AMORE E TENEBRA. Il passaggio in terra di Amos Oz

AMORE E TENEBRA. Il passaggio in terra di Amos Oz

«”Tel Aviv non era abbastanza radicale”, “solo il kibbutz era abbastanza radicale“»

(Amos Oz)

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di Giuseppe Panella

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Amos Oz (ed è quasi ovvia) non si chiamava così. Il suo cognome era Klausner ma fu cambiato in OZ per effetto di una forte controversia con il padre con il quale la rottura intervenne dopo il suicidio della madre cui Oz era molto legato (aveva solo dodici anni). OZ in ebraico si traduce forza e fu adottato all’epoca del trasferimento dello scrittore da Tel Aviv al kibbutz di Hulda. Ma nulla mi toglie dalla testa che quell’Oz oltre che una parola che indica combattività non sia che un omaggio a quel Mago di Oz che fondeva la funzione fantastica e creativa della letteratura a una volontà di accettare la realtà della vita. Oz era un intellettuale (la sua incapacità nei lavori agricoli divenne leggendaria) che voleva confrontarsi con la dimensione autentica dell’esperimento politico-sociale di Israele. Nel suo libro forse più bello, Una storia di amore e di tenebra (insieme alla parabola dolce amara di Giuda) il racconto della morte della madre si intreccia con le storie del kibbutz e della formazione umana, politica e letteraria di Oz. Quest’ultima avviene nel momento in cui si forma la struttura futura del nuovo Stato israeliano.

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“Cato Maior de Senectute” di Marco Tullio Cicerone

Cicerone- Cato Maior de Senectute

di Francesco Sasso

Cato Maior de Senectute (L’arte di invecchiare) di Marco Tullio Cicerone è un’operetta in cui parla quasi costantemente il vecchio Catone (Scipione Emiliano e Lelio gli altri due personaggi), che loda la vecchiaia e ribatte le accuse che vengono generalmente rivolte:

 

«E dunque, quando rifletto dentro di me, trovo quattro cause per cui la vecchiaia appare infelice: la prima è che distoglie dalla vita attiva, la seconda è che rende il corpo sempre più debole, la terza è che priva il vecchio di quasi tutti i piaceri, la quarta è che non è molto lontana dalla morte. Di queste cause, se volete, vediamo quanto ciascuna sia importante e quanto sia giusta» (pag.43)

 

 Mantenendo il discorso sul tono di una serena conversazione, egli dibatte una ad una le quattro cause e nega che la vecchiaia e la morte debbano essere considerati un male, poiché

 

«Rimane intatta ai vecchi l’intelligenza, a patto che rimangano fermi gli interessi e l’operosità, e questo non solo in uomini illustri e famosi, ma anche in chi ha avuto una vita riservata e quieta» (pag. 47)

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Caos, decadenza e paesaggi morti nelle opere di Thomas Pynchon e William Burroughs

Thomas Pynchon. Tra gli scrittori che usano effettivamente la parola “entropia” nelle loro opere, Tanner elenca Norman Mailer, Saul Bellow, John Updike, John Barth, Walker Percy, Stanley Elkin e Donald Norman Barthelme, ma il suo esempio più importante è Thomas Pynchon. Come osserva Tanner, il primo racconto importante di Pynchos si intitola Entropy e contiene riferimenti specifici a Henry Adams. Nel romanzo forse più rappresentativo di Pynchon, V (1963), “ogni situazione rivela un qualche nuovo aspetto di decadenza e declino, un passo ulteriore verso il caos e la morte. Il libro è pieno di paesaggi morti di ogni tipo: dai mucchi di immondizia del mondo moderno all’aridità lunare del deserto” (Tanner, City of words, pag 157).

William Burroughs. In tutti i suoi libri, William Burroughs presenta una visione ossessionante e profondamente sconvolgente della decadenza e del sfacelo della civiltà, spezzando deliberatamente la logica e le sequenze attese del lettore, al fine di porre enfasi sulla natura caotica della realtà. Molte opere di Burroughs si rivelano essere resoconti quasi allucinante della violazione del paesaggio americano e della violenza, a stento dissimulata, che è alla base della vita della nazione.