QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.100: La scienza e la vita. Mario Lena, “Attrattore strano”

La scienza e la vita. Mario Lena, Attrattore strano, Lucca, Pacini Fazzi Editore, 2012

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di Giuseppe Panella*

 

Attrattore strano è il ventesimo libro di poesie di Mario Lena e rappresenta il suo congedo dall’attività letteraria. In esso, tutta la prima parte è contrassegnata da testi che recano il titolo delle sue opere precedentemente pubblicate e vogliono rappresentare una sorta di bilancio della sua  lunga esistenza spesa operosamente al servizio della comunità (Lena è stato lungamente sindaco della città natale di Bagni di Lucca) e intenta a conciliare la vita quotidiana con l’apprezzamento e l’amore per la sua Musa (terrena e tutta umana, intrisa di stupori e di slanci e di una struggente curiosità nei confronti della natura e del cosmo).

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.99: Il vento soffia ancora… Giuseppe Iuliano, “Vento di fronda”

Il vento soffia ancora… Giuseppe Iuliano, Vento di fronda, Grottaminarda (AV), Delta 3 Edizioni, 2012

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di Giuseppe Panella*

 

«Soggetti plurali. Respiriamo a fatica / in un mondo usuraio / che guarda al solo profitto / e accumula talenti. // Chissà se avremo forza di semenza / e le donne voglia di parto / tra sterili convenienze, aborti / di ogni peccato? Del vero peccato. // Ci resta una terra spolpata / l’osso dei meridionalisti / la gobba di monti e piane / occhio di malizia per discariche // gli inganni della politica / gli intrighi ruffiani / premi e castighi a capriccio / come rovesci di pioggia // Monta invasiva l’orgia del potere / adesca, fascina e corrompe. // La terra è sfruttata / come corpo di prostituta / presto vecchia e rinsecchita. // Avremo solo agonia e morte ai paesi. / Anche la parola è radice sterrata / negata a voci opposte discordi / tra bocche cucite con fili / che tessono convenienze e paure. // Sono invece i figli a lasciarci / scoraggiati stanchi già prima del tempo. / Povera e senza memoria ci separa / una storia divisa da troppi rimorsi» (p. 27).

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.98. Il doppio della vita. Sandra Vergamini, “Il tenero peso dell’ombra”

Il doppio della vita. Sandra Vergamini, Il tenero peso dell’ombra, Roma, Lepisma, 2011

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di Giuseppe Panella*


Scrive Dante Maffia nella Prefazione a questo terzo volume di liriche di Sandra Vergamini, operosa  poetessa di Bagni di Lucca, che anche un libro di versi d’amore, genere poetico abusato e spesso sdilinquito quant’altri mai soprattutto in Italia, può essere capace di suscitare sensazioni forti e sentimenti potenti quando è in grado di cogliere l’elemento “indicibile” della soggettività umana. Non a caso L’indicibile si intitola il primo testo di questa nuova raccolta di Sandra Vergamini: “L’indicibile appare d’improvviso. // Non c’è tempo / per calcolare il raggio d’azione. // Solo fermarsi / sollevare lo sguardo / e accecati / vedere finalmente oltre” (p. 15).

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.97: Elegie dell’assenza e del ricordo. Guido Pellegrini, “L’amor segreto e altre storie”

Elegie dell’assenza e del ricordo. Guido Pellegrini, L’amor segreto e altre storie, Firenze. Gazebo, 2011

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di Giuseppe Panella*


Il segreto è l’altra faccia della nostalgia, del rimpianto, dell’assonanza attonita tra ciò che un tempo è stato e quello che si sarebbe voluto che fosse. Ne scaturisce un tono tra l’elegiaco e l’interrogativo che contraddistingue questa quarta raccolta di Guido Pellegrini (la seconda con Gazebo Libri). E’ sull’elemento della segretezza che l’autore spinge il pedale del suo registro poetico tutto orientato verso il ricordo e l’interrogazione, in un dialogo ideale con un interlocutore assoluto, che funge da sponda alla sua richiesta di verità illuminata dalla nostalgia:

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.96: I versi che mai saranno prosa. Mauro Raddi, “Le cose della natura e festa!”

I versi che mai saranno prosa. Mauro Raddi, Le cose della natura e festa!, Pistoia, Tipografia Pistoiese, 2011

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di Giuseppe Panella*

 

“Dolcezza estrema / di sentimenti / che negli oggetti / inseguo. / Ma non aggancio: guardo / Da distante mi accosto: Così vivo / così sogno” (p. 279).
Sintetizzare criticamente il progetto che Mauro Raddi esplicita in questa che è la vera e propria summa di un percorso di ricerca condotto con forza espressiva e filosofica determinazione da un numero impressionante di anni (il suo primo libro qui antologizzato è del 1987) non è certo facile né forse fattibile senza un esame analitico in profondità.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.95: Giorno dopo giorno, la rabbia e l’ Eros cosmogonico. Alfredo De Palchi, “Foemina Tellus”

Giorno dopo giorno, la rabbia e l’ Eros cosmogonico. Alfredo De Palchi, Foemina Tellus, con una Prefazione di Sandro Montalto e una Nota di Luigi Fontanella, Novi Ligure (Alessandria), Joker Edizioni, 2010

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di Giuseppe Panella*


Giorno dopo giorno (“Alfredo De Palchi nasce ogni mattina” – è l’unica nota biografica che si può trovare nel libro), il dolore di vivere permane e si rinnova e così pure la rabbia e il duro (quanto giustificato) risentimento contro coloro che hanno cercato di distruggerne la vita e la passione che l’animava prima dell’esplosione del furore poetico ed affabulatorio.

Foemina Tellus è il libro che conclude forse una carriera poetica densa e tracimante (ma, ovviamente, non si può mai dire mai) e in questa veste va letto come una resa di conti con il Tempo (ormai divenuto nemico) e la Morte, ultimo avversario contro il quale combattere con ferocia e non larvato disappunto. La conclusione della vita appare come un evento del quale si può fare poesia in termini che forse non sarebbero permessi alla prosa.

 

« per il mio compleanno. Il dieci dicembre / la morte è nata / compagna / sposa che allarga le cosce per accogliere / nello zolfo la mia vita // avida a succhiare la tetta sgonfia / rimanere scarna / ossuta e porosa quanto la pretesa / imponderabile »[1].

