RETROTECA: Géza Szőcs, poeta della rivoluzione – in memoriam

Serata a cura di a cura di Tomaso Kemeny

Il poeta ungherese Géza Szőcs è scomparso lo scorso 5 novembre all’età di 67 anni. È stato spesso in Italia, dove ha partecipato anche alle imprese mitomoderniste capitanate dall’amico Tomaso Kemeny, come l’occupazione nel 2011 del leopardiano colle dell’Infinito. Un’imponente antologia di suoi testi è stata pubblicata nel 2017 per i tipi di Jacabook “Né l’esistenza né la scala”. A una settimana dalla dipartita delle sue spoglie mortali, ma non della sua voce, lo ricordano leggendo alcuni suoi testi Tomaso Kemeny e Amos Mattio

FONTE: https://youtu.be/u00wXY7qk-0


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I LIBRI DEGLI ALTRI n.91: Mitologia mitomodernistica e altre menestrellerie. Tomaso Kémeny, “Poemetto gastronomico e altri nutrimenti”

Tomaso Kémeny, Poemetto gastronomico e altri nutrimentiMitologia mitomodernistica e altre menestrellerie. Tomaso Kémeny, Poemetto gastronomico e altri nutrimenti, Milano, Jaca Book, 2012

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di Giuseppe Panella

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Il “nutrimento” proposto da Tomaso Kémeny, un poeta sovente di altissimo profilo stilistico e di ingegnose soluzioni di carattere sperimentale[1], è costituito da un’apocalisse gastronomica in cui al cibo prelibato e gustosamente cucinato e preparato si accoppiano i migliori vini d’Italia e il conforto delle Muse. In un passaggio di notevole nitore formale, si può leggere, infatti, in apertura di poema e con intento di invocazione alle Muse (com’era tradizione una volta):

 

«Enouverture. ”Non fumiamo più, siamo tutti sani”, / sospira la giovane salutista / dal corpo incontrollabile, ma nell’ora / della signoria della rosa mitomodernista / percorro la mulattiera / che collega Delfi al Parnaso / oltre la frontiera del tempo storico. / Mi guida il richiamo del cucùlo, / fuoco fatuo vagante dal ceraso / verso l’annerito antro di Dioniso / dal mondo attuale evaso. // Brandisco, indegno, il suo tirso / e conduco gli astri in danza / a respirare il fuoco, anima del vino, / e con le Menadi insaziabile infurio / e celebro in abbondanza il vitigno / che da Troia in Italia il pio Enea, / l’Agliànico, dalla cui clonazione / nacquero il Nero d’Avola / (che bevo a garganella tra le ginestre), / il Nebbiolo, il diletto Sangiovese, / rendendo il bel paese / luogo d’elezione della gioia terrestre»[2].

 

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