Passione per la Classicità. Opere di Pino Caminiti (1948-2018)

Passione per la Classicità. Opere di Pino Caminiti (1948-2018)

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di Stefano Lanuzza
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Il poeta è un irregolare. […] Il poeta è la summa delle diverse ‘esperienze’ dell’uomo del suo tempo, ha un linguaggio che non è più quello delle avanguardie, ma concreto nel senso dei classici” (dal Discorso dell’11 dicembre 1959 di Salvatore Quasimodo, insignito del Premio Nobel “per la sua poesia lirica che con fuoco classico esprime l’esperienza tragica nella vita dei nostri tempi”).

Iam iam non domus accipiet te laeta neque uxor / optima, nec dulces occurrent oscula nati / praeripere et tacita pectus dulcedine tangent. / Non poteris factis florentibus esse tuisque / praesidium. Misero misere” aiunt “omnia ademit / una dies infesta tibi tot praemia vitae”. / Illud in his rebus non addunt “nec tibi earum / iam desiderium rerum super insidet una”… Queste parole del Libro III del De rerum natura, poema filosofico-enciclopedico del I secolo a. C. dell’epicureo Lucrezio (Titus Lucretius Caro), Pino Caminiti le traduce/traspone in tensione analogica, interpretandole con empatia e filosofico accordo a significare che vana è la paura della morte, questo sonno senza pensieri né sogni: “Ecco, ormai / nulla più tu godrai / della casa ricolma di gioia / e dell’ottima, amata tua donna. / I tuoi bimbi, oramai / non potranno più correrti incontro / a baciarti e ricevere baci / e a toccarti, nel cuore / di segreta, infinita dolcezza. / Non avrai / più l’ebbrezza d’un fato / benigno, non sarai / più la forza dei tuoi. / Un sol giorno, funesto / ti ha reciso le gioie della vita. / Questo dicono, stolti / e non sanno / che ormai / più di nulla ti sfiora il rimpianto” (Leptalée [1997, 2003], 2014)… È palese l’effetto dei versi lucreziani su quelli, autoreferenziali, composti dall’imperatore Adriano (Publius Aelius Traianus Hadrianus) negli ultimi giorni di vita (anno 138 d. C.): “Animula vagula, blandula, / hospes comesque corporis / quae nunc abibis in loca / pallidula, rigida, nudula, / nec, ut soles, dabis iocos” (Aa. Vv., Historia Augusta. Adriano, IV sec.). [“Piccola anima smarrita e dolce, / compagna e ospite del corpo, / ora t’appresti a scendere in luoghi / scialbi, impervi e vuoti, / ove non avrai più le gioie consuete”].

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NOTIZIE DALLA CASA DEL VENTO. La poesia come narrazione spirituale in Giusi Verbaro. saggio di Giuseppe Panella

OLYMPUS DIGITAL CAMERA«O tu, vento selvaggio dell’Ovest, / tu, respiro dell’autunno, / tu, dalla cui invisibile presenza / le foglie morte vengono sospinte / come spettri messi in fuga da un mago incantatore, / gialle, pallide, nere, rosso acceso, / quasi tutte colpite da una pestilenza ! / Tu che trasporti come su un carro nel cielo al loro letto invernale/  i semi alati  che giacciono freddi, / ciascuno come salma nella tomba, / fin quando la tua azzurra sorella, in primavera, / non suonerà sulla terra che sogna / la sua tromba, colmando con colori /  vividi  e con dolci profumi, il colle e il piano, / mentre spinge  nell’aria dolci germogli simili a  batuffoli / Spirito Selvaggio che ti sposti ovunque /  – che distruggi e che preservi – ascolta, ascolta ! »
(Percy Bysshe Shelley, Ode al vento dell’Ovest)

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di Giuseppe Panella

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 NOTIZIE DALLA CASA DEL VENTO. La poesia come narrazione spirituale in Giusi Verbaro

 

1. Una narrazione ininterrotta

“Il vento soffia dove vuole” – lo sostiene autorevolmente il Vangelo di Giovanni (3, 8), “ne puoi udire la voce, ma non sai né da dove viene né dove va”. Sono parole rivolte da Gesù al fariseo Nicodemo che vorrebbe capire la natura del messaggio, per lui troppo oscuro, del Messia (anche se, alla fine, non ci riuscirà).

Nel suo soffiare incontrastato e continuo, il vento raggiunge i luoghi più impervi, più difficili, più nascosti. La sua forza travolge ogni ostacolo e rende possibile ciò che apparentemente non sembrerebbe esserlo. Anche la sua origine resta oscura se non si sa come ascoltarne il messaggio e comprenderne il flusso di desiderio che da esso si sprigiona.

