cibo ed esperienze/ la tavola solo in parte è decisa/ da noi e solo talvolta ci è stato possibile/ aggiungere tocco elegante al centro”?
Entusiasmante il crescendo dell’opera, al centro c’è la speranza del poeta nella solidarietà fra gli uomini, direi una leopardiana speranza: “ e ora quel palmo aperto/ di mano che ci tiene proviamo/ a starci tutti: ognuno con suoi/ occhi bassi e col disagio/ di non sapere come stare/ in piedi o sedersi/ proviamo a guardarci”. Proviamo a guardarci, ci dice il poeta, proviamo a stare tutti in quel palmo di mano a forma di mondo, l’un l’altro in armoniosa cura, unendoci in una pagana preghiera a Dio, meravigliosa parafrasi mistica.
E si giunge alla riconciliazione dentro l’ombra del solo sentimento possibile: l’Amore.
Mentre siamo in bilico sul palmo, ecco che una domanda ritorna: “ e insomma ora che fare?[…]”, rifugiarci nella poesia.? “il sospetto della bellezza/ dell’essere/ oggi non è più sospetto/ ma un’esperienza”. No, rifugiamoci nell’esperienza della vita.
Quella di Cepollaro è una metrica che deriva dal classico ma nello stesso tempo si piega per incorporare i ritmi del linguaggio moderno. Versi chiari, mai ingioiellati, ma rapidi come i movimenti del pensiero. Un modo asciutto, pulito, di usare le parole, adoperate nel senso più comune per rappresentare il “da fare”, lavoro quotidiano e discreto.

f.s.