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.94: Elegie per la vita che passa. Carlo Carabba, “Canti dell’abbandono”

Elegie per la vita che passa. Carlo Carabba, Canti dell’abbandono, Milano, Mondadori, 2011

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di Giuseppe Panella*

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“Un giorno sarò morto e intanto vivo” – con questa lucida e terribile affermazione si chiude l’esile ma significativo e pregnante mannello di poesie contenuto in Canti dell’abbandono, opera seconda di Carlo Carabba. Il volumetto è strutturalmente costituito da poche poesie che risultano, tuttavia,  tutte dense di prospettive liriche da approfondire, tutte confortate dalla volontà di sondare il mistero della vita e delle sue premesse, tutte fondate su una dimensione pensosa e, nello stesso tempo, coraggiosamente protesa allo sforzo di comprendere e di salvare ciò che resta dopo quello che il poeta definisce il possibile trauma dell’”abbandono”.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.93: Cantico della solitudine. Francesco Bargellini, “Dresda”

Cantico della solitudine. Francesco Bargellini, Dresda, con una premessa di Fabio Flego, Viareggio (Lucca), Pezzini Editore, 2011

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di Giuseppe Panella*

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Sono il vuoto, la solitudine, l’abbandono le Muse che presiedono alle operazioni di scrittura del quinto volumetto di versi del giovane poeta di Pistoia. Anche se la disperazione sembrerebbe avvolgere la sua lirica di una sorta di funereo manto, il sentimento che la salva è, alla fine, un’ironia di grana fine che lo porta a privilegiare i momenti di riflessione amara e desolata ma sostanziale sulla sua vita e sul mondo che lo circonda. La stessa Solitudine presa come punto di partenza esistenziale viene, alla fine, personificata e trasformata in un personaggio in cerca d’autore:

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.92: L’altra faccia della luna. Roberta Degl’Innocenti, “I graffi della luna”

L’altra faccia della luna. Roberta Degl’Innocenti, I graffi della luna, prefazione di Paolo Ruffilli, Venezia, Edizioni del Leone, 2012

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di Giuseppe Panella*

I graffi della luna, pubblicato dalle Edizioni del Leone nel 2012 con una prestigiosa Prefazione di Paolo Ruffilli, è un libro “capitale” (secondo una definizione che campeggia nella quarta di copertina). Il libro continua la linea descrittiva presente in D’aria e d’acqua le parole (uscito sempre presso le Edizioni del Leone nel 2009). Di quella prova lirica conserva il nitore e la passione struggente, il languore del ricordo, la manutenzione della memoria. Ma ora il mondo intorno sembra essere più aperto e meno sfumato nel tratto, i colori più intensi, l’occhio più vivo e meno velato dalle lacrime. La luna, nume tutelare dei poeti, non è soltanto la guardiana silente degli amori degli umani ma è anche un personaggio teatrale di cui ci si può garbatamente prendersi gioco nel descriverla:

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.91: Parabole dell’inconscio. Antonio Spagnuolo, “Misure del timore. Antologia poetica dai volumi 1985-2010”

Parabole dell’inconscio. Antonio Spagnuolo, Misure del timore. Antologia poetica dai volumi 1985-2010, Napoli, Kairos Edizioni 2011

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di Giuseppe Panella*

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Misure del timore è un’antologia che risulta ricavata e ricomposta dal lavoro di tutta una vita operosa e quasi frenetica, tutta intesa ad inseguire e ricomporre le fratture esistenti tra inconscio e vita della consapevolezza (il volume contiene testi redatti dal 1985 al 2010, la cui sezione, quella che dà il titolo al libro, è in realtà composta di poesie finora in gran parte inedite).

Dichiarazione programmatica:

«La libido produce il sapere senza oggetto in disarmonia con il reale. La poesia è legata all’inconscio e l’inconscio è il luogo della poesia»

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.90: “Intus et in cute”: il tempo secondo di Franco Manescalchi. Franco Manescalchi, “Selva domestica”

 Intus et in cute: il tempo secondo di Franco Manescalchi. Franco Manescalchi, Selva domestica (1956-2006), prefazione di Marco Marchi, Firenze, Polistampa, 2011

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di Giuseppe Panella*

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Selva domestica è il tempo secondo della produzione poetica di Franco Manescalchi: secondo in ordine di tempo (anche se raccoglie testi che vanno dal 1956 fino a tutto il 2006), secondo nel senso etimologico del termine in quanto felice ritorno alla scrittura poetica dopo l’apparente chiusura delle pagine liriche presentata in La neve di maggio, la precedente raccolta che chiude il secolo che è trascorso o forse apre il secolo che viene. Selva domestica è, dunque, ancora un libro di sintesi ma nel senso peculiare in cui il termine può avere per un poeta come Manescalchi.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.89: Il Tempo è il solo nemico. Aldo Roda, “Rompere la forma del tempo”

Il Tempo è il solo nemico. Aldo Roda, Rompere la forma del tempo, Firenze, Gazebo, 2011

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di Giuseppe Panella*

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Aldo Roda, architetto fiorentino trapiantato in Chianti, da tempo persegue con ostinazione e tenacia un proprio progetto di lettura delle dimensioni profonde e segrete della realtà, un percorso che lo ha portato ad esplorare la dimensione alchemica dello studiolo di Francesco I de’ Medici o a leggere gli elementi mercuriali della natura come sostanza solida del Tempo e della Storia. Convinto allievo dell’opera e del pensiero di Joseph Beuys, gli ha dedicato opere in poesia e in installazioni artistiche.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.88: Cantare la totalità del mondo. Tiziana Curti, “Alle radici del canto”

Cantare la totalità del mondo. Tiziana Curti, Alle radici del canto, Poggibonsi (SI), Nencini, 2011

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di Giuseppe Panella*


“Così la poetessa, sospesa tra il Novecento e il Terzo Millennio, scioglie le cantate di una donna che racconta la sua epoca con gli occhi dell’amore” – scrive Dalmazio Masini nella nota introduttiva al libro. Ma l’amore cantato da Tiziana Curti non è soltanto quello magico tra uomo e donna (che pure alimenta spesso la sua ispirazione – si vedano poesie come Non dirò o Come vorrei) o quello per la natura e per la sua bellezza spesso inesplorata e incompresa dagli occhi degli uomini. Il suo desiderio di poesia avvolge la totalità del mondo in empito di accettazione della sua complessità, in una sua forma di immedesimazione con la realtà in continuo e assoluto divenire. Come Tiziana Curti scrive in E non basta il cielo, la lirica che apre il volume: “[…] Spalanco le mie braccia incontro al sole / divento terra verde e rigogliosa / su cui nasce la rosa / fiammeggiante nel vento dell’altura. / Scrivo una nuova rotta avventurosa / sul giornale di bordo // per le navi lanciate all’orizzonte / delle nostre translucide mattine. / Le siepi vespertine / che fecero da limite ai miei canti / non son più l’inviolabile confine / alle vene del cuore”.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.87: Elegie per il Sud. Antonio La Penna, … qui vidi ridere nel cielo le Ninfe eterne…. “Poesie irpine e altri versi”

Elegie per il Sud. Antonio La Penna, … qui vidi ridere nel cielo le Ninfe eterne…. Poesie irpine e altri versi, a cura di Paolo Saggese, Grottaminarda (AV), Delta 3 Edizioni, 2010

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di Giuseppe Panella*

«Oscata 1. Anche gli olmi sono secchi, ischeletriti, / mentre primavera d’intorno / finalmente prorompe. E’ un’infanzia che affonda / nell’erba umida di questa primavera tardiva, / forse una vita. // Il progresso è arrivato anche qui / con automobili, case imbiancate, / con blue jeans e provocanti seni, / con cartelloni logori piantati / sui letamai. // Non ero nato per questo. / Predicavo progresso. Ero incapace / di spostare un fuscello; ero incapace / di godere i frutti / della nuova era. // Come se fossimo nati / per segnare destini, per una vita degna / di biografia, non per la cieca marcia / ripetitiva / delle formiche! Meglio di me / lo sanno da sempre i vecchi rannicchiati, / sonnecchianti al sole. // Eppure io qui / vidi ridere nel cielo le Ninfe eterne, / rifiorire le primavere / dei patriarchi, alzarsi cupole / di eguaglianza e giustizia / in palingenesi millenarie. // Ma ora gli olmi sono secchi…» (p. 21).

