Sul teatro

Enciclopedia dello spettacolo , diretta da S. D’Amico, Roma, Le Maschere  Firenze, Sansoni, 1954-1962; M. Apollonio, Storia del teatro italiano  (1938-1950), Firenze, Sansoni, 1981; C. Molinari, Storia del teatro , Roma-Bari, Laterza, 2003; Storia del teatro moderno e contemporaneo , diretta da R. Alonge e G. Davico Bonino, Torino, Einaudi, 2000-2003 (tre volumi di impostazione cronologica e un quarto di Trame per lo spettatore ).

Postilla sul teatro comico

[dopo aver assistito ad una rappresentazione teatrale]

Il pubblico s’immedesima totalmente nella finzione scenica –che è anche la sua momentanea liberazione da una realtà diversa- e s’illude, come ci si illude nel carnevale, che la vera realtà sia del sogno e della fantasia. Il pubblico si diverte e ride.

Ci si può, dunque, divertire, si può ridere e scherzare, ma solo nell’illusione di un’ora. È un’esaltazione della comicità che, a pensarci bene, racchiude in sé una coscienza profondamente amara del rapporto con la realtà quotidiana. D’altronde la comicità vera affonda sempre le sue radici nel tragico della vita quotidiana e dalle situazioni più serie trae la sua linfa vitale.

f.s.

D’ANNUNZIO E LE IMMAGINI DEL SUBLIME. L’Alcyone, la Fedra e altre apparizioni di Giuseppe Panella (3)

 

D’ANNUNZIO E LE IMMAGINI DEL SUBLIME.

L’Alcyone, la Fedra e altre apparizioni (3)

 

 

di Giuseppe Panella

 

 

(La prima parte dell’articolo è apparsa qui, mentre la seconda parte è apparsa qui)

 

3. La tragedia del Sublime e il recupero del mito:  Fedra

 

Tra il 1908 e il 1909, D’Annunzio concepisce il suo omaggio al mito tragico greco (personalissimo e destinato a un travolgente insuccesso). Concluso nel 1904, per volontà di lei, il rapporto con Eleonora Duse e dopo una serie di relazioni non altrettanto significative come quest’ultima sotto il profilo della collaborazione artistica, stavolta la sua Musa ispiratrice sembra Nathalie de Golouleff :

 

«La notte fra il 2 e il 3 febbraio 1909 verga l’ultima cartella del manoscritto della tragedia, tracciato in poche decine di giorni (e notti) laboriosissimi, dedicando l’opera “così nobile e così severa” all’amata del momento, Nathalie de Goloubeff, da lui ribattezzata Donatella Cross. Con l’amante parigina, cui ha spesso descritto la sua nuova fatica, legge la tragedia a Cap d’Antibes, fra il 18 e il 24 febbraio : ella se ne infiamma al punto da proporsi con incauta ambizione come interprete scenica, e si accinge a voltarla in francese (La versione, cui è interessato anche Ricciotto Canuto (33), uscirà per le mani più esperte di André Doderet). La tragedia, ce lo conferma anche il figlio del poeta e primo Ippolito, Gabriellino, fu dunque composta con ritmo frenetico “nelle condizioni più avverse alla meditazione e al sogno, in un periodo acerbissimo della sua crisi finanziaria”. Le lettere al Treves forniscono, fra le assillanti richieste di soccorso in denaro, le tappe di un lavoro febbrile» (34).

Nonostante siano preponderanti le necessità economiche e il suo ritmo di scrittura venga definito da tutti i suoi studiosi a tambur battente, Fedra è, tuttavia, una tragedia meditata a lungo, fortemente voluta e niente affatto imbastita in velocità per cercare di rimandare il più possibile il collasso finanziario. Ma il risultato effettivo della pièce sarà catastrofico. Il debutto, pur avvenuto nella prestigiosa sede della “Scala” di Milano, fu un disastro. Lo stesso D’Annunzio se ne disse deluso in maniera assoluta (35). Da allora, il testo, nonostante una ripresa romana al Teatro Argentina del 25 maggio 1909 ad opera della stessa compagnia e il melodramma che Ippolito Pizzetti ne ricavò nel 1914, non sarà più riproposto in maniera definitiva. Anche la critica dannunziana (nonostante spunti importanti in alcuni volumi a lui dedicati (36)) si è mai risolta a prendere sul serio il testo tragico del poeta abruzzese.