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IL PLUSVALORE DELLA POESIA, IL SIGNIFICANTE NON MERCIFICABILE NÉ DIGITALIZZABILE VS I CLOMINIMEDIA (parte III). Saggio di Antonino Contiliano

Il linguaggio della poesia contro-tendenzaIl plusvalore della poesia, il significante non mercificabile né digitalizzabile VS I CLOMINIMEDIA

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di Antonino Contiliano

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Il linguaggio della poesia contro-tendenza

 

Se la terza rivoluzione industriale capitalistica è quella che sfrutta il linguaggio automatizzandolo pur nei modi sofisticati degli algoritmi elettro-informatici, ma sempre come linguaggio omologo al capitale e alla sua riorganizzazione, perché non pensare il  linguaggio della poesia come una rivoluzione e un agire in tendenza opposta?

In quanto divenire libertà cooperativo-plurale di costanti e variabili simbolico-semiotiche eterogenee, la cui significanza rimane una forza viva e potente innovazione creativa ed euristica, il linguaggio dei testi poetici ha, infatti, e propone, una politicità pluralizzata di lotta senza pari. La potenza dei suoi sensi esorbitanti e di soglia “indecidibile” (come il teorema di Gödel in logica matematica: se coerente è incompleto; e se completo è incoerente) non abiura all’impegno della responsabilità etico-politica verso il futuro. È come se fosse l’etica della poesia a chiamare verso l’impegno nella realizzazione di nuovi rapporti con le cose. Il tempo dell’a venire, disponibile a realizzare i valori dell’essere antagonista, infatti, non ha senso alcuno al di fuori del suo rapporto espressivo eversivo segni-cose. Una vera e propria dismisura estetico-politica che, in certo qual modo, si com-misura con quell’istanza morale emergente che, in una globalità voluta a-teorica e a-conflittuale, si vorrebbe conciliatrice, ma in realtà (se sola) è occultatrice del “reale”, delle sue contraddizioni e dei suoi antagonismi politico-sociali.

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IL PLUSVALORE DELLA POESIA, IL SIGNIFICANTE NON MERCIFICABILE NÉ DIGITALIZZABILE VS I CLOMINIMEDIA (parte II). Saggio di Antonino Contiliano

Poesia, significante non mercificabile né digitalizzabileIl plusvalore della poesia, il significante non mercificabile né digitalizzabile VS I CLOMINIMEDIA

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di Antonino Contiliano

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Poesia, significante non mercificabile né digitalizzabile

Il linguaggio poetico e la sua capacità di azione dirompente, la sua astrazione particolare quanto la sua stessa capacità di  mettere in moto immaginazione e ipotesi come altri punti di vista, come si verifica nei processi degli “esperimenti mentali” scientifici e della stessa astrazione matematica, è cosa da non sottovalutare come modo di agire, conoscere, comunicare e con-astrarre immaginativo diversi, oppositivi e alternativi. L’astrazione, più dell’intuizione, permette sia alle scienze quanto alla poesia di escogitare e ipotizzare versioni nuove e alternative di realtà, che, sebbene contaminate dalla logica fantastica e ana-logica, non perdono mai di vista le possibilità di realizzazione e applicazione (docet, per esempio, la storia dei numeri immaginari e delle città utopiche).

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IL PLUSVALORE DELLA POESIA, IL SIGNIFICANTE NON MERCIFICABILE NÉ DIGITALIZZABILE VS I CLOMINIMEDIA (parte I). Saggio di Antonino Contiliano

CLOMINIMEDIAIl tempo è rivestito di indumenti diversi a seconda del ruolo che riveste nei nostri pensieri.
John Wheeler
Il tempo viaggia in posti diversi con persone diverse. Ti dirò con chi il tempo va all’ambio, con chi al trotto, con chi al galoppo, e con chi sta fermo.
William Shakespeare
Noi deduciamo la nostra estetica, come pure la nostra moralità, dai bisogni della nostra lotta.
Bertolt Brecht

Il plusvalore della poesia, il significante non mercificabile né digitalizzabile. VS I CLOMINIMEDIA

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di Antonino Contiliano

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Siamo nel pieno avanzamento dell’economia dell’immateriale industrializzato (la svolta post-fordista), l’economia capital-neoliberista che nei suoi processi produttivi espropria e sfrutta il cervello/mente, il linguaggio e gli affetti, l’informazione e la comunicazione, il cognitivo e le relazioni cooperative mentre, dall’altro lato, cura l’occupazione della terra delle soggettivazioni sociali con l’ausilio complementare delle nuove protesi macchiniche quali il computer e internet.