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.86: “Country of My Heart”. Maria Franca Martino, “Fiore d’ulivo”

Country of My Heart. Maria Franca Martino, Fiore d’ulivo, Campobasso, Editrice San Giorgio, 2010

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di Giuseppe Panella*

Non è tanto una Spoon River del molisano quanto un racconto di Natale. Maria Franca Martino ricorda il passato della sua infanzia e della sua giovinezza ma non si fa (troppe) illusioni. Se il paese natio poteva sembrare agli occhi della bambina di un tempo un luogo incantato e ricco di meraviglie non lo era certo di fronte a quelli degli emigranti “in terre assai luntane” che ogni tanto tornavano a casa per le feste natalizie. Castelverrino è un paese minuscolo (140 abitanti) del Molise, in provincia di Isernia, ed è situato in una terra desolata e povera, anche se spesso di selvaggia quanto non coltivata bellezza. La sua storia e i suoi monumenti sono stati studiati a lungo e con accuratezza dalla Martino che al suo paese (come già fece Benedetto Croce per la sua Pescasseroli che non è poi tanto distante) ha già dedicato due libri di quella che si suole definire “storia locale” (Castelverrino, Isernia, Grafica Isernina uscito nel 2003 e Il Palazzo Baronale di Castelverrino che è, invece, del 2006 pubblicato da Terenzi editore di Venafro, Isernia). Ma la qualità migliore, più autentica di Fiore d’ulivo non è tanto l’accuratezza della testimonianza storica quanto di quella umana:

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.85: Finale di partita ed eredità dell’umano. Giovanni Stefano Savino, “Lascito. Anni solari VII”

Finale di partita ed eredità dell’umano. Giovanni Stefano Savino, Lascito. Anni solari VII, Firenze, Gazebo, 2011

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di Giuseppe Panella*


«LXXIV. Da una pasqua all’altra (questa notte / la luna al primo quarto oltre la tenda / si è appoggiata sul vetro del tuo quadro) / un soffio sembra la voce che ascolto / di un operato alla gola, sommesso / e vetrato. Il mio verso, come il pane / donato dal fornaio a un canile / o a qualche poveraccio del quartiere / secco, meglio ai rifiuti con le bucce / e gli ossi della cena o con i rami / alle fiamme. Risolve un dubbio il libro / che nuovo mette radici. Non toglie, / io spero, il cencio del tempo la polvere / della memoria. Ma questa a chi serve?» (p. 70).

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.84: Liriche per cantare, versi per ricordare. Aa. Vv. “L’amore del giglio. Poesie alla mamma” – Domenico Cipriano, “Novembre”

Liriche per cantare, versi per ricordare. Aa. Vv. L’amore del giglio. Poesie alla mamma, Fanna (PN), Samuele Editore, 2010; Domenico Cipriano, Novembre, con una prefazione di Antonio La Penna, Massa, Transeuropa, 2010

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di Giuseppe Panella*

L’amore del giglio è un libro collettivo redatto da cinque poeti, due donne (Alejandra Craules Bretòn, poetessa messicana, Natasha Bondarenko, invece, ucraina) e tre uomini (Nabil Mada, marocchino, Patrick Williamson, inglese e l’italiano Domenico Cipriano) che ricordano, rievocano, cantano, riflettono, fanno emergere, si concentrano, sognano e presentano aspetti e momenti del loro rapporto con la loro mamma. Alla fine dell’antologia, Domenico Cipriano non si tira indietro annota con nitido disincanto e tuttavia con continuato amore:

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.83: Tra classicismo e amore per la vita quotidiana. Nicola Prebenna, “Era il maggio odoroso”

Tra classicismo e amore per la vita quotidiana. Nicola Prebenna, Era il maggio odoroso, prefazione di Sandro Gros-Pietro, Torino, Genesi, 2011

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di Giuseppe Panella*

 

Nicola Prebenna sta moltiplicando la propria produzione letteraria in questo periodo della sua vita costruendo i propri libri di poesia come altrettante tappe di un percorso in cui dare conto (e rendere di conseguenza maggiormente fluide, più sistematizzate e comunicabili le proprie idee sul mondo e sulla propria ragion d’essere in quest’ultimo.

Era il maggio odoroso ( : e tu solevi / così menare il giorno…) è citazione diretta da A Silvia di Giacomo Leopardi, un autore che rappresenta sicuramente il punto di riferimento lirico di quest’ultimo saggio poetico di Prebenna. Ma, allo stesso modo, la sua poesia non è lontana da certi accenti lirici novecenteschi e più vicini alla sensibilità dei Moderni come questi versi di Apollinaire:

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.82: Una gioia tanto dolorosa… Italo Testa, “La divisione della gioia”

Una gioia tanto dolorosa… Italo Testa, La divisione della gioia, Massa, Transeuropa, 2010

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di Giuseppe Panella*


La divisione della gioia è traduzione letterale di Joy Division, grande (quanto troppo rapidamente discioltosi nel corso delle sue burrascose vicende) complesso post-punk inglese costituitosi a Salford, nella contea di Greater Manchester, nel 1977. Il nome del gruppo rock derivava dalla denominazione delle baracche femminili dei campi di concentramento nazisti descritti in un celebre libro di memorie, La casa delle bambole, opera di un’ex-detenuto nel lager di Auschwitz che si firmava Ka-Tzetnik 135633 (al secolo Yehiel De-Nur – il suo pseudonimo deriva, infatti, dalle iniziali di Konzentration Zenter seguito dal suo numero personale di matricola tatuato sul braccio sinistro) ed edito nel 1955. Le donne che erano state imprigionate nell’area che portava questo famigerato nome erano utilizzate come prostitute e usate come puri e semplici oggetti sessuali dalle SS e dai soldati tedeschi che stazionavano nel lager. Il testo di una delle canzoni più note dei Joy Division (No love lost) contiene, infatti, un esplicito riferimento al libro.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.81: Poesia nella lingua dell’Altro. Mihaela Cernitu, “Parole senza posa / Vorbe fără astâmpăr”

Poesia nella lingua dell’Altro. Mihaela Cernitu, Parole senza posa / Vorbe fără astâmpăr, Firenze, Edizioni Novecento Poesia, 2010

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di Giuseppe Panella*

 