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D’ANNUNZIO E LE IMMAGINI DEL SUBLIME. L’Alcyone, la Fedra e altre apparizioni di Giuseppe Panella (2)

D’ANNUNZIO E LE IMMAGINI DEL SUBLIME.

L’Alcyone, la Fedra e altre apparizioni (2)

 

di Giuseppe Panella

 

(La prima parte dell’articolo è apparsa qui.)

 

2. Il desiderio e l’arte come forme del Sublime: La Gioconda

 

I temi poi espressi e rilevati nella spesso perfetta campitura di Alcyone si ritrovano, in toni certo più turgidi e sovente solo ammiccanti ed allusivi, in un testo drammatico messo in scena poco prima dell’emergenza lirica della poesia delle Laudi (come si è avuto l’opportunità di dire prima).

Si tratta di La Gioconda, scritta nel 1898 alla Capponcina di Settignano in Firenze e rappresentata nel 1899, con esito incerto e accoglienza tiepida del pubblico in quello stesso periodo ad opera della Compagnia Zucconi-Duse costituita per l’occasione (insieme a La Gioconda era stata prevista la messa in scena anche di La Gloria che però cadde miseramente a Napoli e non fu più reinserita nel cartellone). Entrambe le opere drammatiche erano state scritte, peraltro, per la Duse e legate alla sua interpretazione (lo stesso era accaduto per le altre opere di teatro scritte da D’Annunzio nel periodo 1892-1899: La Città morta, Il Sogno di un mattino di primavera e Il Sogno di un tramonto d’autunno, tutte pièces poi riproposte con molta difficoltà in seguito da altre attrici).

In questo testo teatrale a metà tra la tragedia e la commedia borghese basata su un ménage à trois compaiono quali protagonisti sullo stesso piano tre personaggi: lo scultore Lucio settala (che adombrerebbe lo stesso D’Annunzio), sua moglie Silvia (raffigurazione coniugale di Maria Gravina, la precedente compagna del poeta al quale darà due figli) e Gioconda Danti (possibile maschera artistica di Eleonora Duse).

Ma, ovviamente, non è questo il nodo più significativo intorno al quale far ruotare una possibile interpretazione dell’opera  (tutt’al più lo sarà in chiave puramente storico-aneddotico, non estetica).

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D’ANNUNZIO E LE IMMAGINI DEL SUBLIME. L’Alcyone, la Fedra e altre apparizioni di Giuseppe Panella (1)

D’ANNUNZIO E LE IMMAGINI DEL SUBLIME.

L’Alcyone, la Fedra e altre apparizioni (1)

 

di Giuseppe Panella

 

«Oggi due cose sembrano moderne: l’analisi della vita e la fuga dalla vita. Poca è la gioia dell’azione, dell’accordo delle forze interne ed esterne della vita, dell’imparare a vivere del Wilhelm Meister e del corso del mondo shakespeareiano. Si anatomizza la propria vita psichica, o si sogna […]. Nelle opere dell’artista più originale che possegga al momento l’Italia, di Gabriele D’Annunzio, queste due tendenze si cristallizzano con una particolare acutezza e chiarezza : le sue novelle sono protocolli di psicopatia, i suoi libri di poesia sono scrigni di gioielli ; nei primi domina la terminologia rigorosa ed oggettiva dei documenti scientifici, ne secondi, invece, un’ebbrezza quasi febbrile di colori e di stati d’animo»

(Hugo von Hofmannsthal, Gabriele d’Annunzio, I)

 

«Il suo sentimento della vita e del mondo non si è acceso al contatto della vita  e del mondo, bensì al contatto delle cose artificiali: della più grande opera d’arte, il “linguaggio”, dei grandi quadri della grande epoca e delle altre opere d’arte minori»

(Hugo von Hofmannsthal, Gabriele d’Annunzio, II)

 

1. La poesia come registro delle immagini del mondo: la ricerca di senso nell’Alcyone

 