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IL SAPORE CONCRETO DELLA POESIA. Il nuovo tempo di Pasquale Vitagliano.

martini2«Dicono alcuni che amore è un bambino e alcuni che è un uccello, /
alcuni che manda avanti il mondo e alcuni che è un’assurdità /
e quando ho domandato al mio vicino, che aveva tutta l’aria di sapere, /
sua moglie si è seccata e ha detto che non era il caso, no. /
Assomiglia a una coppia di pigiami o al salame dove non c’è da bere? /
Per l’odore può ricordare i lama o avrà un profumo consolante? /
È pungente a toccarlo, come un prugno o è lieve come morbido piumino? /
È tagliente o ben liscio lungo gli orli? /
La verità, vi prego, sull’amore»
(Wystan Hugh Auden, La verità, vi prego sull’amore)

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IL SAPORE CONCRETO DELLA POESIA. Il nuovo tempo di Pasquale Vitagliano

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di Giuseppe Panella

1. Vitagliano ci riprova

 

Il nuovo libro di Pasquale Vitagliano pro-segue, secondo una cadenza che sembra ormai consolidata di due anni in due anni, il cammino del precedente Il cibo senza nome (Faloppio (Como), Lieto Colle, 2011) e ancora prima dell’importante e felice Amnesie amniotiche, uscito per la stessa casa editrice nel 2009, con una densa Introduzione di Giovanni Nuscis.

In quel volume, arricchito dalla riproduzione di un quadro di Mark Rothko a mo’ di colophon della raccolta, la poesia di Vitagliano  risultava un’immersione nel profondo del liquido amniotico della Storia in nome di una vicenda umana che si vedeva come realizzazione esistenziale di se stessa ed espressione feconda della volontà di continuare a dire, a recitarsi e a farsi conoscere come vera. Le parole sono forme espressive di un rapporto corpo a corpo con una realtà che vorrebbe, invece, sfuggire, farsi immagine, icona, pura rappresentazione estranea ed esterna.

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Remainders n.9: Franco Fortini, “Breve secondo Novecento” & Ferdinando Camon, “Il mestiere di poeta”

Franco Fortini, Breve secondo Novecento, pref. Romano Luperini, note di Luca Lenzini, Piero Manni Editore, 1998, pp.91, Lire 18.000

 

Ferdinando Camon, Il mestiere di poeta, Garzanti Editore, 1982, pp.228, Lire 14.000

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di Francesco Sasso


Franco Fortini è stato un intellettuale impegnato anche sul terreno della critica militante. Oltre che poeta e traduttore, egli è critico acuto e attento alle ragioni del testo. Esempio di ciò sono le postille critiche di Breve secondo Novecento con cui Fortini cura di dare al lettore preziose, se pure occasionali, indicazioni su autori di primo piano del secondo Novecento.

Ecco come è nato il libro. Nel dicembre del 1983 la Radio Svizzera Italiana commissiona a Fortini 50 brevi conversazioni di ca. 3’ per una loro rubrica letteraria. Le conversazioni radiofoniche costituiscono la base di un progetto editoriale per le edizioni di Barbablù di Siena, non portato a termine per volontà del poeta. Il progetto incompiuto fu ripreso dieci anni dopo per volontà di Manni durante la malattia di Fortini. Il librò è stato pubblicato postumo nel settembre del 1996.

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«L’errore è nello sguardo»: Marco Giovenale, “Storia dei minuti”

di Francesco Sasso

Uno dei più originali, quello che meglio d’ogni altro è riuscito a connettere vari linguaggi artistici (immagine e parola in primis), sembra a me Marco Giovenale. Presente in rete con slowforward, redattore della rivista sperimentale Gammm, autore de La casa esposta (Le lettere, 2007), la cui formazione culturale e letteraria si svolge in misura pressoché esclusiva nel confronto con le più significative esperienze della poesia europea e americana contemporanea.

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Sulla specificità del discorso poetico. Stefano Agosti

Amanuense web

Sulla specificità del discorso poetico, che si fonda su uno statuto del segno diverso da quello della lingua, Stefano Agosti precisa:

«Tale statuto potrebbe velocemente essere enunciato così: i significanti, in poesia, se, da un lato, rimandano pur sempre ai significati, dall’altro si costituiscono invece come entità autonome e, al limite, depositarie esse stesse di senso. Il significante insomma rinvia, oltre che al significato – che tuttavia condiziona e deforma – anche a se stesso, istituendosi come il significato di sé. Il fatto è che i “significanti poetici” sono solo parzialmente i significanti del discorso; in poesia, al significante ordinario si sovrappone tutta una complessa articolazione di significanti supplementari: fonetici, timbrici e ritmici, i quali, come si è detto, sono responsabili sia di una relazione col significato tutta diversa rispetto a quella normale, sia di una assunzione su di sé dello statuto di quest’ultimo. In definitiva, il significante poetico è meno il termine di un rapporto che la manifestazione d’una struttura: nella fattispecie d’una struttura formale complessa costruita dall’organizzazione degli elementi fisici del linguaggio (suoni e timbri) e dallo sfruttamento intensivo delle possibilità virtuali interne al linguaggio (la capacità di produrre “ritmi” e comporre “figure”). Il primo punto comporta l’evidenziazione dell’apparato fonetico della lingua: il secondo, della prosodia e della sintassi» (1).