Mihaela Cernitu scrive in italiano ma è nata a Craiova, in Romania. La sua lingua madre in cui accuratamente poi traduce i suoi versi italiani è il rumeno, una lingua simile e dissimile in una volta all’italiano che usa per la sua scrittura. Il suo sguardo poetico, dunque, è sempre quello dell’osservatore, di chi guarda dalla finestra il mondo in cui si è ritrovata a vivere e che spesso non riesce a comprendere totalmente. L’oggetto della sua poesia è un’Italia in cui è venuta a vivere e di cui ha prescelto e prediletto cultura e vita quotidiana; la lingua che usa per farlo è un tentativo di conciliare esigenze culturali e consumo usuale delle parole necessarie per farsi comprendere e per comunicare. La poetessa vive allora tra due mondi: quello della scrittura poetica che frequenta abitualmente ma che non esaurisce la sfera delle sue osservazioni umane e culturali e quello della vita quotidiana da cui trae gli spunti per la sua produzione lirica. Scrive, infatti, Franco Manescalchi nella sua precisa Presentazione del volume di Mihaela Cernitu:

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.79: KINDERTODENLIEDER. Maria Rita Bozzetti, “Sulla soglia”

KINDERTODENLIEDER. Maria Rita Bozzetti, Sulla soglia, Roma, Lepisma, 2010

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di Giuseppe Panella*

 

Fin dalla soglia di questo libro il tono tragico si presenta elevato anche se, forse un po’ improvvidamente, ad aprirlo (e ad invitarne alla lettura) ci sono ben sei testi di presentazione che forse allontanano il lettore dall’impatto con la liricità dell’evento poetico. Da essi citerò soltanto una frase di Raffaele De Giorgi, non a caso un filosofo e sociologo del diritto:

 

«La nostra società è violenta in modo diverso dalle altre e la sua barbarie è anch’essa soltanto diversa. Entrambe, violenza e barbarie, sono tipicamente moderne e, più che con le coscienze, hanno a che fare con la dimensione temporale della produzione di senso in questa società e quindi con la rappresentazione di sé che essa appresta a se stessa. Questa società, infatti, si rappresenta come società del mondo perché in ogni comunicazione il mondo è presente come orizzonte della produzione di senso. Questo orizzonte rende accessibile un eccesso di informazioni che ci inondano di ridondanza: è come se sapessimo già che cosa significa ciò su cui di volta in volta comunichiamo» (p. 13).

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.78: Tutti i colori del mondo. Roberto Parente, “Eravamo di passaggio”

Tutti i colori del mondo. Roberto Parente, Eravamo di passaggio, Firenze, Lucio Pugliese Editore, 2010

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di Giuseppe Panella*

 

Roberto Parente è essenzialmente (e irreversibilmente) un pittore anche quando si affida alla sua ispirazione letteraria ma la sua frequentazione della poesia non rifugge certo dal ripiegamento esistenziale e dalla lirica d’amore (e spesso erotica). La sua, di conseguenza, è una proposta globale, di intendimento generale della riflessione artistica (orazianamente ut pictura poësis, tanto per intenderci). La sua scrittura poetica gioca di sponda con l’arte pittorica e le fa da cassa armonica di risonanza. La presenza di dipinti (anche non suoi) e di collage costituisce un tentativo (talvolta ben riuscito) di collegare la dimensione del colore con quella dell’illuminazione lirica o del flash (parzialmente) narrativo. Come scrive Pier Francesco Listri nella sua nota introduttiva al volume:

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO 77: On the Road Again. Paolo Marini, “All’oro. Versi nel cammino e della marcia”

On the Road Again. Paolo Marini, All’oro. Versi nel cammino e della marcia, Firenze, Polistampa, 2011

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di Giuseppe Panella*

Versi nel cammino e della marcia, sottotitola il suo secondo libro di versi Paolo Marini a indicarne il carattere in progress e di discussione delle fasi esistenziali che lo sottendono. Come scrive bravamente Franco Manescalchi nel suo denso saggio introduttivo:

 

«Sembrerebbe, quello di Paolo Marini, un canzoniere scritto nel tempo che, su questa costante, sviluppa gradualmente un percorso che va dalla ricerca dell’altro alla presa di coscienza del mondo, ad una rimodellazione poetica e coscienziale del mondo stesso. Come ebbi a scrivere nel 1997 presentando il suo primo libro, Pomi acerbi, il poeta “ha saputo parafrasare se stesso per il viaggio esistenziale in cui si è mosso e commosso” dando voce e prefigurazione a un ecosistema dove l’uomo e la poesia abbiano ancora spazio per r/esistere» (p. 9).

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.76: Piccola elegia, vasto disegno. Francesco Bargellini, “Il significato”

Piccola elegia, vasto disegno. Francesco Bargellini, Il significato, premessa e cura di Fabio Flego, Viareggio (Lucca), Pezzini Editore, 2009

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di Giuseppe Panella*

Un piccolo mannello di versi ma compatti e non dispersi come il loro esiguo numero potrebbe facilmente far pensare al lettore distratto – un canzoniere ristretto nello spazio degli anni e certamente riconducibile a vicende familiari, personali, soggettive e quindi, proprio per questo, universali nel tema e nel tempo…

Come scrive Fabio Flego nella sua breve Premessa al testo di Bargellini:

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.75: L’avvento del Numinoso. Renzo Ricchi, “Eternità delle rovine”

L’avvento del Numinoso. Renzo Ricchi, Eternità delle rovine, con un’ Introduzione di Gualtiero De Santi, Borgomanero (NO), Giuliano Ladolfi Editore, 2011

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di Giuseppe Panella*


Eternità delle rovine è un libro malinconico e desolato ma non disperato. Già nella nozione stessa di eternità si dà spazio a un’illusione attiva e non rinunciataria – quella della possibilità sempre presente che ciò che perisce e transita in modo apparentemente irreversibile sia destinato a durare anche se in un’altra dimensione (un’altra vita forse). Inoltre è pur sempre  l’eternità (e quindi la sua non numerabile durata) a essere in primo piano rispetto alla pesante fragilità delle rovine.

Come recita la poesia che dà il titolo alla raccolta:

 

«Non c’è più rumore. / Uomini qui risero e piansero / bambini nacquero e giocarono / si guardarono attorno sorridenti / senza sospetti / pieni di fiducia / ragazze in fiore / illuminarono lo spazio. // Come lontano / l’urlo del cacciatore antico / che uccise il primo cervo / il grido che scosse la foresta / smorzò il brusio della natura. //  Niente più. / Solo il vento resta / i profili delle colline / l’orizzonte / il cielo aperto / gli alberi immoti. // Creature e cose / s’inoltrarono impotenti / nel silenzio. // Silenzio / sacro velo che occulti / le orme perdute della vita. // Oh l’eternità delle rovine !» (pp. 14-15).