Proprio nel momento in cui il suo editore Giuseppe Treves lo sollecitava e premeva (con la forza contrattuale che poteva esercitare sul poeta in perenne crisi economica) perché concludesse e gli consegnasse il promesso romanzo Il Fuoco (la storia neppur tanto romanzata dell’amore impetuoso per Eleonora Duse basata sui suoi sviluppi più intimi e più privati), D’Annunzio decide che è tempo di tornare al primo amore: la poesia. E’ dal 1893 che non pubblica più versi e che si è dedicato interamente alla prosa sia  nel romanzo che nella scrittura teatrale. Come scrive Federico Roncoroni nella sua Introduzione all’edizione dell’Alcyone da lui curata  per la collana degli Oscar Classici Mondadori :

 

«Poco importa, del resto, stabilire perché D’Annunzio si sia messo, proprio ora, a fare poesia. La questione, oltre tutto, non ha fondamento scientifico né potrebbe portare a conseguire risultanze valide e soddisfacenti. Comunque, quale ne sia stata la causa, questo ritorno alla poesia avveniva, per così dire, nella pienezza dei tempi. D’Annunzio vi perveniva, dopo tanta prosa, forte di non trascurabili esperienze teoriche e pratiche maturate proprio negli anni che vanno dal 1891-1893, data di composizione delle liriche della sua ultima raccolta poetica – il  Poema paradisiaco -, a questo 1899. In proposito, anzi, si può dire che tutta la produzione letteraria che inizia con Le vergini delle rocce e culmina nel Fuoco, praticamente già realizzato anche se non ancora compiuto, ha costituito, nell’ambito dell’attività dannunziana, un momento risolutivo dalle conseguenze necessariamente innovative. Con Le vergini delle rocce, con le opere teatrali, con Il fuoco e, anche, con le parallele esperienze sentimentali e politiche, D’Annunzio rivela di aver finalmente e decisamente individuato nel mito del superuomo e, per quel che riguarda il fatto essenziale e importantissimo dell’espressione e dello “stile”, nella poetica che esso sottende, quel criterio di interpretazione della realtà che aveva a lungo cercato nel suo vario e proficuo tirocinio sperimentale» (1).

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Giorni felici di Samuel Beckett

Appunti
 
<< Non succede niente, non viene nessuno, nessuno se ne va, è terribile>> (Aspettando Godot, S. Beckett).
 
Già, è terribile!

(Pausa)

Giorni felici di Samuel Beckett. Opera poetica e insieme tragica rappresentazione di una donna qualunque, Winnie, che affonda lentamente ed inesorabile nella sabbia e, tuttavia, vuole ricordare i suoi giorni felici.

L’immobilità del personaggio è “Niente”, senza inizio e senza fine; la realtà scenica è circoscritta da un riso feroce e mansueto.
 
In scena Winnie non è sola, ma ha nell’altro personaggio, Willie, non un interlocutore, bensì un ascoltatore con cui parlare in continuazione, interrompendosi soltanto per compiere i pochi gesti che la posizione le consente.

In ogni gesto insignificante, la protagonista ricerca la felicità.
 
La normalità delle frasi dei due personaggi nell’anormalità della situazione.
 
La protagonista cerca di proteggere il falso Io dall’Io autentico, nascondendo a se stessa, prima ancora che agli altri, la realtà della propria agghiacciante situazione.

Nello spazio scenico risuonano frasi illusorie.

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Aspettando Godot di Samuel Beckett

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In Aspettando Godot, opera grottesca e tragica allo stesso tempo, si assiste ad una conversazione, ad un dialogo <<dissociato>>, denso di significati che, ad una superficiale decifrazione, appaiono abbastanza ovvi: la vita, tutto sommato, è una triste, vuota, angosciosa, assurda avventura che si trascorre ad aspettare sempre e invano qualcosa che non arriva mai. Eppure le interpretazioni sono state disparate, a partire dall’identità di Godot.

Nella conversazione, in Godot, si risolve tutto il dramma: il dialogo non conduce mai all’azione ed è interrotto soltanto da siparietti da ”teatro di varietà” e da gags da cinema muto. Le frasi scandiscono il tempo sulla scena, dove <<non succede niente, per due volte>>.

In realtà, ciò che conta è l’attesa, non Godot (Dio o Morte, non importa). L’atto dell’attendere qualcuno che non verrà è la forma vuota attraverso cui Beckett ci svela il significato dell’esistenza umana, come anche l’inadeguatezza del teatro dinnanzi all’assurdità della vita (e di Dio e della Morte, che importa?)
 
f.s.