(1) S. AGOSTI, Il testo poetico. Teoria e pratica d’analisi, Milano, Rizzoli, 1982, p.11

f.s.

“Il segno simula il proprio contenuto” (Jurij Michajlovič Lotman)

amanuense web

È impossibile nell’opera d’arte scindere contenuto e forma, informazione e struttura perché tutti gli elementi del testo sono significativi:

« Dire che la letteratura ha una sua lingua, che non coincide con la lingua naturale, ma è costruita sopra di essa, significa dire che la letteratura ha un suo sistema di segni e di regole per il collegamento di tali segni, sistema a lei proprio, che le serve per trasmettere delle comunicazioni particolari, non trasmissibili con altri mezzi. Cerchiamo di dimostrarlo.
Nelle lingue naturali è relativamente facile enucleare dei segni (unità costanti, invarianti, del testo) e delle regole di sintagmatica. I segni si distinguono nettamente nei piani del contenuto e dell’espressione, fra i quali esiste un rapporto di reciproco non condizionamento, di convenzionalità storica. Nel testo artistico non solo i confini dei segni sono diversi, ma è diverso lo stesso concetto di segno.
Abbiamo già detto che i segni nell’arte hanno un carattere non convenzionale, come nella lingua, ma iconico, rappresentativo […]. I segni iconici sono costruiti secondo il principio di un legame condizionato tra l’espressione e il contenuto […].
Il segno simula il proprio contenuto. Si capisce che, in queste condizioni, nel testo letterario avviene una semantizzazione degli elementi non semantici (sintattici) della lingua naturale […]. Dire: tutti gli elementi del testo sono elementi semantici, significa: il concetto di testo è identico al concetto di segno […]. Il testo è un segno integrale, e tutti i segni distinti del testo della lingua comune sono ridotti in esso al livello di elementi del segno». (1)

(1)  J.M. LOTMAN, La struttura del testo poetico, Milano, Mursia, 1972, pp. 28 sgg.

f.s.

Segnalo il blog francese “Une autre poésie italienne” dedicato alla poesia contemporanea italiana

[Ricevo e volentieri pubblico. (f.s.)]

Cher(e)s ami(e)s, cari/e amici/che, colleghi, conoscenti, confrères… etc…

Con grande piacere (C’est vraiment un plaisir) vi annuncio l’apertura (de vous annoncer l’ouverture) del nostro BLOG (de notre blog) dedicato alla poesia italiana contemporanea (consacré à la poésie italienne contemporaine). Tout y est encore provisoire (Tutto vi è ancora provvisorio), et fort limité pour l’instant (e, al momento, piuttosto limitato), exprès (apposta), mais nous traduisons lentement (ma noi traduciamo lentamente), tout est discuté collectivement (ogni cosa viene discussa in modo collettivo), et vous verrez vite que nous nous situons à l’écart des fièvres médiatiques (e vi accorgerete presto che la nostra postura è opposta a quella febbrile dei media).

Grazie infinite per la vostra lettura (Grand merci pour votre bonne lecture), e ben vengano le vostre osservazioni critiche (et vos remarques critiques seront évidemment bienvenues).