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.74: Il gran teatro del mondo. Liliana Ugolini, “Gioco d’ombre sul sipario (ut fabula poiesis)”

Il gran teatro del mondo. Liliana Ugolini, Gioco d’ombre sul sipario (ut fabula poiesis), con una postfazione di Giò Ferri, Verona, Cierre Grafica, 2010

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di Giuseppe Panella*


Non è certo un’idea nuova l’utilizzazione della metafora del teatro ad indicare il gioco di luci e di ombre, di conflitti e di angosce e di follie, soprattutto di maschere e di volti, che caratterizza il mondo dell’esistenza umana (probabilmente è una pratica antica quanto il mondo stesso che si vuole descrivere). Nuovo è invece è il progetto stilistico e la modalità espressiva che sottende e sostanzia il gioco poetico (umano e appunto teatralizzante) del libro di Liliana Ugolini. Giò Ferri è, infatti, assai esplicito nel ricostruire come si manifesta la serie di trasformazioni poetiche presenti nelle scritture stilizzate e marcatamente visive che contraddistinguono la proposta generale di lettura della realtà umana che attraversa e configura radicalmente l’opera della poetessa fiorentina:

 

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.73: Le colline del ricordo. Paolo Carlucci, “Dicono i tuoi pettini di luce. Canti di Tuscia”

Le colline del ricordo. Paolo Carlucci, Dicono i tuoi pettini di luce. Canti di Tuscia, Roma, Edilazio, 2010

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di Giuseppe Panella*


«SAN PIETRO A TUSCANIA. Lento m’accosto al tuo occhio / di luce / che spazia l’infinito. // Dicono i tuoi pettini di luce, / vento d’arte di vetro, / il saluto commosso e fedele / dell’Apostolo al Signore d’estate, / al plenilunio / tra macchine in sosta» (p. 23).

 

I” pettini” di luce della chiesa sono l’aura che la poesia contribuisce a circonvondere alla sua bellezza strepitosa. Scrive Emerico Giachery nella sua ampia e compatta Prefazione al libro di poesie di Carlucci che “la Tuscia ha dunque trovato il suo poeta” e che inoltre:

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.72: Il viaggio nel mondo eventuale. Menotti Galeotti, “Versi e racconti”

Il viaggio nel mondo eventuale. Menotti Galeotti, Versi e racconti, con un’ Introduzione di Rodolfo Tommasi, Firenze, Polistampa, 2010

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di Giuseppe Panella*

 

Scrive simpateticamente Franco Manescalchi nella quarta di copertina dell’ultimo libro congedaro da Galeotti che in esso prosa e poesia hanno l’identica trasparenza, la stessa tessitura:

 

«Indubbiamente, Galeotti conosce il segreto che guida, romanticamente, l’homo viator nel divenire spazio-temporale della sua identità. Ma non c’è mai, qui, una identificazione narcissica, perché il poeta è mosso e commosso dalla tensione montaliana del “più in là”. La dialettica dell’altrove e verso l’altrove trova dunque una sua “onesta declamazione” – per dirla con una cifra stilistica secondo-novecentesca – e il lettore viene felicemente coinvolto in tratti di meta-storia condivisa o condivisibile».

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.71: Aforismi per tutto quello che resta. Alberto Casiraghy,” Gli occhi non sanno tacere. Aforismi per vivere meglio”

Aforismi per tutto quello che resta. Alberto Casiraghy, Gli occhi non sanno tacere. Aforismi per vivere meglio, con un testo di Sebastiano Vassalli, Novara, Interlinea, 2010

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di Giuseppe Panella*

Alberto Casiraghi (che preferisce, però, la più esotica versione Casiraghy) non scrive poesia (anche se ne pubblica parecchia e di altissima qualità nelle sue ormai mitiche Edizioni PulcinoElefante). I suoi “aforismi per vivere meglio”, tuttavia, ricordano la poesia più di quanto degli aforismi tradizionali dovrebbero fare. Essi, infatti, sono intrisi della “sostanza di cui sono fatti” i versi proprio perché la loro scansione lirica non ha nessuna funzione analitica o “didattica” come, invece, gli aforismi filosofici o politici (o scientifici – come insegna la storia della scienza stessa) avrebbero da dichiarare. Casiraghy preferisce stupire o illuminare o almeno inquietare i suoi lettori piuttosto che insegnare qualcosa. Preferisce mostrare tutto e dare da conoscere tutto quello che pensa o in cui crede. Scrive Sebastiano Vassalli nella sua Presentazione al libro:

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.70: Oltre la geremiade. Gianmario Lucini, “Sapienziali (Nove sequenze e 36 poesie)”

Oltre la geremiade. Gianmario Lucini, Sapienziali (Nove sequenze e 36 poesie), Novi Ligure (Alessandria), Puntoacapo Editrice, 2010

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di Giuseppe Panella*


«[…] Le colpe di nessuno sono accumulate / per il disgusto collettivo fra i canneti / rifiuti con nomi e cognomi / che nessuno osa pronunciare / che nessuna forza della Legge / potrebbe mai indagare. // So di essere un poeta indisciplinato / e scrivo versi brutti raccontando le brutture / so d’aver deviato / dileggiando i canoni estetici: / scrivo corsaro e veloce in prosa / versi che mai avrei voluto scrivere / se altra fosse stata la coerenza / fra l’ideale e l’esperienza; // ma l’esistenza qui pare un beffardo / rifiuto d’ogni decenza / e anche il volto di Dio sembra fuggire / nella luce del mare avvelenato. // Vorrei scrivere che ho trovato la parola / quella sola che raddrizza ogni stortura / ma sono coerente / col mio niente che domanda e tace» (pp. 65-66).

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.69: Lezioni di intimità. Roberta Degl’ Innocenti, “Un vestito di niente” e “D’aria e d’acqua le parole”

Lezioni di intimità. Roberta Degl’ Innocenti, Un vestito di niente, prefazione di Paolo Ruffilli, Venezia, Edizioni del Leone, 2005; Roberta Degl’Innocenti, D’aria e d’acqua le parole, prefazione di Paolo Ruffilli, Venezia, Edizioni del Leone, 2009

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di Giuseppe Panella*


Scrive Paolo Ruffilli nella sua nota introduttiva a Un vestito di niente della Degl’Innocenti che è del 2005 e immediatamente precede D’aria e d’acqua le parole, quasi suo preludio simbolico e in qualche modo simpatetico:

«La poesia di Roberta Degl’Innocenti è commisurata a regole precise, a canoni addirittura classici. Limpida, trasparente, lucidissima, sul piano della forma; ma densa e avviluppata in improvvisi nodi drammatici, quanto a sostanza (“Respiro aria in odore di tempesta… In pensiero limpido pianto erba maligna”). Anche se alla fine la ricomposizione delle forze, sia pure attraverso spasmi e singulti, fa dichiarare: “Respiro aria in sinfonia di tramonto”. Dove, a vincere, è la pace. In un bilanciamento, improvviso, di paura e desiderio (binomio o aporia cari all’autrice di questi versi). La fuga del tempo, il defilarsi delle occasioni, la corsa in avanti e, in fondo, il dissolversi graduale della vita non hanno partita vinta in questa poesia, che appare consegnata alla consapevolezza dell’incontro paradossale tra l’eterno e il tempo, tra l’infinito e il finito, su una linea di confine che la morte non sembra in grado di violare» (Un vestito di niente, pp. 6-7).

