“La dimora in ombra dei suoi cristalli vivi”. Postfazione di Luigi Metropoli a “Impronte sull’acqua” di Francesco Marotta

copertina_marotta

 La dimora in ombra dei suoi cristalli vivi (postfazione a Impronte sull’acqua)

di Luigi Metropoli

     L’impronta sull’acqua è qualcosa che non permane e non si trattiene. Un segno che tende al movimento più che alla posa. È voce più che scrittura, con tutte le conseguenze del caso. Scorrendo grossa parte della produzione di Marotta è sempre possibile scorgere un fil rouge, quel disporsi della parola come atto transitorio, quasi a farsi sostanza che partecipa dell’aria, del vento, di ciò che scorre (dell’acqua appunto), inafferrabile e mai testamentario. È una scelta di campo che, al di là di ogni ragione poetica, si pone come stile di vita, ricco di implicazioni sociali, politiche, in una parola: umane.

     La parola che partecipa dell’aria, come elemento naturale, è la parola che cresce con e nella realtà, in un rapporto complesso che confonde (da intendersi sull’etimo) la causa e la conseguenza di una nascita: è l’hic et nunc che adombrandosi apre all’altrove, declinandone la temporalità in un prima posto dinanzi a noi (e perciò innescando uno slittamento della dimensione-tempo, inducendola a trasmigrare, a rigenerarsi, dilazionarsi continuamente, a farsi attesa: «anche ieri / fa giorno da un / grumo di secoli», «la morte che / ci segue, che ci precede / in forma di stagioni») e in un luogo a cui si accede per negazioni e sottrazioni («un sogno / che cancella le tracce»). L’alfabeto è costitutivo del mondo, in un intreccio indecidibile (dice bene Guglielmin, quando, sottolineando le analogie tra la poesia del Nostro e quella di Jabès, ricorda la matrice grammaticale-derridiana della scrittura di Marotta).

    

     Errare è il verbo (e l’azione) soggiacente al disegno compositivo: l’essere nomade, viaggiare senza posa, che reca nell’accezione pur positiva, fondativa, eraclitea, un sapore di condanna, errore, peccato originale. Il compito della parola è quello di trovare un senso nei segni spesso illeggibili della realtà e della storia (privata o umana), è quello di porre un argine alla deriva, al disordine che pur fonda il reale. Perciò resta impossibile, nella prismatica girandola dei versi e dei verbi, estrarre un senso. Qui ogni segno vale se stesso e il contrario, in un azzeramento della logica aristotelica.

     Continua a leggere