http://uneautrepoesieitalienne.blogspot.com

Cordialità (et à bientôt),
J.Ch. Vegliante

Nota biobibliografica

Jean-Charles Vegliante romano di nascita, vive e lavora a Parigi (Univ. della Sorbonne Nouvelle) da una ventina d’anni; sposato, un figlio. Scrive sia in italiano (per lo più critica-saggistica) sia in francese (recensioni, teoria della traduzione, poesia). Dirige il Centre Interdisciplinaire de Recherche sur la Culture des Echanges (CIRCE), con il quale ha dato vita alla serie alla serie “Gli italiani all’estero”. E’ stato anche editore di inediti italo-francesi (De Chirico, Ungaretti, Amelia Rosselli) e, con L. Rebay, di un’ampia corrispondenza fra G. Ungaretti e J. Paulhan. Si autodefinisce volentieri poeta-traduttore, e collabora in quanto tale a Europe, Po&sie, Le Nouveau Recueil e altre riviste. Ultimi lavori pubblicati: “D’écrire la traduction” (saggi), Paris, PSN, 1996 (229 p.); G. Ungaretti, “La guerre, une poésie”, Nantes, Le Passeur, 1999 (n.p.), (cura e dir.) “La traduction-migration” (“Gli italiani all’estero”, 6), Paris, L’Harmattan, 2000 (249 p.); (trad. e pres.) “La Comédie: Purgatoire”, Paris, Imprimerie Nationale, 1999 (bil. 443 p.); (poesia in proprio) “Rien commun”, Paris, Belin, 2000 (90 p.). Opera tradotta: “Les oublies” (poesia, 1995): Will there be promises… (tr. P.Broome – J.Kiang, pres. M. Bishop – P.Broome), Lampeter, E. Mellen, 2000 (bil. 112 p.).

[fonte della nota biobibliografica: I Miserabili]

 
[In Italia Jean-Charles Vegliante ha pubblicato la raccolta Nel lutto della luce. Poesie 1982-1997 , traduzione di Giovanni Raboni, Einaudi,2004, pag. 185, € 13.00.]

Sulla traduzione di Laura Stortoni de “L’Oceano e il ragazzo” di Giuseppe Conte. Recensione di Roberto Rossi Testa

di Roberto Rossi Testa


Nella limpida premessa alla sua versione inglese de L’Oceano e il Ragazzo  di Giuseppe Conte, sulle tracce di Charles Simic Laura Stortoni pone il lavoro del traduttore alla stregua di quello del divulgatore dei Vangeli, e parla del proprio desiderio di rendere i lettori partecipi delle “rivelazioni” che nel libro di Conte ella ha ritenuto di cogliere. E davvero non c’è alcuna forzatura o enfasi nel giustificatissimo entusiasmo  della Stortoni: in effetti, a mano a mano che gli anni passano, disponendosi oramai in prospettiva storica, persino i più tiepidi nei confronti dell’opera di Conte devono riconoscere che è difficile esagerarne la portata, e che, nel contesto di tale opera, il libro in questione si staglia con una fisionomia e un’energia particolari; anche se certamente non è diffusa come dovrebbe la coscienza, di cui voglio dare testimonianza con animo memore e grato, che L’Oceano e il Ragazzo rappresenti forse il più rilevante e prezioso libro di versi dell’ultimo Novecento italiano.

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D’ANNUNZIO E LE IMMAGINI DEL SUBLIME. L’Alcyone, la Fedra e altre apparizioni di Giuseppe Panella (3)

 

D’ANNUNZIO E LE IMMAGINI DEL SUBLIME.

L’Alcyone, la Fedra e altre apparizioni (3)

 

 

di Giuseppe Panella

 

 

(La prima parte dell’articolo è apparsa qui, mentre la seconda parte è apparsa qui)

 

3. La tragedia del Sublime e il recupero del mito:  Fedra

 

Tra il 1908 e il 1909, D’Annunzio concepisce il suo omaggio al mito tragico greco (personalissimo e destinato a un travolgente insuccesso). Concluso nel 1904, per volontà di lei, il rapporto con Eleonora Duse e dopo una serie di relazioni non altrettanto significative come quest’ultima sotto il profilo della collaborazione artistica, stavolta la sua Musa ispiratrice sembra Nathalie de Golouleff :

 

«La notte fra il 2 e il 3 febbraio 1909 verga l’ultima cartella del manoscritto della tragedia, tracciato in poche decine di giorni (e notti) laboriosissimi, dedicando l’opera “così nobile e così severa” all’amata del momento, Nathalie de Goloubeff, da lui ribattezzata Donatella Cross. Con l’amante parigina, cui ha spesso descritto la sua nuova fatica, legge la tragedia a Cap d’Antibes, fra il 18 e il 24 febbraio : ella se ne infiamma al punto da proporsi con incauta ambizione come interprete scenica, e si accinge a voltarla in francese (La versione, cui è interessato anche Ricciotto Canuto (33), uscirà per le mani più esperte di André Doderet). La tragedia, ce lo conferma anche il figlio del poeta e primo Ippolito, Gabriellino, fu dunque composta con ritmo frenetico “nelle condizioni più avverse alla meditazione e al sogno, in un periodo acerbissimo della sua crisi finanziaria”. Le lettere al Treves forniscono, fra le assillanti richieste di soccorso in denaro, le tappe di un lavoro febbrile» (34).