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.68: “Cancionero” per il tempo che passa. Francesca Lo Bue, “Non te ne sei mai andato (Nada se ha ido)”

Cancionero per il tempo che passa. Francesca Lo Bue, Non te ne sei mai andato (Nada se ha ido), Roma, Edizioni Progetto Cultura, 2010

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di Giuseppe Panella*


Dalla Lercara Friddi in provincia di Palermo in cui è vissuta degli anni dell’adolescenza all’Argentina dell’Universidad de Cuyo a Mendoza e poi di nuovo a Roma dove tuttora vive, l’itinerario esistenziale di Francesca Lo Bue si incrocia con la sua vocazione poetica:

«Sicilia bellamara, / fiamma pietrificata / Dalla tua aurea falce appuntita / goccia lento il miele del passato» – si legge a p. 11 a mo’ di esergo per l’intera raccolta e unico testo non riportato in versione bilingue a sancirne il carattere di dedica tutta “italiana”. E’ proprio “il miele del passato” che Francesca Lo Bue cerca di distillare, tra disincanto e memoria, vecchie e nuove illusioni e sogni per il futuro prossimo nei suoi versi pieni di un pathos triste come una milonga o il ritorno a una casa che non c’è più. I suoi due prefatori sono concordi nel giudicare la sua esperienza poetica come il congiungimento di due mondi culturali diversi, eppure assai simili gli uni agli altri.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.67: “Guardiamo quello che ci sta vicino…”. Claudio Damiani, “Poesie (1984-2010)”, a cura di Marco Lodoli

“Guardiamo quello che ci sta vicino…”. Claudio Damiani, Poesie (1984-2010), a cura di Marco Lodoli, Roma, Fazi Editore, 2010

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di Giuseppe Panella*


L’introduzione di Marco Lodoli è simpatetica e molto toccante ma precisa. Dopo aver descritto il suo soggiorno a Parigi in qualità di giovane artista a disagio ovunque ma speranzoso di scoprire il segreto di ciò che aveva caratterizzato la grande stagione delle avanguardie storiche, in primis il Surrealismo, lo scrittore romano racconta ciò che avvenne al suo ritorno a Roma:

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.66: Bruciarsi l’anima e restituirla alla poesia. Giuseppina Luongo Bartolini, “La pietra focaia”

Bruciarsi l’anima e restituirla alla poesia. Giuseppina Luongo Bartolini, La pietra focai. Poesie 2007-2008-2009, Torino, Genesi, 2010

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di Giuseppe Panella*


E’ da molto tempo che inseguo la poesia di Giuseppina Luongo Bartolini, una poesia il cui merito principale è quello di inquietare, di turbare, di bruciare l’anima di chi si confronta con essa senza pregiudizi e senza insofferenze:

 

«Risolta in immagini la pena / pura forma della mia vita in / bianco e nero coagulato il colore / dentro le torme scure del mio / alfabeto quel sole che fu sole / ora luce soltanto mi rimane / nella requie che occulta la / tempesta e il ruggito del temporale» (p. 39).

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.65: La necessità di non dimenticare. “Mai più”, di Mariagrazia Carraroli e Luciano Ricci

La necessità di non dimenticare. Mai più, testo poetico di Mariagrazia Carraroli, fotoelaborazioni di Luciano Ricci, prefazioni di Franco Manescalchi e Carmelo Mezzasalma, postfazione di Fernanda Caprilli, Firenze, Florence Art Edizioni, 2008

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di Giuseppe Panella*

Il 12 agosto del 1944, a Sant’Anna di Stazzema, in provincia di Lucca, quattro reparti della 16ª divisione volontari delle Waffen SS di fanteria corazzata (o Panzergrenadier) Reichsführer massacrarono, senza nessun apparente motivo dato che le azioni partigiane in quel settore non erano mai state tali da far invocare il diritto di rappresaglia, cinquecentosessanta vittime innocenti, in maggior parte bambini e anziani (una di esse, la più piccola, Anna Pardini, aveva solo venti giorni).

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.64: Percorsi verso l’ignoto. Antonino Contiliano, “Ero(s)diade. La binaria dell’asiento”

Percorsi verso l’ignoto. Antonino Contiliano, Ero(s)diade. La binaria dell’asiento, con un’Introduzione di Sergio Pattavina, Firenze, Quaderni di Collettivo R / Atahualpa, 2010

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di Giuseppe Panella*


Erodiade, dapprima moglie del Tetrarca di Galilea Erode Filippo I e madre di una famosissima Salomè, poi compagna di Erode Antipa fratello del precedente marito dopo il divorzio da quello, non ha mai goduto di buona letteratura. La sua impresa principale – quella di richiedere al marito la testa di Yokanaan-Giovanni il Battista per il tramite della danza dei sette veli di sua figlia – l’ha consegnata alla storia come l’esempio di una tragica cortigiana reale. Un’intera letteratura di taglio decadente-espressionistica – dalle pagine originarie del terzo evangelista Marco a Oscar Wilde, da Giovanni Testori al Pier Paolo Pasolini del Vangelo secondo Matteo, da Carmelo Bene a Ken Russell fino a Carlos Saura in una lunga sequela di ritratti a metà che privilegiavano la figlia ai danni della madre – la mostrano come una donna angosciata, rosa dall’ambizione, dotata di un erotismo torrido e perverso che, però, non dura nel cuore degli uomini sui quali dovrebbe regnare.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.63: “Encore”. Giovanni Stefano Savino, “Versi col vento. Anni solari VI”

Encore. Giovanni Stefano Savino, Versi col vento. Anni solari VI, Firenze, Gazebo, 2010

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di Giuseppe Panella*


Ancora. Giovanni Stefano Savino rinnova la sua alleanza con la poesia:

«CCXXVI. Non macino ma vengo macinato / con ordinato e minuzioso moto / dal giorno, dalla nuvola, sul pino, / dalla foglia caduta, dopo un giro, / di danza, dalla pentola sul tavolo / e dalla tua caduta sul mattone, / da cui risorgi sempre più a fatica. / Passi in strada, ti aspetto, Buttafuori»

(p. 134).

E’ l’ultima poesia di questa sesta raccolta di Anni solari. Savino si confronta ancora una volta e con la consueta, salvifica ironia, con la Morte (qui emblematicamente detta il Buttafuori). Ma non si tratta dell’unico punto di riferimento che affascina il poeta. La Morte non è nulla se si confronta con la Vita, anche le sue umili ma più significative occorrenze. E’ la vita quotidiana, infatti, a ispirare questa nuova incursione di Savino nel mondo della scrittura poetica che ormai lo attira come un gorgo dal quale solo scrivendo ci si può sottrarre.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.62: In the Soup, dentro la placenta dei versi. Pasquale Vitagliano, “Amnesie amniotiche”

In the Soup, dentro la placenta dei versi. Pasquale Vitagliano, Amnesie amniotiche, con un’ Introduzione di Giovanni Nuscis, Faloppio (CO), Lieto Colle Edizioni, 2009

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di Giuseppe Panella*


«Pop Art Pops. Rimossa la piastra poetica, / smontate le officine del secolo, / spostata sul ventre la guardia, / cos’altro resta da dire? // Rimetto tra le cose la parola, / metto a bagno i versi, / e premo sull’uscio del giorno, / perché sia giorno benedire. // Rivolgimi un nuovo saluto, / soltanto la vita è scampata, / adesso che Soup non è che soup, / per una pietà umana / nient’altro che parola, / senza più umanità» (p. 73).

