IL TERZO SGUARDO n.36: VISIONS OF GERARDO. Il tratto, il colore, il segno

VISIONS OF GERARDO. Il tratto, il colore, il segno

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di Giuseppe Panella*

Visioni di Gerard è il titolo di uno dei più bei romanzi autobiografici (ma, in fondo, lo erano tutti) di Jack Kerouac in cui raccontava la sua vita a Lowell, Massachussets, durante la sua adolescenza e il suo rapporto con il fratellino Gerard cui era molto attaccato). Il paesaggio descritto in Visions of Gerard è sempre freddo, grigio, nevoso, rallegrato solo a sprazzi da qualche raggio di sole primaverile e sempre ostile tanto da costringere spesso ad un’esistenza di tipo claustrofobico e nevroticamente isolato.

Ben diversi sono i paesaggi che arricchiscono le tele di Gerardo Rodriguez Quiros, un artista la cui solarità e volontà di magnificenza coloristica non possono certo essere messe in discussione. Ma non si tratta, tuttavia, qui soltanto di un’emergenza direi tattile di un’espressione coloristica che permea e attraversa la tela quanto di un recupero della capacità di disegnare attraverso il colore, di rendere cioè il colore l’elemento fondamentale (e determinante) nell’elaborazione del tratto.

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DINO CAMPANA: LA POETICA DELL’ORFISMO TRA PITTURA E SOGNO di Giuseppe Panella

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 [Si tratta di un primo capitolo per un libro che sto scrivendo nel corso degli anni… più che un capitolo è in realtà un’introduzione un po’ più lunga del solito per mettere in chiaro criteri e valutazioni, bilanci e prospettive, punti di vista e ricordi del passato (non a caso il testo è dedicato a Piero Cudini, un amico che non c’è più…). Giuseppe Panella]

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DINO CAMPANA: LA POETICA DELL’ORFISMO TRA  PITTURA E SOGNO

 di Giuseppe Panella

“Si chiamava adesso Orfeo o Arfa che vuol dire:

       colui che guarisce mediante la luce

                                                                   (Edouard Schuré)

[alla memoria di Piero Cudini]

     Il mito fondatore

Nella poetica orfica di Dino Campana, sono assai probabilmente confluite tutte le più importanti e variegate esperienze espressive ed estetiche europee di inizio secolo; esse sono state poi, in tempi e modi diversi, successivamente riprese e messe dialetticamente a confronto, rapprese e come decantate nel crogiuolo linguistico della sua impresa poetica.

Di esse due, per le loro caratteristiche precipue e per il loro impatto generale, sono particolarmente interessanti ai fini di una pur necessariamente sintetica ricostruzione: da un lato, la lettura dell’opera di Edouard Schuré, praticata da Campana negli anni di formazione precedenti i Canti Orfici, dall’altra la probabile frequentazione dell’esperienza pittorica del Cubismo osservato a partire dalla rivalutazione dell’opera di Cézanne (considerato quale l’ideale precursore del movimento pittorico in questione) fino a giungere alla “svolta” del 1912 effettuata dall’orfismo pittoriale di  Robert Delaunay.

Tali aspetti, comunque – che furono sicuramente tra i più significativi nel corso della cultura europea a cavallo tra i due ultimi secoli – andranno, tuttavia, sempre inquadrati e riverificati nell’ambito dell’evoluzione poetica di Campana e ritrascritti, come in filigrana, nella sua successiva produzione.

La scelta del mito di Orfeo (e delle soluzioni espressive che esso richiede, permette e obbliga) è indicativo della volontà di Campana di esplorare le possibilità semantiche e concettuali della poesia fino ai suoi limiti estremi.

Nell’Orfismo, infatti, la volontà di riforma all’interno del culto dionisiaco nasce – giusta l’influente opinione contenuta in Psyche di Erwin Rohde (la grande sintesi di storia delle religioni del 1894 la cui importanza non era sfuggita a Campana) – dal desiderio di spostare nella dimensione dell’ascesi e in forma catartica l’originaria caratterizzazione estatica, di culto e ritualizzazione dell’orgia che aveva contraddistinto la religione di Dioniso.

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