Nonostante siano preponderanti le necessità economiche e il suo ritmo di scrittura venga definito da tutti i suoi studiosi a tambur battente, Fedra è, tuttavia, una tragedia meditata a lungo, fortemente voluta e niente affatto imbastita in velocità per cercare di rimandare il più possibile il collasso finanziario. Ma il risultato effettivo della pièce sarà catastrofico. Il debutto, pur avvenuto nella prestigiosa sede della “Scala” di Milano, fu un disastro. Lo stesso D’Annunzio se ne disse deluso in maniera assoluta (35). Da allora, il testo, nonostante una ripresa romana al Teatro Argentina del 25 maggio 1909 ad opera della stessa compagnia e il melodramma che Ippolito Pizzetti ne ricavò nel 1914, non sarà più riproposto in maniera definitiva. Anche la critica dannunziana (nonostante spunti importanti in alcuni volumi a lui dedicati (36)) si è mai risolta a prendere sul serio il testo tragico del poeta abruzzese.

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D’ANNUNZIO E LE IMMAGINI DEL SUBLIME. L’Alcyone, la Fedra e altre apparizioni di Giuseppe Panella (2)

D’ANNUNZIO E LE IMMAGINI DEL SUBLIME.

L’Alcyone, la Fedra e altre apparizioni (2)

 

di Giuseppe Panella

 

(La prima parte dell’articolo è apparsa qui.)

 

2. Il desiderio e l’arte come forme del Sublime: La Gioconda

 

I temi poi espressi e rilevati nella spesso perfetta campitura di Alcyone si ritrovano, in toni certo più turgidi e sovente solo ammiccanti ed allusivi, in un testo drammatico messo in scena poco prima dell’emergenza lirica della poesia delle Laudi (come si è avuto l’opportunità di dire prima).

Si tratta di La Gioconda, scritta nel 1898 alla Capponcina di Settignano in Firenze e rappresentata nel 1899, con esito incerto e accoglienza tiepida del pubblico in quello stesso periodo ad opera della Compagnia Zucconi-Duse costituita per l’occasione (insieme a La Gioconda era stata prevista la messa in scena anche di La Gloria che però cadde miseramente a Napoli e non fu più reinserita nel cartellone). Entrambe le opere drammatiche erano state scritte, peraltro, per la Duse e legate alla sua interpretazione (lo stesso era accaduto per le altre opere di teatro scritte da D’Annunzio nel periodo 1892-1899: La Città morta, Il Sogno di un mattino di primavera e Il Sogno di un tramonto d’autunno, tutte pièces poi riproposte con molta difficoltà in seguito da altre attrici).

In questo testo teatrale a metà tra la tragedia e la commedia borghese basata su un ménage à trois compaiono quali protagonisti sullo stesso piano tre personaggi: lo scultore Lucio settala (che adombrerebbe lo stesso D’Annunzio), sua moglie Silvia (raffigurazione coniugale di Maria Gravina, la precedente compagna del poeta al quale darà due figli) e Gioconda Danti (possibile maschera artistica di Eleonora Duse).

Ma, ovviamente, non è questo il nodo più significativo intorno al quale far ruotare una possibile interpretazione dell’opera  (tutt’al più lo sarà in chiave puramente storico-aneddotico, non estetica).

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D’ANNUNZIO E LE IMMAGINI DEL SUBLIME. L’Alcyone, la Fedra e altre apparizioni di Giuseppe Panella (1)

D’ANNUNZIO E LE IMMAGINI DEL SUBLIME.

L’Alcyone, la Fedra e altre apparizioni (1)

 

di Giuseppe Panella

 

«Oggi due cose sembrano moderne: l’analisi della vita e la fuga dalla vita. Poca è la gioia dell’azione, dell’accordo delle forze interne ed esterne della vita, dell’imparare a vivere del Wilhelm Meister e del corso del mondo shakespeareiano. Si anatomizza la propria vita psichica, o si sogna […]. Nelle opere dell’artista più originale che possegga al momento l’Italia, di Gabriele D’Annunzio, queste due tendenze si cristallizzano con una particolare acutezza e chiarezza : le sue novelle sono protocolli di psicopatia, i suoi libri di poesia sono scrigni di gioielli ; nei primi domina la terminologia rigorosa ed oggettiva dei documenti scientifici, ne secondi, invece, un’ebbrezza quasi febbrile di colori e di stati d’animo»

(Hugo von Hofmannsthal, Gabriele d’Annunzio, I)

 

«Il suo sentimento della vita e del mondo non si è acceso al contatto della vita  e del mondo, bensì al contatto delle cose artificiali: della più grande opera d’arte, il “linguaggio”, dei grandi quadri della grande epoca e delle altre opere d’arte minori»

(Hugo von Hofmannsthal, Gabriele d’Annunzio, II)

 

1. La poesia come registro delle immagini del mondo: la ricerca di senso nell’Alcyone

 