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.61: La cifra del vuoto, l’onore del silenzio. Giacomo Leronni, “Polvere del bene”

La cifra del vuoto, l’onore del silenzio. Giacomo Leronni, Polvere del bene, San Cesario di Lecce (LE), Piero Manni, 2008

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di Giuseppe Panella*

Nell’ultima pagina del suo primo libro di poesie, a conclusione della Nota finale dedicata ai lettori,

Leronni avverte:

«Per il resto, essendo ormai largamente conclamato lo scetticismo nei confronti dei significati possibili, primi o ultimi, di un’opera letteraria, preferirei che il lettore, eventualmente, si chiedesse non tanto cosa il poeta avrà voluto dire, quanto piuttosto cosa, con lui, è disposto ad ascoltare» (p. 96).

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.60: Dittico delle parole. Marco Giovenale, “Storia dei minuti (casa. clinica)”; Francesca Matteoni, “Tam Lin e altre poesie”

Dittico delle parole. Marco Giovenale, Storia dei minuti (casa. clinica), con la traduzione francese di Michele Zaffarano, Massa, Transeuropa, 2010; Francesca Matteoni, Tam Lin e altre poesie, Massa, Transeuropa, 2010

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di Giuseppe Panella*


Marco Giovenale ci prova ancora. La sua scrittura apparentemente fredda, astratta, fatta di rilievi atoni e modesti nasconde una passione e una poetica molto più rilevante: quella legata alla possibilità della conoscenza ottenuta attraverso la capacità di cogliere la verità mediante l’utilizzazione dello sguardo oggettivo di uno “spettatore non indifferente”.

 

«L’ultima colonna in fondo / nel quadro – svela: una piccola / riga di donna che (spórta /  nel bordo buio una elle di fiaccola) /  illumina l’uscita per lo sguardo. // È la Contemplazione, che si nega, / dice la guida dotta, che è identica / a chi vede, perché passa – ma diversa / perché è persuasa e spiega. // Rimasta indietro, sua figlia non si è persa. / È albina e condannata a ridere / rapida. (Chiaro, dimentica)» (1).

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.59: “Weltschmerz” per la morte, “Weltfreude” per la vita – soprattutto versi in attesa di un altro sogno. Maura Del Serra, “Tentativi di certezza. Poesie 1999-2009”

Weltschmerz per la morte, Weltfreude per la vita – soprattutto versi in attesa di un altro sogno. Maura Del Serra, Tentativi di certezza. Poesie 1999-2009, Venezia, Marsilio, 2010

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di Giuseppe Panella*

Ricordo come fosse stato vissuto in un momento di ammirazione (e anche di un po’ di stupore) la figura slanciata e fiera di Maura Del Serra che declamava a Fiesole, nel 2005, durante un convegno dedicato a Pasolini dal Centro di Ascolto e di Formazione Psicoanalitica di Pistoia, un suo lungo poema drammatico sul poeta ucciso di Casarsa (lo si può leggere come Trasumanar. L’atto di Pasolini nel bel volume, L’eredità di Pier Paolo Pasolini, a cura di Alessandro Guidi e Pierluigi Sassetti, Milano, Mimesis, 2009).

Nonostante le sue evidenti difficoltà di vista e le difficoltà che questo comportava, la sua voce risuonava ferma e diritta, attenta alle sfumature e presa dal confronto indiretto ma reale che l’autrice stava tentando, quasi medianicamente, a costruire con il poeta che non c’era più.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.58: Dispendio e godimento – un’ipotesi di poesia. Enzo Campi, “Ipotesi corpo”

Dispendio e godimento – un’ipotesi di poesia. Enzo Campi, Ipotesi corpo, con un’ Introduzione di Natàlia Castaldi, Barcellona Pozzo di Gotto (ME), Edizioni Smasher, 2010

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di Giuseppe Panella*

Scrive Natàlia Castaldi nel suo Posizioni (tracce e cancellazioni di un corpo in opera), l’efficace testo critico che fa da Introduzione al poemetto lirico di Enzo Campi:

 

«Il corpo è qui tema dell’indagine e palcoscenico in cui l’io mette in opera un monologo questionante che – poematicamente e teatralmente – si incarna nel corpo del testo e della parola cercando di risolvere (dissolvere?) l’unicità di senso di un doppio movimento che oscilla incessantemente tra il dispendio (come ragione di vita) e il ricominciamento (come unica possibilità di proiezione verso l’ a venire). Ciò avviene attraverso la scissione drammatizzata tra forze centripete (pulsione, desiderio, istinto-carne) e forze centrifughe (ragione, indagine e ricerca-alterità» (p. 8).

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.57: La madre perduta di Leonardo da Vinci. Nicola Baronti, “Il Governatore delle acque”

La madre perduta di Leonardo da Vinci. Nicola Baronti, Il Governatore delle acque, prefazione di Giovanna Fozzer, Firenze, Edizioni Polistampa, 2010

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di Giuseppe Panella*

Il fascino e il segreto profondo delle acque e del rifugio che costituiscono per una mente tormentata è costituito dal ricordo della madre e dal desiderio di ritornare ad essa, nel suo grembo accogliente e sicuro. E’ quanto accade a Leonardo che – nei versi del poemetto di Baronti – proprio attraverso il loro percorso (e i lavori costruiti per imbrigliarle e renderle feconde e produttive) manifesta la sua nostalgia per una madre perduta, Caterina, di cui ancora oggi non conosciamo esattamente identità e storia della vita. Scrive l’autore nella cospicua Nota (Un percorso d’acqua e di terra) che precede il testo poetico:

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.56: Una spettatrice del Novecento della poesia. Giovanna Bemporad, “Esercizi vecchi e nuovi”, a cura di Andrea Cirolla

Una spettatrice del Novecento della poesia. Giovanna Bemporad, Esercizi vecchi e nuovi, a cura di Andrea Cirolla, Milano, Edizioni Archivio Dedalus, 2010

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di Giuseppe Panella*

Per molto tempo la figura di Giovanna Bemporad si è confusa con il ricordo di Gabriella Bemporad (che non era sua parente) anche se traduceva come lei dal tedesco – quest’ultima la conobbi, sia pure fuggevolmente, a casa di Gianfranco Draghi, in una villa appena fuori Firenze dove credo che questo singolare personaggio di psicoteraupeta di impronta junghiana, poeta, scrittore, pittore e altro ancora viva a tutt’oggi. Anche lei parlava di Rilke e di letteratura tedesca del Novecento con una voce sottile ma vibrata, ricca di accenti densi e dolci di nostalgia.

