STORIA CONTEMPORANEA n.42: Uno zibaldone per narrare la propria storia. Bruno Pischedda, “Com’è grande la città”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei.  (G.P)

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di Giuseppe Panella

 

Uno zibaldone per narrare la propria storia. Bruno Pischedda, Com’è grande la città, Milano, ShaKe, 2008

Questo non è un romanzo – sarebbe stato opportuno scrivere sulla copertina (a differenza di quello che ha fatto il primo editore del libro, Marco Tropea, nel 1996), a mo’ di avvertimento antifrastico alla Magritte chiosato da Michel Foucault. Ormai è troppo tardi, temo, per ovviare all’errore. Questo testo, per quanto interessante, giustificato, onesto, di Bruno Pischedda è tutto fuorché una narrazione più o meno lunga in cui una vicenda viene esaurita nel corso di un tempo più o meno breve (è quello che della definizione di romanzo riesce a dare Edward M. Forster nel suo Aspects of the Novel del 1927). In realtà, è uno zibaldone – genere letterario non più in voga ma, in realtà, praticato da tutti gli autori che sentono prepotentemente prorompere in se stessi e poi emergere alla luce della pagina la calda vena dell’autobiografismo.

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