Proprio nel momento in cui il suo editore Giuseppe Treves lo sollecitava e premeva (con la forza contrattuale che poteva esercitare sul poeta in perenne crisi economica) perché concludesse e gli consegnasse il promesso romanzo Il Fuoco (la storia neppur tanto romanzata dell’amore impetuoso per Eleonora Duse basata sui suoi sviluppi più intimi e più privati), D’Annunzio decide che è tempo di tornare al primo amore: la poesia. E’ dal 1893 che non pubblica più versi e che si è dedicato interamente alla prosa sia  nel romanzo che nella scrittura teatrale. Come scrive Federico Roncoroni nella sua Introduzione all’edizione dell’Alcyone da lui curata  per la collana degli Oscar Classici Mondadori :

 

«Poco importa, del resto, stabilire perché D’Annunzio si sia messo, proprio ora, a fare poesia. La questione, oltre tutto, non ha fondamento scientifico né potrebbe portare a conseguire risultanze valide e soddisfacenti. Comunque, quale ne sia stata la causa, questo ritorno alla poesia avveniva, per così dire, nella pienezza dei tempi. D’Annunzio vi perveniva, dopo tanta prosa, forte di non trascurabili esperienze teoriche e pratiche maturate proprio negli anni che vanno dal 1891-1893, data di composizione delle liriche della sua ultima raccolta poetica – il  Poema paradisiaco -, a questo 1899. In proposito, anzi, si può dire che tutta la produzione letteraria che inizia con Le vergini delle rocce e culmina nel Fuoco, praticamente già realizzato anche se non ancora compiuto, ha costituito, nell’ambito dell’attività dannunziana, un momento risolutivo dalle conseguenze necessariamente innovative. Con Le vergini delle rocce, con le opere teatrali, con Il fuoco e, anche, con le parallele esperienze sentimentali e politiche, D’Annunzio rivela di aver finalmente e decisamente individuato nel mito del superuomo e, per quel che riguarda il fatto essenziale e importantissimo dell’espressione e dello “stile”, nella poetica che esso sottende, quel criterio di interpretazione della realtà che aveva a lungo cercato nel suo vario e proficuo tirocinio sperimentale» (1).

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DINO CAMPANA: LA POETICA DELL’ORFISMO TRA PITTURA E SOGNO di Giuseppe Panella

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 [Si tratta di un primo capitolo per un libro che sto scrivendo nel corso degli anni… più che un capitolo è in realtà un’introduzione un po’ più lunga del solito per mettere in chiaro criteri e valutazioni, bilanci e prospettive, punti di vista e ricordi del passato (non a caso il testo è dedicato a Piero Cudini, un amico che non c’è più…). Giuseppe Panella]

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DINO CAMPANA: LA POETICA DELL’ORFISMO TRA  PITTURA E SOGNO

 di Giuseppe Panella

“Si chiamava adesso Orfeo o Arfa che vuol dire:

       colui che guarisce mediante la luce

                                                                   (Edouard Schuré)

[alla memoria di Piero Cudini]

     Il mito fondatore

Nella poetica orfica di Dino Campana, sono assai probabilmente confluite tutte le più importanti e variegate esperienze espressive ed estetiche europee di inizio secolo; esse sono state poi, in tempi e modi diversi, successivamente riprese e messe dialetticamente a confronto, rapprese e come decantate nel crogiuolo linguistico della sua impresa poetica.

Di esse due, per le loro caratteristiche precipue e per il loro impatto generale, sono particolarmente interessanti ai fini di una pur necessariamente sintetica ricostruzione: da un lato, la lettura dell’opera di Edouard Schuré, praticata da Campana negli anni di formazione precedenti i Canti Orfici, dall’altra la probabile frequentazione dell’esperienza pittorica del Cubismo osservato a partire dalla rivalutazione dell’opera di Cézanne (considerato quale l’ideale precursore del movimento pittorico in questione) fino a giungere alla “svolta” del 1912 effettuata dall’orfismo pittoriale di  Robert Delaunay.

Tali aspetti, comunque – che furono sicuramente tra i più significativi nel corso della cultura europea a cavallo tra i due ultimi secoli – andranno, tuttavia, sempre inquadrati e riverificati nell’ambito dell’evoluzione poetica di Campana e ritrascritti, come in filigrana, nella sua successiva produzione.

La scelta del mito di Orfeo (e delle soluzioni espressive che esso richiede, permette e obbliga) è indicativo della volontà di Campana di esplorare le possibilità semantiche e concettuali della poesia fino ai suoi limiti estremi.