Giovanna Bemporad, invece, è stata soprattutto una traduttrice di testi del legato classico, soprattutto greco e soprattutto dell’ Odissea, opera di traduzione che è durata praticamente tutta la sua vita matura. Ma, tra una traduzione di Omero e una di Rilke o di Hofmannsthal o di Goethe o di Novalis, la Bemporad è stata soprattutto poetessa molto raffinata nei tocchi, nei toni, nelle soluzioni ritmiche e formali.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.55: L’accostamento al mito. Roberto Mosi, “Luoghi del mito”

L’accostamento al mito. Roberto Mosi, Luoghi del mito, Faloppio (CO), Edizioni Lieto Colle, 2010

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di Giuseppe Panella*

Dopo aver poeticamente investigato i non-luoghi del Moderno e della sua apoteosi in postmodernità velocizzata e implacabile verso i residui della cultura tradizionale sopravvissuta alla terza Rivoluzione industriale del Novecento, quella telematica, Roberto Mosi si attesta sul versante di ciò che è il Non-Luogo per eccellenza e da sempre: il mito classico.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.54: Il muro del silenzio. Mariagrazia Carraroli, “N.O.F. 4. Centottandue metri di follia”

Il muro del silenzio. Mariagrazia Carraroli, N.O.F. 4. Centottandue metri di follia. Azione teatrale tratta dalla vita vissuta di Nannetti Oreste Fernando, prefazione di Davide Rondoni, immagini di Luciano Ricci, Sasso Marconi (BO), Le Voci della Luna, 2010

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di Giuseppe Panella*

Oreste Fernando Nannetti si firmava N. O. F. 4 (il 4 sta per quarto padiglione del Manicomio di Volterra). Quest’uomo, un elettricista di Roma probabilmente rinchiuso nel Manicomio criminale volterrano per effetto di una denuncia effettuata per vendetta da qualche fascista suo nemico, ha trascorso tutta la sua vita adulta dal 1943 fino alla morte avvenuta in quello stesso luogo il 24 gennaio 1994 nel Manicomio comune: nessuno volle più occuparsi di lui dopo l’arresto e la detenzione e la casa di cura divenne l’unico luogo nel quale poter trascorrere la propria esistenza. Durante tutti quegli anni, N. O. F. 4 incise l’intonaco del cortile del suo reparto scavandolo con la fibbia del suo panciotto d’ordinanza. Tutto questo per sedici anni senza fermarsi mai. Il risultato del suo impegno artistico fu un graffito unico, lungo centottantasue metri e alto un metro e sessanta, in cui risultano mescolati disegni e parole e narrazioni della sua vita, delle sue proiezioni oniriche, della sua visione del mondo. Il muro graffito è attualmente in disfacimento ma della sua forza espressiva sono testimonianza le foto dell’intera sequenza conservate nel Musée de la Collection de l’Art Brut di Losanna. Ha scritto Davide Rondoni nella sua breve quanto efficace Prefazione (La giustizia della poesia) al testo teatrale della Carraroli che:

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.53: Il mondo che non c’è (… e forse non c’è stato mai). Salvatore Salvatore, “Figli dell’allodola”

Il mondo che non c’è (… e forse non c’è stato mai). Salvatore Salvatore, Figli dell’allodola, con una Presentazione di Francesco D’Episcopo e le illustrazioni di Giovanni Spiniello, Grottaminarda (AV), Delta 3 Edizioni, 2010

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di Giuseppe Panella*

Il Sud è sempre quello di un tempo oppure è cambiato in maniera irreversibile? E’ la domanda che il poeta irpino si pone in prima istanza e per rispondere alla quale si mostra subito intento a rammemorare, calmo e quasi assopito in un disegno di oniria lirica, un tempo che forse non c’è mai stato e che oggi non è più presente se non nei ricordi di una gioventù trascorsa.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.52: Il respiro della poesia. James Cascaito, “Respite”

Il respiro della poesia. James Cascaito, Respite, trad. it., cura e un’ Introduzione (Pensiero poetico e pensiero d’amore. Un Canzoniere moderno) di Giuliana Lucchini, Roma, Lucchini Editore, 2009

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di Giuseppe Panella*

With usura line grows thick, scriveva Ezra Pound nel LXV dei suoi Cantos ed è questa thickness che emerge dal dettato lirico di questo sorprendente poeta italo-americano di Pittsburgh, presto trasmigrato a New York e poi vissuto a lungo a Roma, nella Suburra – come lui stesso scrive in una sua poesia finale. Il suo stile è discreto e raffinatamente pulito, mai enfatico, mai melodrammaticamente inteso a suscitare consensi comuni o a scandalizzare l’eventuale lettore troppo borghese. Sottovoce, con un forte senso dell’understatement, si direbbe, ma senza rinunciare a pensieri intuizioni sentimenti passioni forti. Scrive Giuliana Lucchini nella sua densa Introduzione:

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.51: L’anomalia del verso. Duccia Camiciotti, “Ultima onda anomala”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

L’anomalia del verso. Duccia Camiciotti, Ultima onda anomala, Firenze, L’Autore Libri, 2009

Scrive Anna Balsamo, con intelligenza e forte simpateticità con l’autrice di cui analizza le prospettive liriche e umane, nella sua Prefazione (La vita sta in una manciata di stelle: tra memorie e parole di denuncia e profezia) a questo ultimo (ma non certo l’ultimo!) libro di poesie di Duccia Camiciotti:

«Abituati alla espressa drammaticità degli avvenimenti privilegiata dalla poetica di Duccia Camiciotti in tutte le precedenti opere, abbiamo immaginato, causa il titolo di questa raccolta Ultima onda anomala, di trovare magari un poemetto lungo e dettagliato dell’avvenuta sciagura asiatica. Ebbene no, il titolo è invece una sorta di riferimento proprio a quest’opera: sono queste pagine e il riferimento epocale, l’ultima onda anomala; dove “ultima onda” sta a significare anche impressione ed espressione poetica più di recente meditata. Di seguito le “cartoline crudeli”: non esternano catastrofi, ma interiorizzano con dolore gli estraneamenti: “Qui si muovono dentro l’oro antico / oscurato di luce morente, / lemuri artistici; / sguardo abissale, gambe svettanti / e vanno e vanno / e non sanno perché” (Zombies del 2000); “La tua povera casa / che ancora non conosce / ferraglie aggiogate alle stelle” (Villino travolto dai grattacieli) » (p. 9).

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.50: Vincere la saudade. “Poesia meridiana speciale Portogallo”, a cura di Regina Célia Pereira da Silva

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Vincere la saudade. Poesia meridiana speciale Portogallo, a cura di Regina Célia Pereira da Silva, Grottaminarda (AV), Delta 3 Edizioni, 2010

La poesia portoghese non si scrive soltanto in Portogallo – in soldini, ecco il senso dell’operazione coordinata dalla professoressa Regina Célia Pereira da Silva, docente di Lingua, Cultura e Traduzione Portoghese dell’Istituto Camões presso l’Istituto Universitario “Suor Orsola Benincasa” di Napoli e fortemente voluto da Giuseppe Iuliano e Paolo Saggese, i due ispiratori del Centro di documentazione sulla poesia del Sud. E al Sud del mondo certamente il mondo culturale portoghese e lusitanofono certamente appartiene – per ispirazione, per tradizione, per appartenenza etica e storica, per destino epocale e individuale.

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