IL TERZO SGUARDO n.52: Michel de Certeau, “Utopie vocali. Dialoghi con Paolo Fabbri e William J. Samarin”

Michel de Certeau, Utopie vocaliMichel de Certeau, Utopie vocali. Dialoghi con Paolo Fabbri e William J. Samarin, a cura di Lucia Amara, Milano, Mimesis, 2015

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di Giuseppe Panella*

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Sulla figura di Michel de Certeau, gesuita studioso di psicoanalisi lacaniana, del linguaggio dei mistici e dei rapporti tra rappresentazione sociale della cultura religiosa, manca a tutt’oggi uno studio che ne inquadri le coordinate filosofiche più generali. Erudito apprezzato da Michel Foucault e teorico del linguaggio amato da Lacan, de Certeau, figura di indubbia poliedricità umana e sapienziale, ha spaziato come pochi tra linguistica, storia della cultura, poesia e cinema.

Questi dialoghi sulla glossolalia rappresentano un’incursione tutt’altro che occasionale del colto gesuita nel mondo della semantica linguistica. Nelle riflessioni superstiti dello storico francese, in un convegno tra happy few svoltesi a Roma nel 1977 in un serrato dialogo e confronto con Paolo Fabbri e William Samarin (dove, tuttavia, predominava il più intenso rigore dialettico di de Certeau) e restituite nel loro dettaglio dalla pazienza di Lucia Amara attraverso un meticoloso lavoro di archivio e di sbobinatura, il tema della glossolalia emerge con prepotenza in un insieme apparentemente caotico di annotazioni sparse:

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“Mediterraneo e Identità plurale” di Antonino Contiliano

       [Pubblichiamo il quinto capitolo di un libro in fieri, che reca come sottotitolo ‘Il soggetto ornitorinco’ che sarebbe un soggetto semiotico molteplice e complesso sul modello dell’ibrido zoologico che è un mammifero oviparo, uccello e insieme pesce. Tutto ciò per delineare l’ipotesi di una processualità creativa, collettiva e connettiva di inter-extra-testualità in campo letterario analoga al campo del sapere scientifico-matematico, in cui i singoli agenti operano come se fossero un soggetto multiplo e non individuale. Questo richiama la ‘metafora narrante’ del paesaggio mediterraneo che è, infatti, una stratificata configurazione auto-etero-organizzantesi. Una pluralità identitaria chiusa e aperta di trasformazioni storicamente dinamiche e mai immutabili.]        

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di Antonino Contiliano

 

In questa sperimentazione del soggetto collettivo, protagonista e agente organizzatore del fare poesia con più testi interi o frammenti di poeti diversi (una la mano o di più singolarità poetiche), l’identità plurale o collettiva è la sua immagine “gleichnisworte” (parola che incarna la somiglianza con la cosa, parola figurata). Non è fuori luogo paragonare il farsi della sua identità a un paesaggio. Quasi come una “metafora narrativa” che racconta il configurarsi della nuova identità mentre viene percepita e ‘raccolta’ quale unità-molteplicità alla stregua dell’identità del paesaggio mediterraneo (il paesaggio mediterraneo descritto da F. Braudel).

È come assumere un punto di vista diverso dal tradizionale soggetto individuale, e quale autore di poesia in situazione non familiare, ma sempre dentro un sistema. Il sistema paesaggio e la storia in movimento della sua identità che si modifica col tempo e l’intreccio degli elementi che vi si innestano e biforcano.

L’identità del soggetto collettivo (autore di un testo collettivo di poesia) che si costruisce come quella di un paesaggio è una ‘metafora’ – strumento linguistico conoscitivo -, e una categoria, non estranea all’armamentario del general intellect quale formazione sociale e storica di procedimenti messi in atto in funzione della conoscenza e dell’azione. Il suo impiego è comune sia al campo delle scienze naturali che umane. Dalla giovinezza come primavera (di memoria aristotelica) all’energia negativa (antimateria) come mare di elettroni (Paul Dirac), la storia ha una sua linea di innegabile continuità nell’utilizzo della metafora come immagine e medium conoscitivo.

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