Nell’Orfismo, infatti, la volontà di riforma all’interno del culto dionisiaco nasce – giusta l’influente opinione contenuta in Psyche di Erwin Rohde (la grande sintesi di storia delle religioni del 1894 la cui importanza non era sfuggita a Campana) – dal desiderio di spostare nella dimensione dell’ascesi e in forma catartica l’originaria caratterizzazione estatica, di culto e ritualizzazione dell’orgia che aveva contraddistinto la religione di Dioniso.

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La teoria della letteratura e la sua storia

 di Giuseppe Panella

La teoria della letteratura e la sua storia

A proposito di Giovanni Bottiroli, Che cos’è la teoria della letteratura? Fondamenti e problemi, Torino, Einaudi, 2006, pp. 472

«Dimmi, perché lo stilema / il sintagma e l’idioletto / compaiono col fonema / in ogni tuo articoletto? // Perché ami tanto Jakobson / la metonimia e il significante / Claude Lévi-strauss and Sons, / il diacronico e il commutante? // Perché t’angoscia la differenza / tra fonetica e fonologia / E non puoi vivere senza Barthes e la semiologia?»

(Ennio Flaiano, L’uovo di Marx. Epigrammi, satire, occasioni)

E’ certamente molto importante il fatto che ogni tanto, nonostante il proliferare degli studi settoriali di ricerca, almeno qualcuno ci provi: dopo la buona riuscita del grosso volume di Adriano Marino (Teoria della letteratura, Bologna, Il Mulino, 1994) Giovanni Bottiroli si propone di rimettere insieme le molti parti che vanno a ricomporre l’edificio dei suoi diversi momenti di intervento sulla realtà della fabbrica letteraria, convergendo nei “fondamenti” (e nei “problemi” – così recita il titolo) per costruire un edificio nuovo (o almeno parzialmente nuovo). Studioso soprattutto di retorica, teorico dello stile ed assai affilato interprete dell’opera di Jacques Lacan per quanto compete la pratica della letteratura (una dimensione quest’ultima investigata a lungo dallo psicoanalista francese in maniera assai più compatta e significativa di quanto di solito si creda), Bottiroli tenta l’affondo della sintesi in un volume di ampia e rilevante significatività. Ma non vuole che si definisca affatto una “sintesi” il suo libro, bensì ribadisce che il suo intento è stato quello di redarre un’introduzione:

«Ho scritto questo libro perché credo che esista una forte richiesta di teoria, soprattutto presso i giovani: però l’accesso alla teoria non è facile, e non è immediato. I testi divulgativi, almeno a mia conoscenza, commettono l’errore di presentare delle sintesi – e in genere una sintesi, nonostante le buone intenzioni, non rende affatto comprensibile l’autore; ne fornisce solo un’idea, più o meno vaga. A ciò si aggiunge il difetto già segnalato da Hegel relativamente ai manuali di storia della filosofia: senza una prospettiva concettuale, la successione delle teorie appare come una disordinata “filastrocca di opinioni” (G. W. F. Hegel, Lezioni sulla storia della filosofia, Firenze, La Nuova Italia, 1981, p. 20). Perciò ho deciso di scrivere un’introduzione e non una sintesi. Mi è sembrato indispensabile presentare, nella loro problematicità, i concetti che trasformano una visione in un programma di ricerca, e formano il terreno da cui nascono le tecniche. Non sarebbe stato possibile presentare  tutte le tecniche, cioè la ‘cassetta degli attrezzi’ della teoria letteraria; e in ogni caso sarebbe stato un errore dare la precedenza alle tecniche rispetto alle prospettive e ai problemi. Nella mia esposizione, ho scelto il tono della lezione universitaria, e ne ho mantenuto le caratteristiche: un filo conduttore sempre riconoscibile, una modularità evidenziata anche dall’indice tematico, il ricorso a schemi, talvolta ripresi e rielaborati, la frequenza degli esempi – non soltanto esempi didascalici, ma abbozzi di una possibile analisi testuale» (pp.XVII-XVIII).

 Il libro di Bottiroli vuole essere, quindi, un’introduzione alle teorie sulla letteratura piuttosto che una “nuova” interpretazione della stessa ma non rinuncia a cercare nelle pieghe della cultura novecentesca gli spunti adeguati a fornirla. Non è un caso che il volume si apra sotto il segno di Ferdinand de Saussure le cui teorie linguistiche sono fin troppo note perché sia necessario ripeterle o riassumerle nel contesto di una recensione. Il punto più  interessante riguardo questa scelta però è il fatto che le analisi del linguista ginevrino su langue e parole vengano accoppiate non solo alla ricostruzione linguistica dell’inconscio di Freud (e ovviamente di Lacan)  ma anche al pensiero estetico e linguistico-filosofico  di Heidegger.

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