Remainders n.18: Silvio Pellico, “Le mie prigioni”

Silvio Pellico, Le mie prigioni, Ed. Mursia, 1981, pp. 226.

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di Francesco Sasso

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Silvio Pellico (1789-1854), autore della Francesca da Rimini e di parecchie altre tragedie, aderente alla Carboneria, fu arrestato e condannato a morte, ma poi inviato allo Spielberg, dove maturò quel suo splendido libro, Le mie prigioni, che pubblicò due anni dopo la liberazione dal carcere. In carcere per dieci anni, l’autore ritrova la fede cattolica.

L’esperienza di dieci anni di carcere politico è decisiva per il nuovo orientamento spirituale del Pellico (si converte la fede cattolica), ma anche per il suo destino di artista, giacché dal racconto di essa derivò il capolavoro della letteratura memorialistica del nostro primo Ottocento: Le mie prigioni.

Le mie prigioni, pubblicato a Torino nel 1832 e poi accresciuto di dodici nuovi capitoli nell’edizione francese del 1843, non nacquero dal proposito polemico di segnalare all’esecrazione del mondo civile la tirannia austriaca e la barbarie dei suoi sistemi carcerari, e neppure mossero dall’intento di fare del recluso dei “Piombi” e dello Spielberg un’esemplare figura di martire ed eroe, ma ebbero per fine quello di edificare religiosamente il lettore attirandolo sulla vicenda di un’anima che dall’esperienza del dolore s’innalza alla conquista della fede e s’apre umanamente alla comprensione e al perdono. Da qui il respiro pacato del racconto, e quella luce mite e serena che avvolge anche i suoi tratti più mesti e li colora di una trepida speranza cristiana. È da questi processi che deriva il rilievo umano e poetico delle figure di Schiller, della Zanze, di Maddalena, del piccolo sordomuto, di Maroncelli, e dell’Orboni. Continua a leggere